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Live report: Judas Priest + Nevermore @ Parco San Valentino, Pordenone, 03/09/2026

Live report: Judas Priest + Nevermore @ Parco San Valentino, Pordenone, 03/09/2026 Giovedì 3 settembre 2026: i Judas Priest – i padri dell’heavy metal

di Marco Donè 6 Settembre 2026 - 11:09
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Live report: Judas Priest + Nevermore @ Parco San Valentino, Pordenone, 03/09/2026

Giovedì 3 settembre 2026: i Judas Priest – i padri dell’heavy metal – fanno tappa a Pordenone per la prima delle quattro date italiane del “Faithkeepers Tour”. Ad accompagnare la seminale formazione di Birmingham troviamo i redivivi Nevermore, pronti a reclamare ciò che gli spetta con una nuova e promettente line-up. Noi di Truemetal.it non potevamo certo mancare e così ci siamo diretti al Parco San Valentino per assistere a uno degli show più attesi di questo fine estate.

Live report a cura di Marco Donè

Arriviamo al Parco San Valentino poco prima dell’apertura dei cancelli. Sbrigate le formalità in cassa, ci apprestiamo a vivere la serata. Complice l’orario e il giovedì lavorativo, al momento l’affluenza è un po’ risicata. È però evidente che stia crescendo rapidamente, tanto che alle 20:00 il Parco San Valentino si rivela un autentico formicaio di metalhead. E proprio alle 20:00, puntuali come un orologio svizzero, i Nevermore sono pronti a entrare in scena.

Nevermore

Le luci sul palco si spengono e dalle casse fuoriescono le note di ‘Ophidian’, l’intro scelto dai Nevermore. Il pubblico esplode in un boato e si avvicina al palco, carico di adrenalina. Il momento è di quelli importanti: molti aspettavano questo ritorno da anni. Le emozioni sono fortissime, tanto da potersi percepire nell’aria. Il primo a entrare in scena è Van Williams, pronto a occupare il trono dietro le pelli. Finita ‘Ophidian’, i Nevermore irrompono sul palco con l’assassina ‘Narcosynthesis’, canzone che suona dannatamente contemporanea, nonostante siano passati ventisei anni dalla sua pubblicazione. L’ultimo a palesarsi sullo stage è il nuovo cantante, Berzan Önen, che sfodera una prestazione da paura. I suoni risultano migliorabili: voce e batteria sovrastano gli altri strumenti, ma la prova dei Nevermore è impressionante. La scaletta gioca a loro favore, con la compagine americana che pesca a piene mani dai dischi dei primi anni Duemila. In rapida successione veniamo travolti da ‘Narcosynthesis’, ‘My Acid Words’ e ‘Inside Four Walls’. Jeff Loomis non ha bisogno di presentazioni e Williams è un condensato di potenza ed eleganza. Il batterista è in assoluto stato di grazia e la sua performance risulta ipnotica. Jack Cattoi e Semir Özerkan regalano solidità e precisione. L’osservato speciale è però Önen. Il cantante si rivela la scelta più azzeccata che il duo Loomis-Williams potesse fare. La sua timbrica, il suo stile ricordano quello del compianto Warrel Dane, tanto che chiudendo gli occhi veniamo catapultati indietro nel tempo, sopraffatti da ricordi ed emozioni. Dalla sua, Önen sfoggia una tecnica sopraffina, con un controllo incredibile dei cambi di registro e una marcata espressività. Vista la complessità delle parti, sul palco i Nevermore tendono a mantenere la posizione, sfoderando energici headbanging nei passaggi più cadenzati e ritmati. Spetta al mastodontico singer turco tenere la scena. Il cantante accetta il ruolo con grande personalità, dimostrando di saper interagire con il pubblico. E così, presentando ‘Believe in Nothing’, chiede ai presenti di accendere le torce dei telefonini e di accompagnare in questo modo il brano, che dedica alla memoria di Dane. La folla è in suo pugno e risponde con grande partecipazione. I suoni continuano a essere migliorabili, ma la prova dei Nevermore non ne risente minimamente: pazzesco. Ci stiamo avvicinando alle battute conclusive dello show, ma la formazione americana ha ancora parecchie frecce al proprio arco. Ecco quindi arrivare ‘Final Product’, la cui parte strumentale, durante l’assolo di Loomis, lascia esterrefatti. A un certo punto Williams perde una bacchetta e per qualche secondo è costretto a suonare a una mano: non si nota differenza, non perde un colpo. Dal pubblico si alzano ripetuti cori “Nevermore, Nevermore”, segno di una serata trionfale per Loomis e compagni. Önen chiede alla folla se è pronta a sbattere la testa. Dal palco parte una violentissima ‘Born’, con la band che sfodera un headbanging collettivo dal grande impatto visivo. I Nevermore chiudono il proprio set con l’immortale ‘Enemies of Reality’, la cui apertura melodica del ritornello fa cantare l’intero Parco San Valentino. Sono le 20:45 quando i Nevermore salutano i fan, che acclamano a gran voce i propri beniamini. La folla viene inondata di plettri e bacchette. Subito dopo, Loomis e compagni immortalano il momento e salutano i presenti con l’immancabile foto dal palco. Show incredibile.

