Live Report: Brutal Assault 2026 @ Fortezza Josefov, Jaromer (Repubblica Ceca) – dal 5 al 8 agosto 2026
È dallo scorso agosto, quando lasciandomi alle spalle le mura della Fortezza per eccellenza vennero annunciati già i primi nomi per questa edizione #29, che il mio conto alla rovescia per il 5-6-7-8 agosto 2026 è iniziato. Chiamarle vacanze è sbagliato, visto che sono stati 4 giorni di poco dormire e sana devastazione, ma vi assicuro che ne è valsa assolutamente la pena, per chi come me ama la dimensione live più di ogni altra cosa.
Anche quest’anno è andato tutto molto bene, aspettative ampiamente soddisfatte sotto tutti i punti di vista e meteo clemente, se non fosse per il caldo anomalo patito anche qui soprattutto il primo giorno. Mi viene difficile descrivere le emozioni che ho provato in questo mia terza esperienza consecutiva al Brutal Assault, ma ho provato a descrivervi quanto più nel dettaglio questo festival, per invogliarvi ad infoltire ancora di più il pubblico italiano alla prossima edizione, la #30 di cui si sanno già le date e i primi nomi. Leggete fino alla fine questo mio Live Report fiume e scoprirete ulteriori dettagli.
Con il ritmo delle proprie giornate scandito solamente dalla voglia di vedere un concerto o fare altro tra le varie alternative presenti all’interno della Fortezza di Josefov, che vi ho raccontato nell’ “Introduzione al Brutal Assault 2026”, addentriamoci finalmente nel racconto del mio personalissimo Brutal Asssault edizione #29.
Buona lettura.

Giorno 1 – mercoledì 5 agosto 2026
Un appuntamento imperdibile dicevamo, per l’organizzazione impeccabile, per la varietà di alternative alla musica presenti all’interno della Fortezza e soprattutto, visto che noi di TrueMetal.it siamo qui principalmente per la musica, per l’offerta di generi musicali che accontenta davvero tutti.
Come sempre, era prevista una serata di warm-up, che si è tenuta sempre all’interno della Fortezza, il giorno precedente all’inizio del festival vero e proprio. Martedì 4 agosto 2026 otto band si sono esibite sull’Obscure Stage: MORDLOCH, PATRIARCHA, NAHUM, PRVNÍ HOŘE, FILTH, MORAX, AHAB, THE LAWS e 2 band si sono esibite invece sul KAL Stage: OCTOPOULPE, BOLEHLAV, ma non ero ancora arrivata in zona per cui me le sono perse.
Il mio di Brutal Assault edizione #29 invece è iniziato ufficialmente mercoledì 5 agosto, con il ritiro al banco accrediti del wristband, il classico braccialetto che permette l’accesso cashless a quasi tutti i festival oramai. Include un chip per i pagamenti, con possibilità di rimborso della cifra non utilizzata già a partire dal martedì successivo la fine dell’evento. In tutta l’area è stato quindi possibile fare pagamenti solo ed esclusivamente tramite il bracciale, ricaricabile comodamente, tramite carta di credito ma anche contanti, nei vari “Top-Up Point” sparsi all’interno della Fortezza o direttamente dall’App. Cibo, bevande, merchandise ufficiale del Brutal Assault e della band, banchetti di altri venditori, tutto passa dal cashless, un sistema comodissimo che elimina la necessità di portare sempre dietro i soldi e anche di convertirli nella moneta locale, non sempre conveniente.

Alcune sovrapposizioni già dal primo giorno mi hanno costretto a scegliere, ma, selezione fatta e App sempre a portata di mano, assolutamente a discrezione personale, via si parte, ecco che finalmente il conto alla rovescia è finito.
Spetta ai 200 STAB WOUNDS aprire ufficialmente la mia prima giornata di questo Brutal Assault #29, che alle 13.30 salgono sull’Obscure, un palco più piccolo rispetto ai due principali, ma non per questo minore come importanza, anzi. Vedremo nel corso dei giorni come si rivelerà una scelta sbagliata per alcune band che hanno riempito all’inverosimile l’area antistante il palco. Ma andiamo con ordine. I 200 Stab Wounds sono una band americana di death metal che ha offerto al pubblico già numeroso un mix intransigente di riff brutali, atmosfera cupa e umorismo nero. Temi gore allo stesso tempo divertenti e terrificanti. La loro musica è come un coltello da macellaio: precisa, dura e implacabile. Ottimo inizio di giornata quindi.
Spostandoci sul Marshall, uno dei due palchi grandi, troviamo i VENDED, forse meglio conosciuti come il gruppo di alcuni dei figli dei componenti degli Slipknot. Sono un quintetto di giovani musicisti di Des Moines, che sfruttano velocità, potenza e precisione, traendo ispirazione dalla musica dei loro genitori, manco a dirlo.

Non propongono nulla di nuovo quindi, ma quello che fanno o rifanno, sarebbe più onesto dire, è carico di spinta giovanile e un'energia inarrestabile, e va bene così. Impressionante la somiglianza in tutto e per tutto di Griffin Taylor al ben più noto papà, e credo proprio che questa associazione con la nota band dell’Iowa non li lascerà mai.
Spostandoci sul palco a lato, lo Sea Shepherd, è ora di un po' di nostalgia. Sono tornati infatti i giganti del power/thrash metal americano, METAL CHURCH. Riff veloci e tecnici con linee melodiche e voci carismatiche che ci accompagnano dal 1980, guadagnandosi un posto chiave nella scena metal statunitense e influenzando non solo i loro contemporanei ma anche le generazioni successive. Nel corso della loro carriera, i Metal Church hanno pubblicato numerosi album, dimostrando la loro capacità di unire pesantezza, melodia e atmosfera.

La band ha subito diversi cambi di formazione, ma ha sempre mantenuto la sua energia distintiva e il suo approccio alla musica. Dal vivo, i Metal Church si presentano come una forza dinamica e inflessibile, capace di catturare sia i fan di lunga data sia i nuovi arrivati nella scena metal, e la presenza al basso di David Ellefson (ex Megadeth) è stata la ciliegina sulla torta per questa ottima prestazione, carica di professionalità e passione.
Tornando invece sull’Obscure cambiamo completamente atmosfera con gli ELDER. Una band che trasforma il doom e il rock psichedelico in paesaggi sonori monumentali, dove riff pesanti e ipnotici si intrecciano con melodie eteree e passaggi progressivi. La loro musica sembra un'odissea fluida, spesso onirica, che racconta una storia piena di tensione, oscura e affascinante al tempo stesso. Gli Elder dimostrano sul palco del Brutal Assault che il metal può essere non solo aggressivo ma anche introspettivo e ipnotico.
Ritorniamo su uno dei due palchi principali per la tanto attesa da molti esibizione dei NEVERMORE, tornati sulla scena mondiale con non poche polemiche al seguito. Dal 1992, questa band di Seattle ha costruito la sua musica su una fusione di precisione tecnica con una profonda malinconia e testi introspettivi, senza mai sentirsi autoindulgente. La voce di Warrel Dane poteva trasformare qualsiasi canzone in una dichiarazione emotiva intensa, mentre Jeff Loomis creava riff di chitarra e assoli incredibilmente creativi la cui complessità metteva tutti a dura prova. Dopo sette album in studio e la morte del loro frontman, i Nevermore sono andati in pausa, e per molto tempo sembrava che non sarebbero mai più stati visti dal vivo. Questo è cambiato nel 2025, quando i Nevermore hanno annunciato una reunion sotto forma di diversi concerti, incluso quello che prometteva di essere uno spettacolo assolutamente straordinario alla Fortezza Josefov, e così è stato.

