METAL ON METAL:
Judas Priest
Ian Hill, Judas Priest
Ammetto di non aver mai nemmeno sentito nominare il Teatro Clerici (ex Gran Teatro Morato) di Brescia, che di fatto ha sostituito il vecchio PalaBrescia dove avvenne il Colony Open Air Festival nel 2017, struttura che quindi per la prima volta nella sua storia con la nuova denominazione è stata violata dal popolo metallaro italiano - ma non solo - in occasione del concerto dei Judas Priest del 5 settembre 2026 che così tornano dalle parti della Leonessa d’Italia dopo ben trentacinque anni. La prima volta fu il 2 marzo 1991, quando si esibirono a Palasport durante il Painkiller Tour con gli Annihilator e i Pantera in apertura. Il grande tendone del teatro Clerici, sebbene di altra e più moderna fattura, anche a livello di materiali utilizzati, richiama non poco quello più spartano del Teatro Tenda di Milano Lampugnano, struttura attiva dal 1983 al 1986, anno nel quale fu demolito per far posto al Palatrussardi. L’analogia è scattata in automatico nel momento in cui, all’interno della struttura bresciana, si è verificato esserci una calura e un tasso di umidità che manco in Arabia Saudita, stessa situazione avvenuta il 24 giugno 1986 al Teatro Tenda milanese, nel festival che comprendeva Twisted Sister e Motörhead, con Vanadium e Dark Lord in apertura.
Ma, si sa, la gente del Metallo sa sopportare questo e altro, anche perché molto probabilmente non vi era alcuna alternativa, per rinfrescare l’ambiente, dal momento che non esistevano né ventole né altre diavolerie affini. A favore del Teatro Clerici vi è comunque l’area esterna alla vera e propria struttura, vivibile e godibile, così come la zona destinata al bar – a proposito, le T-Shirt ufficiali a 50 euro sono un insulto per chi lavora, ma si tratta di una prassi, ormai, per le band di un certo livello, purtroppo -, senza dimenticare la pavimentazione di fronte al palco, leggermente inclinata così da favorire la fruizione di tutti quanti.
A testimonianza del fatto che il metallaro resiste a qualsiasi situazione avversa ci hanno pensato i cinque Sacerdoti di Giuda di Birmingham: vestiti di cuoio come se si esibissero a gennaio non hanno mutato atteggiamento né vestizione durante tutta la durata della loro esibizione, iniziata come da cartellone alle ore 21 e terminata dopo un’ora e quaranta, all’incirca.
Molto probabilmente quel famoso patto stipulato da Robert Johnson nei primi anni ’30 del secolo scorso si è perpetuato anche il quel dell’Inghilterra nel 1951, fra Birmingham e Sheffield, perché Rob Halford, il settantacinquenne cantante dei Judas Priest – l'altro è il suo coetaneo, amico e collega di Metallo Biff Byford dei Saxon - si è rivelato un vero e proprio highlander, sulle assi del palco in quel di Brixia. Nonostante sudasse copiosamente, non ha mollato di un millimetro, indossando i vestali di scena programmati, che consistevano per lo più in lunghi cappotti pesantissimi, senza sottrarsi al copione. Altre band, dato il caldo africano, si sarebbero esibite a torso nudo e chissenefrega, per dire…
Venendo al concerto, la premiata ditta Ian Hill & Co. non ha di certo deluso le attese, sciorinando una scaletta ben bilanciata supportata da suoni possenti. Tutti, ma proprio tutti i cliché dei Judas Priest sono stati santificati, per la gioia dei 2500 astanti: le borchie, “War Pigs” dei Black Sabbath in apertura, il passo robotizzato di Halford su “Metal Gods”, le cannonate sparate dalla batteria di Scott Travis, l’headbanging di Ian Hill, i duetti plastici (benché senza esagerare, quando nella band c’erano KK Downing e Glenn Tipton ci davano dentro alla grande!) fra i due chitarristi Richie Faulkner e Andy Sneap, l’entrata dell’Harley Davidson prima di “Hell Bent for Leather”, il gilet di Halford a cavallo della moto con cucito HEAVY METAL sul retro a mo’ di gruppo motociclistico.
Ottime le grafiche proiettate sullo schermo lungo “Turbo Lover” e “Desert Plains”, con quest’ultima servita come vera e propria chicca all’interno della scaletta che ha sprigionato un classicone dietro l’altro, al netto dei pezzi – obbligatori, per spingere un po’ le ultime produzioni – tratti da Firepower e Invincible Shield. Un concerto intenso il loro, ove Halford ha sfoderato una prova incredibile, tenendo conto delle primavere che si ritrova sul groppone, puntando al sodo – minima l’interazione col pubblico – e tirando senza risparmiarsi in nessuna occasione. Il resto della band è il consueto monolite – a confermarlo una “Steeler” da brividi! -, con Richie Faulkner un po’ più attivo di Andy Sneap, al solito piuttosto statico e il grande Ian Hill fischerato alla sinistra della batteria del solidissimo Travis.
Rimpianti? Il fatto che non abbiano suonato un pezzone come “Diamonds and Rust”, in qualsiasi sua declinazione, elettrica, acustica o mista, la cover per antonomasia dei Judas Priest, dal momento che nel 2025 in qualche occasione all’estero l’hanno eseguita…
Stefano “Steven Rich” Ricetti
Galleria fotografica (qui di seguito) a cura di Paolo Manzi
Scaletta concerto Brescia:
War Pigs (Black Sabbath)
You've Got Another Thing Comin'
Metal Gods
Breaking the Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering the Goods
Panic Attack
Victim of Changes
No Surrender
Painkiller
Electric Eye
Hell Bent for Leather
Living After Midnight
