Live report: Michael Angelo Batio, Pecora Nera Country Pub, Cassano delle Murge (Ba), 7 agosto 2026
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Live report: Michael Angelo Batio, Pecora Nera Country Pub, Cassano delle Murge (Ba), 7 agosto 2026

A cura di Leonardo Ascatigno e Pasquale Ninni Nella tradizione popolare, i luoghi più reconditi sono spesso quelli chiamati a custodire i misteri più

di Pasquale Ninni e Leonardo Ascatigno 12 Agosto 2026 - 22:10
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A cura di Leonardo Ascatigno e Pasquale Ninni

Nella tradizione popolare, i luoghi più reconditi sono spesso quelli chiamati a custodire i misteri più grandi: Platone, con la caverna, trasforma un luogo oscuro e nascosto nel simbolo della conoscenza; il dio Mitra, dopo essere nato dalla roccia, compie il sacrificio del toro (tauroctonia) in una grotta; nella tradizione cristiana, la grotta di Betlemme diventa il luogo della Natività; nelle fiabe europee il bosco è il luogo in cui si entra per perdersi e dal quale si esce trasformati; il pozzo, la cui simbologia è molto antica, è qualcosa di quotidiano e concreto, ma la sua profondità nasconde ciò che non si può vedere, in definitiva è un elemento ordinario del paesaggio che diventa una porta verso l'invisibile. In questo solco si inserisce il Pecora Nera Country Pub di Cassano delle Murge (Ba) che, incarnando la cultura romana del genius loci, si caratterizza per una propria identità, una memoria, uno spirito, una storia che lo rende diverso da qualsiasi altro.

Il locale rappresenta un luogo apparentemente periferico, ma che diventa centrale grazie a ciò che custodisce e che è in grado di realizzare, attraversando da sempre anche le congiunture sfavorevoli (per dirla alla Braudel), nell'ambito della musica live. Da sempre il Pecora Nera graffia il panorama musicale con delle proposte assolutamente interessanti costituendo, ogni volta, un precedente pericolosissimo in chiave futura, poiché alza il livello e fa sì che ci si aspetti sempre qualcosa di più.

A volte certi exploit musicali si caratterizzano e quasi si richiamano l'un l'altro, profumando al tempo stesso di impresa e di leggenda. Il pensiero allora corre a quella fortissima scossa tellurica che ha mosso le terre del Pecora Nera , e di tutta la Terra di Bari, il 7 agosto 2026, allorquando il guitar hero Michael Angelo Batio (Nitro, Manowar) ha calcato il palco mettendo in scena il miracolo laico di una vita diretta e orientata a preservare la forma artistica, oltre che fisica, e la carriera, mantenendo intatte le motivazioni e facendo scivolare gli spettatori in quelle sponde d'altri mondi (cit. De André) dove le aspettative si allargano all'interno di storie che romanticamente fanno sognare e stupire.

Il richiamo di cui si è fatta menzione unisce le “magnifiche sorti” (cit. Leopardi) di Michael Angelo Batio con quelle “inaccessibili per i deboli” (cit. Hugo) delle bravissime Maneaters, a cui è affidato il compito di aprire il concerto del chitarrista americano e di preparare inoltre i tumulti endogeni del numeroso pubblico presente, il quale ha avuto il privilegio raro di assistere a una grande serata di musica in modalità assolutamente gratuita. Il trio propone, tra gli altri, brani della loro ultima fatica musicale: Crave.

Ci sono lacrime che rigano il volto, scavando solchi di polvere, sudore, fatica e tristezza; poi ci sono lacrime benedette che lavano via le scorie dell’anima e fanno ricordare cosa sia la felicità. Anche questo fanno le Maneaters: riescono a scolpire un’atmosfera esaltante che riconduce poeticamente gli spettatori in uno spazio sospeso di inconsueta bellezza.

Il trio, composto da Miriam Maiorano, Teresa Milani e Alessia Amendolagine, per dirla alla Omar Pedrini propone una mescolanza di gran qualità, fatta di un sound metal ruvido e sporco, intriso di atmosfere grunge. La loro esibizione, sin dall’inizio, le pone oltre le colonne d’Ercole della musica live: anche questo è un buon motivo per ripercorrere il viaggio esaltante della serata.

Da sempre la letteratura, la filosofia e la tradizione culturale ci ricordano che ciò che appare quotidiano, semplice o apparentemente insignificante può custodire qualcosa di straordinario. È il caso della celebre madeleine di Proust: un dolce assolutamente comune che, intinto nel tè, diventa la scintilla capace di spalancare le porte della memoria e restituire al narratore un intero mondo perduto. È, in fondo, la stessa intuizione esistente nella filosofia di Aristotele, per il quale la meraviglia nasce quando ciò che ci è familiare smette improvvisamente di apparirci scontato. Persino il mito di Mida, con il suo potere di trasformare in oro tutto ciò che tocca, può essere letto in questa prospettiva: ciò che è ordinario può acquistare un valore straordinario attraverso uno sguardo, un gesto, una capacità di trasformazione.