La rinnovata line-up dei Nevermore unisce i fondatori storici Jeff Loomis (chitarra) e Van Williams (batteria), a nuovi elementi selezionati per dare inizio a un nuovo capitolo artistico: Berzan Önen (voce), Jack Cattoi (chitarra) e Semir Özerkan (basso). Un grande ritorno che come sempre in questi casi apre un divario tra i fan. Ho visto gente cantare a squarciagola le loro storiche canzoni, con una lacrimuccia pronta a scendere, e altri passare oltre con fare scettico per non dire indignato di fronte alla loro (discutibile) scelta di ritornare sui palchi di tutto il mondo. Personalmente non so ancora da che parte stare, ma li rivedrò a settembre in apertura ai leggendari Judas Priest, e sarà un’altra occasione per decidere.
Finalmente dopo quasi 15 anni rivedo i KYLESA, iconica band sludge/doom americana che mi è sempre piaciuta molto. Il quintetto di Savannah, Georgia, è stato formato nel 2001 da Phillip Cope e Laura Pleasants, ancora oggi presenti fortunamente. La loro musica è definita da riff di chitarra densi, ritmi pesanti arricchiti da voci alterne maschile e femminile, e un forte elemento psichedelico. Col tempo, la band si è evoluta dai loro inizi grezzi con lo sludge/hardcore verso un sound stoner rock arricchito da elementi di doom metal, passaggi atmosferici e persino alcuni momenti melodici.

Dopo aver pubblicato il settimo album, “Exhausting Fire”, nel 2015, i Kylesa annunciarono una pausa che sembrava la fine della strada. Non sempre la parola fine ha un’accezione rigorosamente eterna, e infatti nell'agosto 2024, la band ha annunciato che sarebbe tornata nel 2025 con una serie di concerti per celebrare il loro 25° anniversario. Il pubblico qui presente insieme a me all’Obscure Stage potranno quindi poter dire di avere rivissuto finalmente live la loro miscela unica di aggressività e psichedelia, un ritorno che ricorderemo a lungo, peccato solo per i 15 minuti di esibizione in meno, non recuperati per non danneggiare i tempi dei gruppi dopo.
Sapete che ci vuole ora? Un bel bicchiere di frutta fresca e un furgone di pompieri, sempre presente al festival, che arriva prontamente a dare una rinfrescata al pubblico, decisamente accaldato dopo queste ore passate sotto il sole oggi particolarmente cocente.

Torniamo poi subito allo Sea Shepherd per i MUNICIPAL WASTE. La band americana crossover thrash formata nel 2001 a Richmond, Virginia, nota per la loro musica ad alta energia, veloce e senza compromessi che fonde thrash metal, hardcore punk e da un’attitudine festaiola che non guasta mai. Fin dall'inizio, la band ha adottato un approccio senza limiti: i loro testi sono spesso pieni di umorismo nero, riferimenti a film horror, eccessi alimentati dall'alcol e temi post-apocalittici, creando un mix unico di aggressività e irriverenza giocosa. Il loro successo arrivò con l'album “Hazardous Mutation” (2005), che gli valse uno status di culto tra una nuova generazione di fan del thrash, seguito da “The Art of Partying” (2007), un album il cui titolo da solo racchiudeva perfettamente l'identità della band come fenomeno di "party thrash". Le loro esibizioni dal vivo sono rinomate per la loro intensità e atmosfera caotica, dove la band e il pubblico funzionano come un unico turbine alimentato dal thrash, e oggi non è stato certo da meno. Circle e mosh pit come non ci fosse un domani, crowd surfing incessanti dove la fiducia reciproca tra i fan è essenziale come lo è anche l’aiuto dei tanti addetti alla sicurezza pronti ad acchiapparli al volo e metterli in salvo. Ne approfitto per ringraziare a nome di tutto il pubblico questi eroi e vi riporto una giustissima frase che compariva spesso sui maxischermi proprio a riguardo:
“not all heroes wear hair”
Alludendo ironicamente al fatto che quasi tutti gli addetti alla sicurezza mancavano di capelli, ma non certo di muscoli e forza.
In oltre due decenni, i Municipal Waste hanno consolidato la loro posizione come una delle band più influenti dell'ondata moderna di thrash/crossover, dimostrando che il thrash può essere sia aggressivo che irresistibilmente divertente, e quest’oggi sul palco del Brutal Assault #29 lo hanno ampiamente confermato.
È calato finalmente il buio quando salgono sul palco i TRIPTYKON, band fondata da Tom Gabriel Fischer, noto anche come Tom G. Warrior. I leggendari Celtic Frost non ci sono più da tempo ahimè, ma per continuare la sua esplorazione di forme estreme e sperimentali di metal, questa volta con un approccio ancora più oscuro e introspettivo, ha pensato bene di creare questo nuovo gruppo. Emergendo dalle oscure profondità della scena musicale svizzera, i Triptykon attirarono subito l'attenzione con il loro suono pesante, atmosferico e inflessibile, fondendo elementi di doom, black e death metal con un'atmosfera apocalittica, creando spesso brani che sembrano meditazioni sulla morte, la perdita e questioni esistenziali.

Album come *Eparistera Daimones* (2010) e *Melana Chasmata* (2014) dimostrano la capacità di Fischer di creare paesaggi sonori monumentali dove la brutalità metal si intreccia con elementi progressivi e d'avanguardia, mentre i dettagli strumentali e l'espressività vocale aggiungono profondità ipnotica alle composizioni. I Triptykon si sono guadagnati una reputazione non solo per la loro maestria musicale, ma anche per le loro esibizioni dal vivo, note per la loro intensità e capacità di immergere il pubblico nel profondo e cupo mondo della band, come accaduto durante la loro esibizione di questa sera in quel di Jaromer, confermandosi uno dei progetti più rispettati e influenti nel metal estremo contemporaneo.
Pochissimi minuti di pausa ci separano dall’esibizione degli AMENRA, tra gli artisti più distintivi della scena post-metal europea. Dalla loro formazione alla fine degli anni '90, il collettivo belga si è costruito una reputazione per creare musica eccezionalmente intensa che fonde il peso schiacciante dello sludge metal con la profondità emotiva del post-rock. Il loro suono è cupo, lento e deliberato, ma mai autoindulgente: ogni tono ha uno scopo, ogni silenzio porta un significato. Gli Amenra dal vivo non si affidano allo spettacolo, ma all'onestà e alla capacità di offrire un'esperienza profondamente personale, che ognuno può vivere come meglio crede. Il frontman Colin H. van Eeckhout è diventato l'incarnazione di questa onestà.La sua voce oscilla tra urla angosciate e sussurri quasi meditativi, entrambi ugualmente sinceri. I loro testi spesso esplorano temi di perdita, fede, dolore e speranza, meno come narrazioni e più come stati emotivi.

Nel silenzio tra una nota e l'altra, spesso si dice di più che nelle parole di un testo, lo sappiamo. Gli spettacoli dal vivo di Amenra si sono guadagnati una reputazione per la loro intensità rituale, ed ero curiosa di vederli non avendone mai avuta l’occasione prima. La band si esibisce in luce fioca, spesso di spalle alla folla, creando un'atmosfera di concentrazione e riverenza. Il pubblico diventa parte di questo atipico concerto: un'esperienza condivisa in cui il suono si trasforma in catarsi. Immagini minimaliste, proiezioni in bianco e nero e un uso deliberato della luce rafforzano la gravità spirituale delle loro interpretazioni. Gli Amenra nel corso della loro carriera sono diventati un vero e proprio fenomeno culturale che dimostra come ci sia spazio per la profondità, la riflessione e l'umanità anche negli angoli più estremi della musica, e il primo giorno di Brutal Assault 26 è stato un perfetto palcoscenico per dimostrarlo.
E con non poca stanchezza in corpo, resisto e vedo anche l’ultima esibizione di quest’oggi, per quanto mi riguarda. Torno quindi per un’ultima volta sull’Obscure per vedere anche in questa sede i BATUSHKA, venuti spesso in Italia. Il profumo dell'incenso, il bagliore delle candele e i cori minacciosi in slavo ecclesiastico, rappresentano questo fenomeno chiamato Batushka. Fondendo perfettamente l'estetica della liturgia ortodossa orientale con la freddezza cruda del black metal, avvolti in pesanti paramenti (come non li invidio visto il caldo di oggi) e nascosti dietro maschere senza volto, portano sul palco un'esperienza teatrale che assomiglia molto più a un rituale oscuro che a un concerto standard.