Setlist:

Narcosynthesis
My Acid Words
Inside Four Walls
The River Dragon Has Come
Believe in Nothing
Final Product
Born
Enemies of Reality

Judas Priest

Inizia l’attesa per il main event della serata. Sul palco fervono i preparativi e per creare ulteriore suspense viene issato un telone enorme, che funge da sipario. Vi sono impresse tutte le copertine dei dischi dei Judas Priest con Rob Halford alla voce; al centro svettano logo e simbolo della band inglese, con la scritta “Faithkeepers”, il nome scelto per questa nuova tournée. Il Parco San Valentino ha ormai raggiunto la massima affluenza di serata. Non siamo in possesso dei dati ufficiali, ma il colpo d’occhio ci fa ipotizzare una presenza di quasi cinquemila appassionati. Il tempo scorre e la folla si fa sempre più impaziente. Attorno alle 21:10 le luci si spengono e dalle casse dell’impianto parte ‘War Pigs’, in onore a Ozzy Osbourne e ai Black Sabbath. L’intero Parco San Valentino intona a gran voce la canzone, che viene presto fatta sfumare, lasciando spazio a ‘Faithkeepers’, l’intro ufficiale scelto dai Judas Priest. Il pubblico è ormai fuori di sé. Le chitarre ruggiscono il riff di ‘You’ve Got Another Thing Comin’’ e il telone viene lasciato cadere. Halford e compagni si manifestano compatti al centro del palco, per poi aprirsi e occuparne ogni centimetro. L’intera Pordenone esplode in un boato e accompagna a gran voce uno dei classici immortali dell’heavy metal. I suoni sono potenti ma non ancora ben bilanciati, aspetto quasi inevitabile a inizio show. Si continua su livelli altissimi con ‘Metal Gods’, uno dei brani simbolo della formazione di Birmingham. La resa scenica è quella della vecchia scuola, con le classiche movenze in pieno stile Judas Priest. Ian Hill martella il suo basso ai piedi della pedana della batteria, Andy Sneap affianca il bassista nei caratteristici balli ritmati, per poi spostarsi al limite del palco, a contatto con il pubblico. Richie Faulkner, chioma al vento, regala le tipiche pose plastiche, sfoderando passaggi eleganti sulla tastiera della sua sei corde. Scott Travis è il solito randellatore di pelli, con movimenti ampi delle braccia, belli da vedere. E poi c’è lui, Mr Rob Halford, l’inossidabile Metal God. Settantacinque anni da poco compiuti e una carica inscalfibile. La presa sul pubblico è magnetica, ogni suo gesto è accompagnato dalla risposta dei fan. È lui l’assoluto mattatore della serata. Halford si sposta sul palco camminando da sinistra a destra. Vero, l’agilità non è più quella di una volta, ma non sta fermo un attimo. Anche la voce risente del passare del tempo, ma la prova del cantante è davvero convincente, decisamente migliore rispetto alle performance del recente passato. Certo, deve carburare un attimo. Le prime canzoni, infatti, risultano leggermente più lente rispetto alla versione su disco, proprio per permettere ad Halford di scaldarsi a dovere. Ed è con l’imperitura ‘Breaking the Law’ che i Judas Priest cambiano marcia e mettono a segno una prova magistrale per intensità e adrenalina. La scaletta pesca a piene mani dai dischi anni Settanta e Ottanta, inanellando una serie di brani che rappresentano l’essenza dell’heavy metal: ‘The Ripper’, ‘The Sentinel’, ‘Desert Plains’. I suoni migliorano repentinamente, con il basso di Hill che diventa roccioso, a tratti quasi invadente. Curiosa la scelta dei suoni dei tom della batteria, che risultano un po’ plasticosi. Una soluzione voluta, che spiazza un po’, in particolare nelle battute iniziali. Il look della band è curatissimo, in piena tradizione Judas Priest. Le scenografie sono semplici ma efficaci, con dei filmati ad hoc per ogni canzone, proiettati sul grande schermo alle spalle della batteria. Alla base della pedana sopraelevata vi sono una serie di schermi più piccoli, in cui vengono proiettate le copertine dei dischi delle canzoni proposte. Il pubblico è presentissimo e accompagna la band con cori e battiti di mani ritmati. Dopo una serie interminabile di classici, i Judas Priest danno spazio alle produzioni più recenti. Arriva