Live Report: Frantic Fest 2026 - Day 1
Report a cura di Toara Fantechi
Guarda il photo report della prima giornata!
Con il motto “musica estrema sotto il sole d’Abruzzo” nasce nel 2017 il Frantic Fest come festival legato all’underground estremo, ma negli anni ha allargato progressivamente il proprio raggio d’azione. Death, black, doom, thrash, crust, grind, hardcore, industrial, elettronica e proposte decisamente più sperimentali convivono in una programmazione che continua a mettere sullo stesso cartellone band storiche, nomi di culto e realtà underground contemporanee. La lineup del 2026 lo dimostra forse più chiaramente che mai: un festival dalle dimensioni ancora raccolte, ma con ambizioni decisamente internazionali.
Per tre giorni il Tikitaka Village di Francavilla al Mare sembra aprire un portale verso un universo parallelo. Varcato l’ingresso, si viene catapultati in una distesa di magliette nere, battle jacket, borchie, catene, stivali, trucco scuro. Tra i due palchi si incrociano metallari di tutte le età, bambini compresi, mentre il campeggio si trasforma in una piccola città parallela fatta di musica estrema, birra e arrosticini. Dimensioni raccolte, atmosfera rilassata e quella sensazione molto precisa che, almeno per qualche giorno, tutto ciò che esiste fuori possa aspettare.
Ad accoglierci ci sono 34 gradi e un’umidità che non lascia molto spazio all’immaginazione. Si cercano compulsivamente le zone d’ombra mentre nell’aria si mescolano l’odore di crema solare e birra. Tra i due palchi si susseguono bancarelle di artigianato goth, vinili, band merch, patch con cui rinfrescare battle jacket ormai stratificate da anni di concerti e naturalmente il merch ufficiale del festival, anche quest’anno realizzato attraverso le illustrazioni di artisti come DARTWORKS, SAVAGEARTWORKS e STRX.
La mia avventura al Frantic, però, comincia un giorno prima. Perché si sa: il giorno prima del festival, per molti, è già festival.
Preparare la valigia, organizzarsi con gli amici, rimettere in cuffia le band che conosci a memoria e soprattutto quelle che stai ancora cercando di capire, magari scoperte proprio scorrendo la lineup di questa edizione. Durante il viaggio si ripassa, si fanno programmi che verranno puntualmente ignorati e si cerca di accumulare energie sapendo benissimo che, entro quarantotto ore, saranno finite.
È il giorno zero, e la prova che il Frantic apre davvero un portale verso un universo parallelo ce la danno i 666: in questa realtà alternativa gli 883 hanno deciso di darsi al punk-metal. Nato da una costola dei Plakkaggio, il progetto deforma quelle melodie familiarissime in qualcosa di più sporco, sguaiato e goliardico. Un ingresso poco solenne, ma perfetto, nello spirito del festival. Prima di loro erano saliti sul palco No More Fear e H-Strychnine, mentre a chiudere il pre-party arrivano i Los Noventas con un DJ set interamente dedicato agli anni Novanta.
Il primo pomeriggio della prima giornata del Frantic non fa sconti, soprattutto dal punto di vista climatico. Aprono le danze tre band italianissime: gli Ural, i Crawling Chaos e i molisani Dawn of a Dark Age, questi ultimi con un progetto che mescola black metal, suggestioni folk e strumenti lontani dall’armamentario classico del genere.
È solo il primo giorno, ma il pubblico sembra già perfettamente calato nella parte. Le magliette nere con nomi illeggibili sono già ovunque, le prime birre sono già state sacrificate e nell’aria c’è quella sensazione molto precisa che si trova solo al primo giorno di un festival: il momento in cui tutti sanno che il vero caos deve ancora cominciare, ma nessuno ha più intenzione di tornare davvero alla normalità.
Il primo vero cambio di passo della giornata arriva però con i Necrot.
Il trio death metal nato a Oakland inaugura il Main Stage davanti a un pubblico ormai decisamente più numeroso. Molti cercano comunque riparo nelle poche zone d’ombra disponibili, ma sotto il palco cominciano ad apparire circle pit, crowd surfing e persino diversi giovanissimi.
Il cantante e bassista Luca Indrio, italiano di nascita, comunica con il pubblico nella sua lingua madre e scherza cercando i ragazzi tra i tredici e i quindici anni che “non si sono ancora rotti il cazzo di questa roba”. Racconta inoltre che la band cercava da anni di riuscire a suonare al Frantic senza mai riuscire a far coincidere gli impegni.
Il set attraversa i tre album della band, partendo da “Empty Hands” e passando per “Lifeless Birth”, title track del lavoro più recente, fino alla conclusiva “Sinister Will”. In mezzo trovano spazio anche “Stench of Decay”, “The Blade”, “Your Hell” e “Drill the Skull”. La lunga attesa per vedere finalmente i Necrot al Frantic, a giudicare dalla risposta sotto il palco, sembra essere stata ripagata.
Pochi minuti dopo, al Tent Stage, i Perchta cambiano completamente scenario.
La formazione tirolese porta sul palco un black metal atmosferico profondamente legato al folklore alpino. Ma è soprattutto l’impatto visivo a catturare immediatamente l’attenzione: ossa, corna di cervo, abiti rituali e la figura della frontwoman Frau Percht trasformano il palco in qualcosa che sembra provenire da un tempo indefinito.
Tra gli strumenti tradizionali spicca l’Hackbrett, o hammered dulcimer, uno strumento a corde percosse con piccoli martelletti, utilizzato nella tradizione alpina.
Il risultato è uno dei set visivamente più riconoscibili del pomeriggio: per qualche minuto il Tent Stage sembra slittare fuori dal presente, trasformandosi nella scena di un rituale arrivato da un’epoca remota.
Con i Warning il ritmo della giornata precipita deliberatamente verso coordinate molto più lente e introspettive. Il doom britannico arriva al Frantic nel ventennale di Watching from a Distance, pubblicato nel 2006 e diventato nel tempo un vero disco di culto del genere. È inoltre la prima apparizione dei Warning nella storia del festival.
Dopo il post-punk oscuro degli Scorpion Milk, progetto relativamente giovane guidato da Mat McNerney, arriva il momento dei Sacred Reich e l’intero Tikitaka converge verso il Main Stage.
Gli americani, attivi dalla metà degli anni Ottanta, sono uno dei nomi storici del thrash statunitense e nel 2026 si trovano nuovamente in piena attività. Davanti al palco l’energia cambia immediatamente: l’area centrale del festival si svuota mentre il pubblico si concentra praticamente tutto sotto il Main Stage.
Dopo l’intro sulle note di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, la band entra nel vivo con “Manifest Reality” e “The American Way”. Phil Rind parla spesso con la platea, alternando ironia e messaggi sorprendentemente calorosi. Prima di “Salvation” insiste sull’importanza dell’amore e sulla connessione tra gli esseri umani, uno dei momenti in cui emerge più chiaramente quella dimensione sociale che ha sempre accompagnato la storia della band.