La loro musica si basa su continui contrasti: chitarre profonde e accordate in basso creano enormi muri sonori, alternandosi tra passaggi devastanti, tremoli ronzanti e percussioni da mitragliatrice. A riempire tutto questo ci sono canti corali ipnotici che ti trasportano nella fredda navata di un tempio abbandonato. Batushka è diventato oramai sinonimo di uno spettacolo visivamente coinvolgente in cui ogni movimento fa parte di un insieme più grande. La Fortezza di Josefov si è trasformata in una cattedrale piena di anime dannate, che hanno assistito tutte insieme ad un sermone impossibile da dimenticare.
Ci rivediamo domani, per il secondo giorno di questa 29ma edizione di Brutal Assault.
Giorno 2 – giovedì 6 agosto 2026
Rieccomi, dopo un’abbondante colazione e due tazze di un pessimo caffè tornare sul terreno della fortezza per eccellenza e iniziare la seconda giornata di devastazione con tutti i gruppi da me selezionati che si alterneranno sui due palchi principali, Marshall & Sea Shepherd, e spesso anche sull’Obscure.
A fine giornata dovrei contare i passi fatti…il mio dietologo sarebbe fiero di me, se non fosse che ho bevuto mediamente 2 birre, mangiato 1 gelato e bevuto almeno 1 Jägermeister, che tra l’altro qui ho scoperto già dall’anno scorso nella versione orange, l’etichetta riportava con arance siciliane, ho i miei dubbi a riguardo ma era comunque buono.
Oggi sarà anche l’occasione di sfruttare al meglio il “natural stand”, ovvero la collinetta posta di fronte ai due main-stage dove si può stare seduti sulle numerose panche in legno presenti o anche comodamente spaparanzati nell’erba. Come detto nell’”Introduzione al Brutal Assault 2026”, che vi invito nuovamente a leggere se non già fatto, l’accesso a quest’area è acquistabile con un biglietto a parte oppure, per chi come me ha deciso di soggiornare in una delle tante proposte convenzionate con il festival, è un servizio, come la navetta, incluso nell’acquisto del pernottamento.
A dar fuoco alle polveri, alle 12.20 ci pensano gli americani DECEASED, on the road dal 1985, senza dubbio tra i pionieri del metal estremo. Il loro sound si colloca a metà strada tra death e thrash metal, mentre la band non ha mai abbandonato la sua energia cruda e diretta, fin dal loro debutto “Luck of the Corpse” (1991), i Deceased si sono costruiti una reputazione come gruppo che onora le radici del genere tracciando al contempo un proprio percorso autentico e senza compromessi. La loro musica fonde velocità e aggressività con un'atmosfera cupa che ricorda i vecchi film horror e gli incubi trasformati in suoni, e una sana dose di irriverenza.

Il frontman King Fowley è un personaggio: noto non solo per la sua inconfondibile interpretazione vocale, ma anche come la forza trainante che ha tenuto insieme la band per decenni. I Deceased confermano di essere una pietra miliare dell'underground americano, e sono un promemoria vivente che il metal può essere brutale, divertente e fedele alle sue radici allo stesso tempo.
Seguono a ruota i SANGUISUGABOGG, band death metal che fonde brutalità implacabile con una dose inaspettata di umorismo nero. La loro musica è ricca di riff schiaccianti, pattern di batteria a raffica e voci gutturali che colpiscono come un martello pneumatico, ma gioca anche con elementi assurdi e grotteschi che le conferiscono una personalità distinta.

Dal vivo, la loro energia esplode, immergendo il pubblico in un vortice intenso e caotico che è sia terrificante che coinvolgente, esattamente come vogliono questi ragazzi che sanno trascinare il pubblico del Brutal Assault #29 in un caotico vortice di circle e mosh pit selvaggi. Senza risparmiarsi un attimo, nonostante il sole a picco sulle nostre teste, ci offrono una dinamica ed energica esibizione dal vivo che ha colpito nel segno.
Arriviamo ora alla prima rivelazione di questo mio terzo Brutal Assault. I BLACKBRAID, nome relativamente nuovo sulla scena metal, progetto fondato dal musicista Sgah'gahsowáh, che proviene dagli Irochesi, una comunità indigena nordamericana. Il progetto è nato nel 2022 con l'album di debutto “Blackbraid I”, che ha subito attirato l'attenzione per la sua insolita combinazione di tecniche tradizionali scandinave del black metal e elementi musicali indigeni nordamericani. Musicalmente, presenta riff freddi e melodici, tremolo picking veloce e un'atmosfera grezza, spesso accompagnata da passaggi acustici, flauti o suoni ambientali naturali. Questa fusione conferisce alla musica dei Blackbraid una profonda dimensione spirituale, collegando il metal estremo alle tradizioni e ai paesaggi del Nord America. Dal punto di vista dei testi, i Blackbraid si concentrano su temi legati alla natura, alla spiritualità e all'eredità delle culture indigene, spesso riflettendo rabbia verso il colonialismo, la perdita di identità e la distruzione della terra, ma anche orgoglio, forza e resilienza. Il secondo album, “Blackbraid II” (2023), ha ampliato la portata musicale e concettuale del progetto, consolidandone la posizione come uno dei nuovi gruppi più coinvolgenti del black metal contemporaneo. Sgah'gahsowáh ha creato un'opera autentica sia musicalmente che ideologicamente, il progetto fonde l'oscurità del genere con un genuino rispetto per la natura e il patrimonio spirituale, offrendo una prospettiva unica e profondamente personale sul black metal del XXI secolo. Nel 2025 è stato pubblicato il terzo album, “Blackbraid III”, e Sgah'gahsowáh l’ha portato alla Fortezza Josefov in questo secondo giorno di Brutal Assault, ricevendo un ottimo riscontro dal pubblico presente sotto il palco dell’Obscure nonostante l’afa che non ci dà tregua neanche oggi.
Veniamo ora ad un’esibizione a dir poco singolare alla quale ho assistito dopo essermi meritatamente presa un ottimo gelano mentre mi spostato di nuovo dall’altra parte dell’area.
Non conoscevo affatto i finlandesi WALTARI, nonostante si siano formati nella seconda metà degli anni '80 a Helsinki, non proprio l’altro ieri insomma. Lo stile del gruppo è rappresentato da un eclettico crossover con influenze rock, hip hop e industrial. La maggior parte della musica è scritta dal carismatico Kärtsy Hatakka. Quando questi visionari pubblicarono il loro album “Yeah! Yeah! Die! Die! Death Metal Symphony in Deep C” nel 1995, il mondo della musica rimase incredulo. Kärtsy Hatakka e la sua banda raggiunsero l'impensabile: fondere un death metal schiacciante con la grandiosità di un'orchestra sinfonica e voci operistiche, molto prima che tali crossover fossero anche solo immaginati da altri. Non era solo un trucco a buon mercato;

Fu un manifesto artistico totale che ridefinì l'approccio progressista alla musica estrema. Quest'anno ricorre esattamente 30 anni dalla pubblicazione di questo capolavoro visionario, e Brutal Assault ospiterà l'unica celebrazione dell'anniversario di questo traguardo. I Waltari saliranno sul palco della fortezza con una formazione speciale assemblata esclusivamente per questa occasione, affiancata dalla Bohemian Symphony Orchestra di Praga. È un tributo al coraggio, alla creatività e allo spirito di sfida di una band che non ha mai temuto di andare controcorrente. I Waltari sono la prova vivente che “il rock è un atteggiamento” e la loro collaborazione con un'orchestra sinfonica dimostra che il festival non teme di superare i confini di genere e di offrire al pubblico esperienze artistiche di altissimo livello. Ci sarebbe molto altro da dire su di loro, ma per questo contesto direi che può bastare. Vi posso garantire che la loro performance ha stupito tutti quanti e se ci fosse stata un po' meno parte puramente orchestrale e più musica metal avrei valutato ancora più positivamente anche io, ma sinceramente mi hanno annoiato un poco i brani puramente sinfonici.
Non fanno proprio per me queste come altre sonorità presenti all’interno delle mura della Fortezza ma come oramai avrete capito, basta andare altrove, spostarmi di qualche metro o poco più, e si trova certamente qualcosa di proprio gradimento.
Come lo scorso anno, il festival dedica gran parte delle sue mura e cunicoli all’esibizione della cosiddetta “Brutal Art” e quest’anno il titolo della mostra che ho visitato con molto piacere era “Zbigniew Bielak, The Devil in detail (album art exhibition)“. Questo artista polacco, per altro presente in loco e disponibile a fare foto e autografi, illustratore e architetto, è noto soprattutto nel mondo musicale per le sue numerose illustrazioni di copertine di album, tra i quali Watain, Ghost, Mayhem, Carcass o ABSU.