infatti ‘Lightning Strike’, accolta con clamore dai presenti. Le chitarre sono ormai salite in cattedra, con Faulkner e Sneap che si alternano negli assoli, dimostrando grande affiatamento. Non c’è un attimo di respiro: un altro classico mette a soqquadro il Parco San Valentino. È infatti il turno di ‘Turbo Lover’, con Faulkner che chiama e ottiene il battito di mani ritmato del pubblico. Il brano riceve una grande partecipazione, con il ritornello intonato a gran voce dalla folla. E dopo una ‘Steeler’ al fulmicotone, sul palco rimane solo Rob Halford, che si diverte a giocare con il pubblico con gli immancabili cori, facendo un po’ il verso a Freddie Mercury. Ci stiamo avvicinando alle battute conclusive dello show e i Judas Priest decidono di alzare ulteriormente il tiro. In rapida successione arrivano infatti ‘Delivering the Goods’, ‘Panic Attack’ e ‘Victim of Changes’. La band gira che è un piacere, con Scott Travis e il duo Faulkner-Sneap in grado di fare la differenza. Halford evidenzia qualche piccola difficoltà nelle partiture più acute, ben nascoste dall’effetto eco. Ultimata ‘Victim of Changes’ sul palco rimane solo Faulkner, che sfodera un interessante assolo, intro perfetto per l’attesissima ‘No Surrender’. In questo brano Halford sfoggia una potenza vocale in grado di annientare colleghi ben più giovani. Bellissimo il passaggio in twin delle due asce, che introduce l’assolo di Faulkner. Il pubblico è caldissimo, l’entusiasmo alle stelle, l’atmosfera elettrizzante. Ultimato il brano, i Judas Priest escono di nuovo di scena. Sul grande schermo compare un video incentrato su una città in rovina, con una voce narrante. L’intera Pordenone capisce che sta per arrivare il momento tanto atteso. Il primo a tornare sul palco è Travis, che attacca con il passaggio di batteria più famoso al mondo: è il turno di ‘Painkiller’. Faulkner chiama a sé il pubblico, che risponde con clamore. L’inno heavy metal per antonomasia esplode in tutta la sua potenza. Halford canta il pezzo come non faceva da tempo, trascinando una band esplosiva, guidata da un Travis indiavolato. L’assolo è tutto di Faulkner, con Halford che rientra in scena dopo il passaggio solistico. Le emozioni sono fortissime, con un pubblico in totale visibilio. Ultimato il massacro sonoro, i Judas Priest si ritirano nel backstage. Nemmeno il tempo di rifiatare e dalle casse dell’impianto fuoriescono le note di ‘The Hellion’. La band ritorna in scena e libera tutta la carica di ‘Electric Eye’, cantata a gran voce dall’intero Parco San Valentino. Il basso di Hill è talmente dirompente che sembra pulsare direttamente sullo sterno. Di nuovo tutti fuori e dal backstage irrompe il rombo di un motore: sta per arrivare un altro momento immancabile in uno show dei Judas Priest. Halford ritorna sul palco a cavallo di una moto ed è proprio da lì che canta ‘Hell Bent for Leather’, con una folla che urla a squarciagola il ritornello. Nel finale di traccia è Travis a salire in cattedra, regalando un rapido assolo di batteria, che introduce la conclusiva ‘Living After Midnight’. Ci troviamo immersi in un autentico party, con i fan fuori controllo, tutti a cantare il ritornello. I Judas Priest si fermano, lasciando che siano i presenti a impossessarsi della scena, intonando a gran voce il refrain, con il solo Travis a tenere il tempo. Siamo sempre più vicini alla fine dello show e Halford si diverte ancora una volta a giocare con il pubblico, con ripetuti cori. I Judas Priest ricevono il meritato plauso alle 22:45, con una folla in estasi totale. Dal palco piovono plettri e bacchette. La band si mette poi in fila, al centro del palco, e saluta i fan con il classico inchino. Gruppo e pubblico si scambiano applausi a non finire. Hill e Halford si regalano un sentito abbraccio, con i fan che chiedono a più riprese un ulteriore brano. Non c’è più tempo, però. Sulle note di ‘We Are the Champions’ l’ultimo a lasciare il palco è Halford, visibilmente emozionato. Prova magistrale quella messa a segno dai Defenders of the Faith. Serata incredibile.