Entrando in medias res nell’esibizione è proprio da questa prospettiva che bisogna collocarsi per godere delle Maneaters. La loro forza non risiede nella ricerca ossessiva della complessità, né nella necessità di costruire sovrastrutture per dimostrare qualcosa, ma nella capacità di prendere elementi conosciuti e renderli propri. Non servono virtuosismi ostentati o soluzioni sonore fini a sé stesse quando idee semplici, se trattate con gusto e personalità, possono rivelarsi molto più efficaci. La semplicità, nelle loro mani, non è mai sinonimo di banalità: diventa piuttosto uno strumento attraverso il quale costruire un'identità riconoscibile, immediata e autentica.

Come la Madeleine di Proust, anche una melodia apparentemente semplice può diventare qualcosa di più quando trova il modo giusto di arrivare all'ascoltatore. È forse proprio qui che sta il merito delle Maneaters: non hanno bisogno di complicare ciò che funziona. Sanno scrivere e suonare musica che arriva diretta, che possiede carattere e che, proprio nella sua naturalezza, riesce a sorprendere. Perché l'originalità non consiste necessariamente nell'inventare qualcosa che non è mai esistito, ma anche nel riuscire a far ascoltare in modo nuovo qualcosa che, fino a un attimo prima, si pensava di conoscere già. Quindi le Maneaters, nel panorama discutibile e deludente dell’underground, si muovono come un personaggio a colori all’interno di un film in bianco e nero. Una band dai gesti importanti, spontanei e bellissimi, di cui, in un mondo musicale molto spesso di plastica, se ne sentiva, e se ne sente, il disperato bisogno.

Al termine della loro esibizione pochi minuti per il cambio palco e Michael Angelo Batio è già pronto accompagnato da Francesco Caporaletti al basso e Roberto Pirami alla batteria, musicisti già noti e che si dimostreranno professionisti di grande spicco.

Si parte con l'intro di Cowboys From Hell dei Pantera (tributo a Dimebag Darrell) che apre un medley a loro dedicato. Per chi conosce Batio sa benissimo cosa aspettarsi: riff corposi e migliaia di dita al secondo che svolazzano sulla tastiera della sua Dean da una parte all'altra del manico. Questo, tuttavia, non è certo un modo approssimativo di descrivere un artista che, alle spalle, vanta decenni di carriera costruita con merito, coerenza e autorevolezza.

Il suo spirito, a tratti ancora adolescenziale nell'affrontare un'esibizione, è a dir poco invidiabile. Pochi fronzoli, qualche divertente aneddoto raccontato al microfono, tra Eddie Van Halen, Randy Rhoads e altri numi tutelari, e tanta, tantissima velocità.

È da questi ultimi che poi Batio ha estrapolato altri medley, un po' nello stile da "masterclass". Da Panama a Running With The Devil, da Mr. Crowley a Crazy Train. Tutto ben definito, magistralmente suonato da una sessione ritmica chirurgica e sempre sul pezzo; uno spettacolo di circa 75 minuti di totale abbandono chitarristico, quasi uno show motivazionale per gli aspiranti chitarristi sotto il palco (ma non solo, ovviamente) che hanno contribuito a creare una bella atmosfera di festa a base di sano rock'n'roll.

Scale al fulmicotone, sweep picking lungo tutta la tastiera e una pulizia di fondo sulla plettrata alternata come sempre aliena, sul palco Michael Angelo Batio è la "solita" conferma tecnico-stilistica.

Poi arriva il momento che tutti aspettano: l'ingresso della Double Guitar, da suonare specularmente con la mano destra e con la sinistra. Non semplice arte scenica per chi ha avuto il piacere di studiare alcune delle note di questo grande artista, ma un vero e proprio inno all'esagerazione strumentale elevata a stile di vita. Un momento tanto epico tanto esagerato ma senza dubbio adrenalinico e di grande impatto.

Non sorprende, dunque, che il nostro axeman sia entrato di diritto nella line-up di Eric Adams e soci. C'è spazio anche per alcuni brani originali tratti da Shred Force One, tra cui No Boundaries e la bellissima Rainforest, nella quale riecheggiano, in alcuni passaggi, le atmosfere di Wherever I May Roam dei Metallica. È proprio a Kirk Hammett l'ultimo tributo sonoro, con i classici For Whom the Bell Tolls, Master Of Puppets ed Enter Sandman (solo per citarne alcune).

Non una sbavatura insomma, decisamente più in forma che in altre situazioni.

Alla fine resta soprattutto una sensazione: quella di aver assistito non soltanto all'esibizione di un grande chitarrista, ma alla celebrazione autentica di un modo di intendere il rock e la musica in generale. Anni, esperienza e tecnica non hanno scalfito di un millimetro quella voglia quasi adolescenziale di suonare, di stupire, di spingere ogni nota oltre il limite. Anzi, l'hanno resa ancora più consapevole.

Forse è proprio questo il segreto: dietro la velocità, gli eccessi, la Double Guitar e uno spettacolo che non concede tregua, rimane una cosa tremendamente semplice e, proprio per questo, tremendamente difficile da ottenere: la voglia di fare bella musica e di divertirsi facendola. È questa la cifra di un artista che non ha bisogno di dimostrare di essere una leggenda, perché continua semplicemente a comportarsi come un musicista innamorato del proprio strumento.

Poi, quando dopo decenni di carriera, si riesce ancora a salire su un palco con quella fame, quella tecnica e quello stesso entusiasmo, allora non si è soltanto sopravvissuti alla storia del rock: si continua, a pieno titolo, a esserne protagonisti.

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