Mentre visitavo questa bellissima mostra fotografica ho ascoltato l’esibizione sul piccolo palco Octagon dei PSYCHONAUT. Band belga post-metal formata nel 2011, la cui musica fonde elementi psichedelici, progressivi e sludge metal, ispirandosi agli anni '70 così come a gruppi più moderni. Riff pesanti, strutture poliritmiche e testi filosofici profondi, hanno consolidando la loro posizione come una delle band più coinvolgenti della scena metal belga contemporanea, e visto il riscontro ricevuto anche tra le mura della fortezza, direi che sono piaciuti molto anche qui in Repubblica Ceca, a me un po' meno sinceramente.
Subito dopo una al solito ottima cena annaffiato da altrettanta ottima birra, torniamo sullo Sea Shepherd per i BODY COUNT. La loro fusione unica di rap e heavy metal è nata nel lontano 1990 dal leggendario rapper Ice-T e dal chitarrista Ernie C a Los Angeles. Il loro suono grezzo e senza compromessi riflette le dure realtà della vita di strada e le frustrazioni della comunità afroamericana. Il loro album di debutto del 1992 suscitò una grande controversia, principalmente a causa del famigerato brano "Cop Killer", che suscitò forti reazioni sia nei media che nei politici, e accese anche un dibattito cruciale sulla libertà di espressione nella musica.

Nel corso degli anni, i Body Count sono rimasti fedeli al loro stile crudo, mescolando riff di chitarra schiaccianti con testi taglienti e carichi di energia sociale. Le parole di Ice-T colpiscono profondamente, affrontando violenza, razzismo, corruzione e ingiustizia, e la sua interpretazione senza scuse conferisce alla band un'autenticità senza pari. Anche dopo tre decenni, i Body Count godono rispetto sia dai fan che dalla critica, i loro concerti dal vivo sono pieni di energia indomita e sono un promemoria vivente che la ribellione nella musica è tutt'altro che morta. Al ritmo di ripetuti "Motherfucking” ci offrono una prestazione eccezionale, con un suono estremamente aggressivo che ci asfalta tutti, e sono “solo” le 20. Come arriverò alle 2 di notte? Lo scoprirete.

Qui arriva la prima pecca da parte degli organizzatori sulla scelta del palco Obscure, rivelatosi troppo piccolo per i DEICIDE, leggenda americana del death metal di Tampa, Florida, guidata dal carismatico e controverso frontman Glen Benton. Fin dall'inizio, la band si è affermata per il suo approccio intransigente sia alla musica che ai testi: riff veloci e brutali, batteria incessante e il growl profondo caratteristico di Benton, spesso sovrapposto a sovraincisioni vocali demoniache, hanno gettato le basi per un suono che è diventato un modello per generazioni di band death metal. Dal punto di vista dei testi, i Deicide non si sono mai tirati indietro dalla provocazione: i loro temi sono incentrati principalmente su immagini anti-cristiane e sataniche, che hanno portato loro notevoli controversie e attenzione anche al di fuori della scena metal.

Il loro album di debutto omonimo *Deicide* (1990) e il successivo *Legion* (1992) sono oggi considerati veri classici del genere e rimangono tra i dischi death metal più influenti di tutti i tempi. Nel corso degli anni, la band ha attraversato diversi cambi di formazione, eppure la presenza e la posizione intransigente di Benton sono rimaste la forza trainante che ha mantenuto in vita i Deicide. Sebbene la loro musica sia spesso percepita come estremamente estrema, hanno mantenuto una base di fan fedele e i loro concerti dal vivo sono rinomati per la loro intensità e ferocia crude. Per più di tre decenni, i Deicide hanno incarnato l'essenza stessa del death metal: aggressivo, oscuro, provocante e assolutamente resistente al compromesso e tra le mura della Fortezza ne abbiamo avuto la conferma, restando letteralmente senza parole dopo un’esibizione devastante come la loro.
Torniamo invece su uno dei due palchi principali per assistere ad un’altra esibizione alquanto singolare per il contesto, ma a quanto pare ben accolta da tutti i presenti, metallari intransigenti compresi. I CARPENTER BRUT non sono semplicemente synthwave o darksynth, che dir si voglia; rappresentano un rituale elettronico oscuro, intriso di neon, che si avvicina molto più al metal estremo di quanto ci si possa aspettare inizialmente. Franck Hueso, la mente dietro il progetto, adotta l'estetica degli anni '80, degli slasher di serie B e delle cassette VHS granulose. Tuttavia, invece di una nostalgia a buon mercato, offre ritmi aggressivi e distorti che tagliano l'aria con la stessa spietatezza di una motosega. La sua musica funge da colonna sonora per un film immaginario che mescola l'odore di gomma bruciata con sangue fresco.

Dal cult “Trilogy”, che ha definito efficacemente il genere "darksynth", alla saga concettuale di “Leather Teeth” e “Leather Terror”, Carpenter Brut dimostra che la musica elettronica può essere brutale, pesante e assolutamente inflessibile. Brani come "Disco Zombi Italia" o la sua inquietante interpretazione di "Maniac" , riproposti questa sera, sono diventati inni che infrangrono barriere di genere. Dal vivo, i Carpenter Brut non sono affatto una sessione statica da “premi pulsanti”, ma offrono uno spettacolo sostenuto da batteria e chitarre, con un'energia che costringe anche i metallari più malfidenti (come la sottoscritta) a ballare, o almeno provarci, nel mosh pit generale venutosi presto a creare ai piedi del natural stand.
Questo è stato un piacevole peccato per cui nessuno a Josefov si sente in colpa di aver commesso, tantomeno io che mai avrei pensato di riuscire ad assistere ad una loro intera esibizione. A volte è bello potersi ricredere riguardo una band, se lo si fa in positivo ovviamente.
È quasi mezzanotte, sono qui da oltre 12 ore e ancora voglio vedere un’ultima esibizione per oggi, ce la posso fare, me lo sento. Con un liquore tipico di queste parti in corpo ce la farò ancora meglio. Sfiziosi anche questi stand che offrono shot di vario tipo, anche non alcolici, perché qui al Brutal pensano proprio a tutto e tutti, astemi compresi.
È il momento ora di un altro concerto che attendevo con ansia, essendomi sfuggiti nelle loro ultime incursioni italiche, quello dei FU MANCHU. Questi veterani della Contea di Orange sono una vera e propria istituzione di stoner e desert rock. Mentre altri annegano nell'oscurità, i Fu Manchu offrono riff pesanti come macigni, definendo uno stile proprio in cui i Black Sabbath incontrano la cultura dello skateboarding anni '70. Scott Hill e gli altri componenti di questa storica band non complicano inutilmente le cose: si tratta solo di groove ipnotico, ritmi ripetuti e di un muro di chitarre che ti bloccano coi piedi a terra. Headbanging sfrenato e corpi che si muovono a ritmo, non solo tra le prime file. Volume al massimo, vibrazioni che ti scuotono dall’interno e una lezione su quanto il rock'n'roll debba suonare onesto e senza compromessi. Questo sono stati i Fu Manchu questa sera sul palco della ventinovesima edizione del Brutal Assault.
Finale di giornata col botto e un deciso cambio di registro con gli IMMOLATION, una delle forze più oscure e distintive del death metal americano da decenni. Dalla loro formazione alla fine degli anni '80, si sono costruiti una reputazione come band che si rifiuta di seguire le tendenze, tracciando invece una propria strada piena di chitarre dissonanti, strutture non ortodosse e un'atmosfera pesante, quasi ritualistica. La loro musica non si è mai basata su brutalità a buon mercato, creando invece un senso di disperazione e disagio che aumenta ad ogni album. Ciò che distingue di più gli Immolation è lo stile assolutamente inconfondibile di scrittura di Robert Vigna. Il suo lavoro di chitarra spesso sembra più vicino a composizioni oscure d'avanguardia che ai riff metal tradizionali, e insieme alla voce profonda e caratteristica di Ross Dolan, creano un suono impossibile da confondere con qualsiasi altra band death metal. Dal vivo, il loro materiale diventa ancora più intenso, non affidandosi alla sfarzosità ma alla concentrazione tecnica, al groove incessante e a un'atmosfera soffocante, che dimostra perché gli Immolation restano uno dei nomi più rispettati del metal estremo. Una fusione di caos e distruzione controllata con precisione, dopo la quale lascio alle mie spalle le mura della Fortezza con tantissima soddisfazione in corpo per aver resistito anche oggi fino all’1.30.
Anche il secondo giorno è trascorso quindi, frastornata ai limiti del balordo ma altrettanto soddisfatta, vado a stramazzarmi sulla navetta del ritorno.
Ce la farà la nostra eroina ad arrivare fino alla fine di questa avventura sana e salva? Lo scoprirete solo leggendo fino alla fine questo mio Live Report che spero non vi stia annoiando ma piuttosto invogliando a comprare il biglietto per la 30ma edizione di questo meraviglioso Festival.
Ce la farò anche st(r)avolta, vedrete.
Giorno 3 – venerdì 7 agosto 2026
La mattina del terzo giorno me la prendo comoda per girovagare, oltre che tra bancarelle e stand dove ho fatto incetta di cd mediamente venduti a 14 euro, anche nel villaggio militare presente tra le mura della fortezza, nella parte denominata Bastion X. Un vero e proprio quartier generale, con tanto di mezzi d’epoca esposti nonché un fabbro pronto a forgiare un qualsivoglia oggetto in stile brutal ovviamente.

