Live Report: ArcTanGent Festival 2026 – Day 3 @ Bristol, UK 21/08/2026
Live

Live Report: ArcTanGent Festival 2026 – Day 3 @ Bristol, UK 21/08/2026

Report a cura di Davide Sciaky Guarda il photo report della terza giornata! La mia terza giornata di ArcTanGent inizia sul Main stage con i Mass of

di Davide Sciaky 1 Settembre 2026 - 15:00
Condividi Link copiato

Report a cura di Davide Sciaky

Guarda il photo report della terza giornata!

La mia terza giornata di ArcTanGent inizia sul Main stage con i Mass of Fermenting Dregs. Il gruppo giapponese con soli tre membri crea un suono così “grosso” che sembra di sentire un’intera orchestra nel tendone. A tratti Shoegaze più delicato e riflessivo, a volte sfociando in una cattiveria quasi Hardcore, il suono del trio è personale e di grande impatto e ancora una volta vediamo qualche lacrima osservando il pubblico. Da notare la cantante e bassista Natsuko Miyamoto che più volte si rivolge al pubblico parlando in giapponese, quasi incurante dell'evidente incapacità dei presenti di comprendere le sue parole, e solo occasionalmente aggiungendo qualche parola in un inglese stentato per ringraziare il pubblico, ottenendo sempre calorose acclamazioni.

Sul Bixler è il turno di un’altra musicista italiana, la talentuosa Lili Refrain. Annunciata solo poche settimane prima del festival in sostituzione di una band defezionaria, Lili aveva già attirato l’interesse di tanti con la sua proposta sperimentale dai tratti tribale e ritualistici, e tanta è l’attesa per il suo show. L’artista romana sale sul palco, il suo tradizionale makeup in faccia, e passando fluidamente da percussioni, a chitarra, a loop station, ad altri strumenti ancora, riesce a creare un suono pieno e avvolgente nonostante sia sola sul palco. Il modo migliore di apprezzare la musica di Lili è con gli occhi chiusi, perdendosi nelle ripetizioni ossessive delle percussioni e lasciandosi cullare dalle melodie ipnotiche della sua voce, e così fanno in tanti. Al termine dell’esibizione sono sicuro che la musicista abbia guadagnato più di qualche nuovo fan.

Sul Main stage tocca ora agli Arcane Roots, gruppo che taglia il traguardo del quinto concerto al festival inglese e, a giudicare dalle loro magliette che si vedono in giro, sono davvero tanti i fan in attesa di questo show. D’altronde la band si era sciolta nel 2018 (anno dell’ultima esibizione al ATG) e solo l’anno scorso è tornata in attività, pubblicando a gennaio un nuovo singolo, e tra fan più di lunga data e chi li ha scoperti nel frattempo il concerto è occasione golosa. Gli inglesi aprono proprio con il nuovo brano “A Wave, Across the Sea”, che convince immediatamente, ma è con i pezzi vecchi che il pubblico si scatena davvero. La pausa non ha intaccato minimamente l’energia degli Arcane Roots, e canzoni come “Off the Floor” e “Slow Dance” provocano una vera e propria esplosione dai fan. Brani intricati, cerebrali ma anche diretti coinvolgono tutti e la performance si classifica facilmente tra le migliori del festival per tanti presenti.

Il tempo di prendere una boccata d’aria, una birra, e di fare un veloce saluto a Lili Refrain e a Shane Embury incontrati in giro per il festival, ed è già l’ora di tornare sotto il tendone del Main stage per Perturbator. Musicista fondamentale per il Synthwave, genere che nell’ultimo decennio ha conquistato sempre più cuori, lo show del francese è sempre un concentrato di follia cyberpunk ed energia pura. Sul palco sono presenti solo lui, al secolo James Kent, e il batterista che lo accompagna live. Kent, immobile dietro alla sua consolle, che occasionalmente abbandona per suonare la chitarra, passa i 50 minuti a sua disposizione facendo un “Windmill Headbang” (headbanging circolare) da fare quasi invidia a George Fisher, mentre dagli amplificatori esce la sua musica futuristica e ossessiva. Lo spettacolo di luci è tanto di grande effetto, quanto antipatico per i fotografi (ma questa è una preoccupazione per ben pochi dei presenti, tipo me), dato che le luci stroboscopiche e i fari in continuo movimento rendono quasi difficile riuscire a vedere i musicisti sul palco. L’immersione nella performance è però totale, e l’unico difetto che gli si può trovare è che non sia durata di più.

Mi sposto sullo Yokhai per i Napalm Death. I più attenti non si saranno fatti sfuggire il nome di Shane Embury nominato poc’anzi. Il bassista storico della band di Birmingham non ha suonato negli ultimi tour per problemi di salute, ma avendolo incrociato più volte per il festival nei giorni precedenti sono felice di avere l’occasione di rivederlo sul palco. Purtroppo è subito evidente che non sia ancora il momento del suo ritorno, dato che sul palco i Napalm Death si presentano ancora una volta con Adam Clarkson, e dopo poco il frontman Barney Greenway annuncia che Embury non è ancora pronto a tornare. Dopo un paio di canzoni decido quindi di allontanarmi, non certo per demeriti della band inglese, sempre una certezza nel suo essere una macchina da guerra, ma perché avendoli visti pochi mesi fa preferisco approfondire i BRUIT ≤, interessantissimo gruppo francese. La proposta della band sposa Post Rock e Post Metal, elementi quasi di musica classica e sperimentazioni assortite per un risultato assolutamente personale e dal grande impatto emotivo. Una particolarità della band è il rifiuto di pubblicare la propria musica sulle piattaforme di streaming più popolari, ma nonostante questo possa impattare negativamente la circolazione della loro musica, basta il passaparola per radunare un’importante pubblico al Bixler. Come per tanti altri concerti dell’ArcTanGent, è l’emotività a farla da padrona, con una musica struggente eseguita con grande sentimento, e non si può che uscire dal tendone con il cuore pesante e un rinnovato apprezzamento per i BRUIT ≤.

È infine il turno degli headliner di questa giornata, i Primus, che radunano una folla sterminata nel Main stage, tale da rendere quasi difficile affacciarsi sotto il tendone. La band di Les Claypool si lancia in un concerto che include tante e frequenti improvvisazioni in brani che diventano quasi jam. Ovviamente il basso di Claypool la fa da padrone, suonato con un’abilità da far sentire in difetto quasi chiunque abbia mai preso in mano un basso, ma i compagni di band non sono da meno e il loro suono funky è incredibilmente divertente e coinvolgente. È la mia prima occasione di vedere John "Hoffer" Hoffman, nuovo batterista entrato nella band solo un anno fa, ed è subito evidente la sua bravura e la sua capacità di tenere testa ai colleghi. La setlist è un concentrato di classici, come “Wynona's Big Brown Beaver”, “Too Many Puppies” e ovviamente “My Name Is Mud”, ma sono presenti anche brani suonati più di rado come “Shake Hands With Beef” e “Hello Skinny”, oltre la nuova “The Ol' Grizz” estratta dall’ultimo EP pubblicato dai Primus pochi mesi fa. Il tempo vola e il divertimento è assicurato, al netto della difficoltà di vedere il palco a volte, causato dall’entusiasmo del pubblico, tra mosh e crowdsurfers, ma spostandomi un po’ e trovando un angolo più tranquillo riesco a godermi pienamente un concerto che è l’ennesimo centro per l’ArcTanGent.

Carico il prossimo articolo