Nel corso del set arrivano anche “One Nation”, “Crimes Against Humanity”, “Who’s to Blame”, “Independent” e “Death Squad”, prima che un passaggio di “War Pigs” dei Black Sabbath trasformi il palco in un omaggio a Ozzy Osbourne. A chiudere è infine “Surf Nicaragua”, accolta da una platea che continua a rispondere con entusiasmo fino all’ultimo minuto disponibile.
Torniamo al Tent Stage, che cambia nuovamente pelle con gli Spiritual Front.
Ed è probabilmente qui che arriva una delle sorprese più belle della giornata.
Il progetto romano di Simone Salvatori torna al Frantic dopo aver partecipato alla primissima edizione del festival nel 2017 e celebra i vent’anni di Armageddon Gigolò, album del 2006 centrale nella storia della formazione.
Musicalmente siamo ormai lontanissimi dal metal tradizionale: neofolk, noir rock, suggestioni da tango e quel “nihilist suicide pop” con cui la stessa band ha spesso descritto la propria estetica.

Sul palco tutto contribuisce alla costruzione dell’atmosfera. Alle spalle dei musicisti scorrono immagini in bianco e nero proiettate su un telo volutamente grezzo; l’eleganza dark dei musicisti, le suggestioni cinematografiche e alcune progressioni che sembrano poter appartenere tanto a un vecchio noir quanto a una colonna sonora di Tarantino rendono il set uno dei momenti più peculiari della giornata.
Salvatori ricorda dal palco la partecipazione alla prima edizione del Frantic e sottolinea quanto sia impressionante vedere ciò che il festival è diventato negli anni. Poi introduce uno dei brani più riconoscibili di Armageddon Gigolò adattandone ironicamente il titolo all’occasione: “Jesus died in Francavilla”. Parte così “Jesus Died in Las Vegas”, accolta calorosamente da un pubblico ormai perfettamente dentro l’atmosfera del concerto.
Gli Spiritual Front finiscono così per essere una delle scoperte più interessanti della giornata, anche perché rappresentano alla perfezione quella capacità del Frantic di uscire dai confini più prevedibili della musica estrema senza rompere la continuità del festival.
Alle 23:15 arriva infine il momento del primo headliner di questa edizione.
Il Tikitaka è praticamente vuoto ovunque tranne che davanti al palco.
Con Carpenter Brut il portale cambia ancora direzione e questa volta si apre su un futuro post-apocalittico fatto di sintetizzatori, luci, fumo e scenari da videogioco distopico. Tutto quello che c’è stato prima sembra improvvisamente appartenere a un festival diverso.
Il progetto di Franck Hueso porta al Frantic il darksynth contaminato da metal ed elettronica nel pieno del ciclo di Leather Temple, pubblicato nel febbraio 2026 e capitolo conclusivo della trilogia iniziata con Leather Teeth e proseguita con Leather Terror.

L’impatto è immediatamente audiovisivo. Dietro batteria, chitarra e sintetizzatori scorrono immagini di mondi in rovina, mentre un muro di luci, fumo e bassi trasforma il Main Stage in qualcosa di più vicino a uno spettacolo audiovisivo che a un concerto metal tradizionale.
Una voce sintetica da narratore di videogame invita il pubblico al crowd surfing e il livello di partecipazione continua a salire fino a culminare in un enorme wall of death nelle battute finali.
Carpenter Brut riesce soprattutto in una cosa tutt’altro che scontata: portare un linguaggio fortemente elettronico davanti a un pubblico cresciuto a riff e blast beat senza mai sembrare un corpo estraneo. Al contrario, per oltre un’ora l’intero festival sembra muoversi all’interno dello stesso universo retrò-futurista.
Quando arriva la reinterpretazione di “Maniac” di Michael Sembello a chiudere il set, l’energia del pubblico esplode e il primo giorno del Frantic ha praticamente trovato la sua conclusione naturale.
Dopo Carpenter Brut restano ancora i Vígljós sul Tent Stage, pronti a riportare la notte verso le atmosfere del black metal alpino.

Noi riattraversiamo il portale del Tikitaka solo per qualche ora di realtà. Il tempo di dormire abbastanza da dimenticare il caldo. Domani si rientra.