Decido anche di prendermi il giusto tempo per visitare l’ospedale militare diventato museo completamente dedicata alle due guerre mondiali, principalmente la seconda. Pagando un biglietto di circa 4 euro ho visto residuati bellici, vestiario e riproduzioni di luoghi e ambienti perfettamente tenuti. Una vera chicca che consiglio tutti di andare a visitare se ne avete l’occasione tra un concerto e l’altro.
Il terzo giorno musicale invece inizia pochi prima di 12 con due live alternati sui palchi principali. Gli INTERNAL BLEEDING sono una leggenda americana del death metal di Long Island che ha avuto una grande influenza sullo sviluppo dello slam death metal sin dalla loro fondazione nel 1991.

Il loro sound combina riff groove brutali, breakdown schiaccianti e inaspettati cambi ritmici, rendendo ogni brano una storia devastante a sè. Nel corso della loro carriera hanno pubblicato diversi album fondamentali nella scena, tra cui *Voracious Contempt* e *The Extinction of Benevolence*, e oggi continuano a offrire composizioni molto intense. La loro musica è grezza, tecnica e senza compromessi, e anche questa esibizione dimostra perché gli Internal Bleeding restano uno dei nomi più rispettati del metal estremo.
Cambiamo totalmente atmosfere immergendoci nell’oscuro black metal dei polacchi HATE. Non c’è teatralità nella loro proposta ma affrontano questo genere di metal da un'angolazione cruda e rituale, combinando una pressione chitarristica incessante con un'atmosfera profondamente ipnotica. Guidata dal fondatore Adam "ATF Sinner" Buszko da oltre trent'anni, la band ha tracciato un percorso senza compromessi nell'underground del metal estremo. Dalle prime pubblicazioni cult come “Lord Is Avenger” fino a dischi chiave come “Morphosis” ed “Erebos”, fino alla loro acclamata trilogia moderna: “Tremendum, Auric Gates of Veles e Rugia” gli Hate hanno affinato il loro suono fino a trasformarlo in una forza formidabile.

Fondono senza soluzione di continuità l'intensità precisa del death metal polacco con tremoli black metal e mitologia slava arcaica. Sul palco, sono guidati da blastbeat schiaccianti, riff affilati come rasoi e una densità sonora travolgente che trascina il pubblico direttamente in un antico rito pagano. Nota di merito per il batterista Daniel Rutkowski che sotto il sole cocente di mezzogiorno ha suonato con face painting d’ordinanza, jeans lunghi, anfibi alti fino alle ginocchia, chiodo e circondato da un altare di fuochi, idolo indiscusso della terza giornata di Brutal Assault 26.
Dopo un pranzo a base di pollo e patate arrosto che sazierebbe anche un orco vista l’abbondanza, ecco che arriva un altro momento per me molto atteso, quello dell’esibizione dei CORROSION OF CONFORMITY, che hanno scelto la Sardegna lo scorso giugno come unica tappa italiana del loro tour e chissà se torneranno mai a farci visita. Formatisi nei primi anni ’80 nella Carolina del Nord, si sono affermati come una delle band più influenti della scena heavy metal underground americana. La loro carriera ha spaziato dall’hardcore punk grezzo e dal thrash abrasivo a un sound unico che fonde sludge, stoner e southern metal con sfumature blues. Con album epocali come “Blind“, “Deliverance“ e “Wiseblood“, la band ha influenzato un’intera generazione di musicisti grazie ai loro riff densi, ai groove potenti e al sound distintivo. Dopo quasi quattro decenni di carriera e un’eredità consolidata dal vivo e in studio, la band ha pubblicato lo scorso aprile un nuovo album “Good God, Bad Man“, che ci hanno fatto ascoltare oggi insieme ad altri loro brani più datati.La formazione attuale vede il nucleo storico della band intatta dagli anni 90 in poi con Pepper Keenan (voce e chitarra) nonché chitarrista dei Down, Woodroe Weatherman (chitarra) e l’innesto di Bobby Landgraf (basso) e Stanton Moore (batteria). I Corrosion of Conformity rappresentano una testimonianza monumentale dell'evoluzione musicale fatta nel modo giusto. Trasformandosi dalla furia grezza dell'hardcore punk anni '80 ai re indiscussi dello sludge del Sud e del rock pesante, hanno creato un suono denso di umidità e ruvidità. I C.O.C. non sono solo una band; sono un'istituzione che ha contribuito a definire il suono del Sud americano. La loro musica è intrisa di acqua paludosa, fumo e puro culto dei Black Sabbath, eppure mantengono quella terra punk essenziale sotto le unghie, portando con sé quel tipo di riff che ti costringono ad annuire, che tu lo voglia o no. Non si tratta di velocità frenetica; si tratta del puro peso di ogni nota e di un groove innegabile e spavaldo con abbastanza potenza da schiacciare i muri. Se cerchi una maestria onesta e senza fronzoli, i C.O.C. fanno davvero al caso tuo, e per quanto mi riguarda, il loro live di oggi è stato uno dei momenti clou della terza giornata di Brutal Assaut 26.
Subito dopo tocca agli americani ANIMALS AS LEADERS, che vedo oggi per la prima volta dal vivo, e sinceramente, non ne sono rimasta folgorata come mi sarei aspettata. Il trio guidato dal fenomenale Tosin Abasi abbatte i confini tra metal, jazz ed elettronica, creando un caleidoscopio di suoni che trascina l'ascoltatore in un universo parallelo. Non è una musica "facile" al primo ascolto, ma piuttosto un labirinto in cui ci si perde, non sempre volentieri, scoprendo nuovi percorsi, dettagli e strati a ogni ritorno.

La loro proposta è come la matematica tradotta in suoni: equazioni astratte trasformate in geometria musicale, dove ogni nota ha il suo posto accuratamente calcolato ma vive grazie alla libertà dell'improvvisazione. Gli Animals as Leaders dimostrano che la virtuosità tecnica può essere anche profondamente emotiva e colpire nel profondo. Mi riprometto di approfondire la loro conoscenza, magari su disco comodandomene spaparanzata sul divano tra le mura di casa credo mi sarà più semplice apprezzarli.
Oggi ammetto di essermi defilata quatta quatta prima della fine della loro esibizione per andare ad accaparrarmi un posto tra le prime file dell’Obscure e assistere all’esibizione tanto attesa da molti e sfumata all’ultimo lo scorso anno di ARTHUR BROWN. Dopo una performance cancellata al Brutal Assault 2025 per motivi di salute, Arthur Brown quest’anno non delude le aspettative dei tantissimi fan accorsi letteralmente da ogni dove per assistere alla sua esibizione.