Setlist:

War Pigs (intro)
Faithkeepers (intro)
You've Got Another Thing Comin'
Metal Gods
Breaking the Law
The Ripper
The Sentinel
Desert Plains
Lightning Strike
Turbo Lover
Steeler
Delivering the Goods
Panic Attack
Victim of Changes
No Surrender
Painkiller

Encore:

The Hellion (intro)
Electric Eye
Hell Bent for Leather
Living After Midnight
We Are the Champions (outro)

Conclusioni

Serata epocale quella vissuta al Parco San Valentino di Pordenone. I Nevermore sono tornati in scena con una formazione rocciosa, che dal vivo non teme il confronto con nessuno. I nuovi innesti hanno dimostrato di possedere un livello qualitativo elevatissimo. La curiosità di scoprire cosa sapranno fare su disco è davvero tanta. La vera prova del nove sarà proprio il nuovo album. Dal vivo, intanto, risultano una band da non perdere. I Judas Priest hanno regalato una prestazione incredibile, che assume ancora più significato se consideriamo l’età anagrafica dei singoli. Nella carta d’identità di Rob Halford sono conteggiate settantacinque primavere, in quella di Ian Hill settantaquattro e per Scott Travis sono sessantacinque. La prova della compagine inglese è stata intensa, carica di adrenalina, vissuta con entusiasmo dalla folla presente. E come sottolineato in sede di analisi, lo show di questa sera si è rivelato nettamente più efficace rispetto a quelli a cui abbiamo assistito nel recente passato. I Judas Priest hanno ancora tanta energia da spendere, inutile nasconderlo. Noi ci fermiamo qui e, come sempre, l’appuntamento è per il prossimo concerto. Horns up!

Marco Donè

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