Leggenda indiscutibile del rock psichedelico e shock, influenzò un'intera generazione di future star con il suo successo del 1968 "Fire”, riproposta oggi sull’Obscure Stage, con l’iconico elmo di fuoco posizionato sulla testa di un Arthur Brown che non sa cosa voglia dire invecchiare. L’istrionico artista, con il supporto della fedele assistente che presumo fosse la moglie, ha cambiato abito e costume ad ogni canzone, ha interagito col pubblico, ballato e ripercorso insieme a noi momenti cruciali della sua lunga carriera. Questa leggenda vivente che ha compiuto 84 anni lo scorso giugno, si avete letto bene, ha dimostrato a tutti noi qui presenti all’interno delle Fortezza di Josenov che l'età è solo un numero e i confini di genere sono solo concetti astratti.
Tocca poi all’unico gruppo italiano che riuscirò a vedere in questa edizione, i MASTER BOOT RECORD. Per chi non lo sapesse il MBR è il record del sistema operativo a cui il BIOS trasferisce il controllo quando il computer si avvia, nome singolare per una band quindi. I MBR sono anche un trio strumentale di musicisti esperti che suonano musica chiptune/8-bit familiare dalle slot machine su strumenti reali, stilizzata in metal elettronico o sintetizzato nelle loro esecuzioni. La principale personalità dei MBG è il tecnologo, fantasma 8-bit, cantante dei Dope Stars Inc. e cantautore estremamente produttivo Victor Love, che ha pubblicato undici album completi dal 2016. Ma i MBR non gradiscono quando qualcuno usa i termini synthwave e synthpop in relazione a loro, preferisco farci sentire quello che fanno senza particolari etichette, anche se in poche parole fanno metal con sintetizzatori e rappresentano la colonna sonora di un videogioco dal vivo, tra i quali ho riconosciuto solo Doom, ma non è proprio il mio campo lo ammetto. Bravissimi e originali, senza se e senza ma.
La band che sta ora per arrivare sempre sul palco dell’Obscure lo scorso anno mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta, in senso positivo ovviamente, per cui non vedevo l’ora di rivederla in questa 29ma edizione di Brutal Assault. Con uno special set composto da una selezione dai primi tre album, i GRAVE anche questa volta hanno offerto uno dei migliori concerti di death metal che io abbia mai visto, non solo tra queste mura. I Grave sono una delle band death metal più essenziali e appartengono giustamente ai "big four" della scena old-school svedese insieme ad Entombed, Dismember e Unleashed.
Spoiler! Uno di questi altri 3 nomi è stato già annunciato per la prossima edizione, indovinate quale senza spiare alla fine di questo articolo.
Il loro album di debutto del 1991,”Into the Grave”, attirò enorme attenzione e divenne uno dei dischi fondamentali del genere. I successivi album, “You'll Never See...” (1992) e “Soulless” (1994) consolidarono il loro status tra i gruppi death metal più influenti, definendo il loro stile caratteristico: riff densi, vocali duri e un'atmosfera di aggressività cupa. Questo roccioso combo svedese si presenta al Brutal Assault per la seconda volta consecutiva con un set speciale in grado di scatenare un pogo e moshpit violento e forsennato tra il pubblico che non sembra mai averne abbastanza.
Finita la loro esibizione mi catapulto dall’altra parte sullo Sea Shepherd per un altro attesissimo ritorno in Repubblica Ceca. Dopo 15 anni, ecco i PRIMUS fare il loro trionfale ingresso sul palco della 29ma edizione del Brutal Assault. I Primus sono una band americana che non può essere facilmente descritta o categorizzata, ed è proprio questo che li rende uno dei fenomeni più divertenti, bizzarri e originali della scena, metal?, non propriamente direi. Si sono formati a metà degli anni '80, eppure il loro stile unico sembra provenire da un universo alternativo dove funk, metal, punk, avanguardista e umorismo assurdo seguono leggi della fisica completamente diverse. Il cuore e la forza trainante della band è il leggendario bassista Les Claypool, la cui virtuosità, giocosità ritmica e linee di basso selvagge rappresentano la pietra angolare del loro sound. Grazie a lui, i Primus hanno quel groove inconfondibile: si torce, rimbalza, trema e spesso suona meno come uno strumento e più come una creatura vivente indipendentemente.

I loro testi sono assurdi, satirici, grotteschi e talvolta malinconici: il fantastico mondo dei Primus è abitato da piloti, eccentrici, pescatori, clown ed eroi di dubbia integrità. Nel corso della loro carriera non hanno mai rispettato le regole, rimodellandole con entusiasmo in qualcosa di completamente nuovo. I loro concerti sono viaggi intensi, quasi psichedelici, in cui il pubblico non sa mai se ballare, ridere o semplicemente guardare stupito mentre il caos musicale si trasforma in un ordine perfetto. Nel corso dei decenni, i Primus si sono guadagnati la reputazione di essere una delle band alternative più creative e influenti, una band che si rifiuta di ripetersi e riesce sempre a sorprendere, esattamente come hanno fatto questa sera, lasciandoci tutti sbalorditi. Peccato solo per l’uscita di scena, avvenuta quasi inaspettata, ultimo pezzo, alzata di cappello con inchino da parte di Les e via. Nessuna parola di troppo, nessun saluto, nessun bis concesso. Qualche minuto di fischi da parte del pubblico che probabilmente si aspettava il ritorno sul palco per un ultimo dichiarato brano e invece no, ci dovremo accontentare di questi intensi 70 minuti dopo i quali il famoso detto “Primus SUCKS!” è diventato “Larry La Londe Godfather of death metal SUCKS!”, alludendo al fatto che La Londe ha fatto parte della formazione dei primi Possessed.
Torrniamo nuovamente sull’Obscure per NERGAL & Misþyrming, ed è immediato rendersi conto di come sia stata una scelta palco sbagliatissima, decisamente troppo piccolo per un personaggio iconico del genere. Personalmente non ero molto interessata a vedere Nergal che suona brani del suo gruppo ancora in attività per altro, ma era curiosa di vedere quanti la pensassero come me. Nel 2026, il leggendario album di debutto “Sventevith” dei polacchi Behemoth è tornato sui palchi in tutta Europa con una serie di esibizioni esclusive nei festival, tra cui il Brutal Assault ovviamente.

In occasione del 30º anniversario della sua uscita, questo disco rivoluzionario sarà eseguito integralmente da Nergal alla voce e chitarra che per l’occasione, ha unito le forze con i visionari islandesi del black metal Misþyrming, la cui energia grezza e intensità intransigente hanno rimodellato la scena black metal moderna. Insieme, richiameranno lo spirito originale della registrazione del 1995, un disco che ha gettato le basi per l'evoluzione dei Behemoth dalle profondità dell'underground ai vertici della musica estrema. Eseguito dal vivo come un'opera concettuale completa, “Sventevith” ritorna sia come tributo che come trasformazione: una rara convergenza di eredità e rinnovamento, onorando le radici di Behemoth abbracciando la ferocia di una nuova generazione accorsa numerosa tra le mura della Fortezza di Josenov.
Giusto il tempo di uno Jägermeister all’arancia per riprendersi da questa, a mio parere, mera trovata commerciale, una ruffianata bella e buona del creativo Nergal, ed arriva il momento dei MARDUK, sempre su questo palco, che ancora una volta si rivelerà troppo piccolo. Quale miglior modo di concludere questo terzo giorno di festival se non con uno dei gruppi black metal più rappresentativi e intensi di sempre. Band svedese fondata nel 1990 a Norrköping, che si è rapidamente affermata come uno degli artisti più estremi e controversi del genere. Fin dall'inizio, il loro obiettivo era suonare il black metal più veloce e brutale possibile, una visione evidente nelle prime uscite come “Those of the Unlight” (1993) e “Opus Nocturne” (1994). Album storici come “Heaven Shall Burn... When We Are Gathered” (1996) e “Panzer Division Marduk” (1999), che peraltro ho finalmente trovato qui in cd, consolidarono la loro reputazione di band ossessionata dalla guerra, dalla morte e dalla blasfemia.

In particolare, quest'ultimo divenne sinonimo di black metal iper-veloce ed è ancora considerato una pietra miliare del genere, immancabile brano di chiusura nei loro set live. L'attuale frontman Mortuus, che si è unito nel lontano 2004, ha aggiunto un'ulteriore dimensione di oscurità e minaccia alla loro musica, basta guardarlo in faccia per capire tutto. I Marduk non si sono mai tirati indietro dalla provocazione, ma sono sempre rimasti fedeli al loro motto: rapidità, odio e aggressività senza compromessi. Anche dopo più di tre decenni, continuano a essere uno dei pilastri del black metal scandinavo, ispirando intere generazioni di blackster e scioccando spesso il loro stesso pubblico, ma non quello accorso a questa 29ma edizione del Brutal Assault, che sapeva bene cosa aspettarsi. Con la potenza dell’inno black metal “Panzer Division Marduk” ancora nelle orecchie mi avvio verso l’uscita, l’energia per tirare l’1.30 oggi non l’ho avuta per cui a quell’ora sono già in doccia nell’hotel in cui alloggio pronta per andare a riposare ripensando a tutta questa Arte, in musica e in senso stretto, che sto vedendo e vivendo in questi intensi giorni.
Giorno 4 – sabato 8 agosto 2026
Siamo giunti così al quarto e ultimo giorno di questa 29ma edizione di Brutal Assault e mentirei se vi dicessi che la stanchezza e le poche ore di sonno non si fanno sentire, ma vi garantisco che l’entusiasmo è tale che anche questa mattina riesco a prendere la navetta delle 9 per non perdermi il primo gruppo interessante della giornata. Mi dirigo quindi per l’ultima volta verso la location del festival, anche oggi all’insegna del bel tempo e di un caldo sopportabile, senza afa, come vorrei fosse anche al mio rientro Milano, ed invece troverò l’ennesima settimana torrida ad aspettarmi per Ferragosto.
Prima di iniziare la giornata musicale mi faccio un giro alla mostra allestita in un tunnel completamente al buio a cui si accede passando per l’enoteca presente poco dopo l’ingresso al festival. Torcia alla mano quindi entro nel cunicolo e con molta attenzione a dove metto i piedi cerco di illuminare alla meglio che si riesce ogni singola opera d’arte presente, quadri piuttosto inquietanti che in questa atmosfera lugubre accentuano il loro potere macabro ed evocativo.
Quest’anno riesco anche a fare la “Brutal Wall(k)s”, ovvero la camminata lungo un pezzo di mura con tanto di imbragatura di sicurezza. Veramente bella iniziativa anche questa, spettacolare vedere dall’alto la location dell’intero festival.

Sono le 11 quando sullo Sea Shepherd fanno il loro ingresso i VULVODYNIA. Se cerchi nei libri di medicina, scoprirai che la vulvodinia è un dolore vaginale cronico e persistente di origine sconosciuta. Quello che le guide mediche non ti diranno è che è anche il nome di una band sudafricana con al comando una donna, Maya Pobst una piccola scricciola con una voce pazzesca. Sembra quasi posseduta quando tira fuori il suo growl che nulla ha da invidiare ai colleghi uomo ben più blasonati di lei.

La loro musica si muove all'incrocio tra brutal death metal, slam e deathcore: caratterizzata da breakdown brutali, riff sporchi e voci davvero pesanti e violente, se si vede poi da che corpicino esile escono. I Vulvodynia hanno rapidamente attirato l'attenzione dei non pochi presenti in questo sabato che sa di fine festival, ahimè. Dimostrando di non essere "solo un'altra band in cartellone", hanno centrato in pieno il loro obiettivo: "creare il metal più brutale e duro mai uscito dall'Africa” dandocene un assaggio quest’oggi.
Dopo pranzo riesco a vedere anche parte del live dei SACRED REICH. Una delle band thrash più distintive, anche se mai appartenute ai "big four", i Sacred Reich dell'Arizona con il loro ultimo album, "The Awakening", colma il vuoto nella loro discografia, 23 anni dopo "Heal". Con l'aggiunta del nuovo chitarrista e batterista di ritorno Dave McClain (ex-Machine Head), il quartetto rinvigorito non ha mai realizzato canzoni complicate ma di facile impatto.

Dal vivo mantengono il loro approccio diretto con riff affilati, voci melodiche occasionali e un atteggiamento onesto e senza pretese che risveglia ricordi di giovinezza in molti dei presenti e sarà una scoperta per altrettanti. Non si tratta solo di ricordare i loro brani degli anni '90, ma di vivere il metal come una volta, e quanto è bello tutto questo?
Finalmente riesco a vedere dal vivo i MONSTROSITY, tra i nomi più duraturi e rispettati del death metal americano, anche se non hanno mai raggiunto la visibilità mainstream di loro colleghi più famosi della Florida. Dalla loro formazione all'inizio degli anni '90, si sono costruiti una reputazione come band definita da precisione, intensità e una dedizione incrollabile alla musica estrema. I loro album “Imperial Doom” (1992) e “Millennium” (1996) sono ancora considerati esempi essenziali della scuola della Florida. Molti li conoscono perché un giovane George "Corpsegrinder" Fisher ne ha fatto parte, prima di unirsi ai Cannibal Corpse. Ciò che rende i Monstrosity eccezionali è il loro costante impegno per la qualità da oltre tre decenni.

La band non è mai scivolata in tecnicismi spettacolari o tendenze moderne; invece, si concentrano su riff densi, energia senza compromessi e scrittura matura che preserva la brutalità inconfondibile della Florida. Dal vivo, sono incredibilmente convincenti: veloci, brutali, precisi nella loro grezza intensità, permettendo loro di mantenere lo status di una band che può stare un po' nell'ombra, ma che non delude mai e spesso impressiona con la sua potenza indistruttibile. Questo loro secondo passaggio sul palco del Brutal Assault, dopo ben 15 lunghi anni, e con un set molto speciale composto esclusivamente da brani tratti dai loro due leggendari album nominati in precedenza, ha decisamente lasciato il segno, non solo nella sottoscritta.
I WORMED sono uno degli artisti più importanti ed estremi della scena death metal spagnola, noti per il loro stile unico che fonde il brutal death metal con elementi tecnici e progressivi. La band si è formata nel 1998 a Madrid e fin dall'inizio ha enfatizzato nell'aggressività senza compromessi, strutture musicali complesse e un approccio a tema fantascientifico nei loro testi, spesso traendo ispirazione dall'astronomia, dalla cosmologia e da concetti futuristici. La loro musica è caratterizzata da riff tecnici, poliritmi, enormi breakdown e ringhi gutturali, tutto ciò che si combina per creare un'atmosfera di caos cosmico e infinita disperazione. Dal vivo, i Wormed colpiscono come un'onda di pressione travolgente, con ogni brano che esplode di energia e precisione. Grazie al loro suono distintivo, la band ha costruito una fedele base di fan internazionale, e i loro concerti sono considerati esperienze che fondono una tecnicità musicale estrema con un'atmosfera ipnotica, quasi cinematografica. Wormed non è solo una forza determinante nel sottogenere del death metal tecnico e brutale, ma anche una dimostrazione di quanto il metal estremo possa spingere i confini se abbinato all'originalità visiva e tematica.
Totale cambio di registro con il trio francese SLIFT. La prova vivente che non serve strettamente il face painting e le borchie per ottenere un annientamento sonoro totale. Questa è un'odissea cosmica che parte dalle radici crude del garage e termina in una galassia completamente diversa. Originari di Tolosa, hanno preso l'eredità di titani del rock spaziale come Hawkwind, l'hanno passata attraverso un acceleratore di particelle e l'hanno avvolta in strati più densi. Mentre la loro sessione virale con KEXP ha aperto le porte al mondo, sono stati gli album monumentali “Ummon” e il più recente “Ilion” a consolidare il loro status di visionari. La musica degli Slift si basa su una ripetizione ipnotica e krautrock pensata per indurre una trance, per poi distruggerti con esplosioni di pura energia metallica. È una fusione di complessità prog-rock e ferocia punk, dove le chitarre suonano come navette in decollo e la sezione ritmica schiaccia ossa con precisione meccanica. Dal vivo, questa è un'esperienza trascendentale, un viaggio visivo e sonoro a cui bisogna essere ben predisposti, e non era proprio il mio caso oggi, mi spiace ma non li ho saputi apprezzare a dovere, dopo qualche brano ho perso la concentrazione necessaria per poterli seguire, mi riprometto di ascoltarli con calma a casa.
Ultima band per cui la scelta del palco Obscure si è rivelata errata, i polacchi VADER che ci hanno regalato una performance magistrale. Formati nel 1983 a Olsztyn, riconosciuta come pionieri nel metal estremo nell'Europa centrale e orientale, fin dall'inizio, la band è stata guidata dal chitarrista e cantante Piotr "Peter" Wiwczarek, che rimane ancora oggi la forza creativa. Il loro album di debutto “The Ultimate Incantation” (1992) fu una svolta non solo per la band ma per l'intera scena polacca. Album successivi come “Litany” (2000) e “Welcome to the Morbid Reich” (2011) hanno riaffermato il loro approccio inflessibile al death metal, radicato su velocità, precisione e aggressività incessante. I Vader sono anche rinomati per la loro instancabile attività di tour, che ha guadagnato loro un seguito fedele in tutto il mondo. Anche dopo più di quattro decenni di attività riescono a tenere gli occhi fissi sul palco per tutta la durata del loro live, che, come unica pecca oggi, ha avuto che le interazioni del frontman col pubblico non sono state in inglese, per cui non ci ho capito un bel nulla. Quello che contava l’ho capito bene, i Vader sono ancora una garanzia dal vivo.
Arriva ora un altro attesissimo momento, quello dell’esibizione dei CANDLEMASS, che nel 1984 non si sono limitati a formare una band, ma hanno plasmato un intero sottogenere. Con il visionario “Epicus Doomicus Metallicus” (1986), scritto dal bassista e mente Leif Edling, hanno inaugurato il movimento epic doom metal. L'era successiva, caratterizzata dalla performance teatrale e operistica di Messiah Marcolin in “Nightfall” e “Tales of Creation”, catapultò la band allo status di maestri insuperabili del dolore e dei riff lenti e schiaccianti. Sembrava che il loro suono fosse stato forgiato nell'officina dei Black Sabbath, ma profondamente avvolto in un tipico freddo nordico.

Nel corso dei decenni, i Candlemass hanno superato numerose turbolenze nella formazione, la ricerca dei cantanti perfetti e brevi pause, ma la firma di Edling come compositore rimase una costante incrollabile. Il percorso della band è tornato al punto di partenza negli ultimi anni con il ritorno definitivo di Johan Längqvist, la voce originale di quel debutto cult. Con lui al timone, hanno pubblicato forti dischi moderni dimostrando che i loro ritmi vertiginosi, le armonie maestose e la malinconia da cimitero sono ancora freddi fino all'osso anche dopo quasi quarant'anni di carriera. I Candlemass sono stati come un enorme monolite musicale che ha messo alla prova l'integrità strutturale delle mura della storica di Fortezza di Josenov. La nascita e l'evoluzione del dolore dell'heavy metal, questo sono e sempre saranno i Candlemass.

Ultimo concerto sull’Obscure per questo mio Brutal Assault, con i CRYPTOPSY. La leggenda canadese del death metal che ha spinto i confini del metal estremo ai loro limiti assoluti sin dalla fondazione nel 1988. La loro musica è implacabile e tecnicamente impegnativa: riff accecanti, blast beat infiniti e strutturate canzoni caotiche ma perfettamente sincronizzate che creano la sensazione di essere nell'occhio di un uragano sonoro. La loro brutalità è accompagnata da elementi progressivi inaspettati, ridefinendo continuamente cosa può essere il death metal. Dal vivo i Cryptopsy sono una pura esplosione di energia e aggressività che travolge il pubblico in un vortice dove la precisione tecnica si fonde con la ferocia grezza, e ogni riff e breakdown colpisce come un colpo fisico. Anche se la loro musica può sembrare completamente caotica, c'è un senso di meticolosa maestria artigianale e costruzione tecnicamente precisa, che rende i Cryptopsy una band che unisce forza devastante a innovazione intelligente, lasciandoci tutti stupiti e affascinati ad ogni loro esibizione live, compresa quella di stasera.
A volte, i piani tardivi si frantumano solo per lasciare spazio a qualcosa di ancora più oscuro. Per motivi tecnici, i Cradle of Filth non si sono potuti esibire quest'anno, notizia di qualche settimana fa. Al posto del teatro gotico britannico, l'élite norvegese del black metal SATYRICON, che non hanno bisogno né di pizzi né di corsetti per incantare il pubblico della 29ma edizione del Brutal Assault che sta giungendo oramai al termine. Il duo Satyr e Frost ha da tempo superato la band che ha definito la seconda ondata del black metal negli anni Novanta, con traguardi come “Nemesis Divina” o “Dark Medieval Times”. Hanno rallentato il tempo e creato un sottogenere unico, il black 'n' roll. Il risultato è una raccolta di inni monolitici a tempo medio, ricchi di un groove che anche i migliori maestri del riff heavy metal invidierebbero.

Pensare ai Satyricon significa immaginare una perfetta simbiosi di freddo gelido e ritmo preciso. Dietro la batteria, Frost opera come uno strumento chirurgico di distruzione, i suoi beat incessanti spingono avanti il ringhio carismatico e velenoso di Satyr e le linee ipnotiche di chitarra. Brani come "Fuel for Hatred", la monumentale "Mother North" e “K.I.N.G.", non sono solo gli ultimi tre elementi della setlisti proposta stasera. Sono inni che hanno plasmato il volto del metal estremo moderno e, dal vivo, agiscono come un rullo compressore senza compromessi che schiaccia tutto ciò che incontra. I Satyricon sono tornati a Josefov in piena forza, dimostrando perché sono ancora al vertice assoluto dopo più di trent'anni.
Quale miglior modo di concludere questo festival.

Non mi resta che tirare definitivamente le somme di questa mia terza e più che soddisfacente partecipazione a questo festival a dir poco fantastico ma prima, un doveroso e sentito ringraziamento di cuore va al mio compagno Luca, con cui ho condiviso per la seconda volta questa bellissima esperienza, sopportandomi e supportandomi per stare sempre insieme sotto il palco a godere della musica che amiamo e che ci ha fatto conoscere.
È l’una passata quando, nel mezzo di un’orda di zombie barcollanti per la stanchezza e/o per il troppo bere, attraversiamo per l’ultima volta nel senso opposto il varco di ingresso al Brutal Assault, con un po' di tristezza perché è finita, ma con altrettanta gioia per aver preso parte a questa spettacolare edizione #29. Che dire, è impossibile non sentirsi parte di qualcosa di più grande quando si vive un’esperienza così intensa come un festival metal.
Dopo questi quattro giorni pieni di musica e gioia, vissuti in ogni singolo istante, torno a casa stremata ma felice: davvero impossibile vedere tutto quello che avrei voluto, ma posso ritenermi più che soddisfatta: una 10na di bicchieri portati a casa anche quest’anno, varie magliette e cd acquistati a prezzi più che onesti e certamente più bassi che qui dalle nostre parti, e soprattutto, una 40na di band viste, ovvero circa un terzo della lineup proposta me lo porto a casa con me, e ho cercato di farla entrare anche nelle vostre di case, come la migliore delle televendite.
Battute a parte, consiglio davvero di vivere in prima persona il Brutal Assault, non ve ne pentirete: un festival di richiamo internazionale, nonostante le dimensioni medio piccole, in grado di attirare migliaia di persone anche da altri continenti, e dopo questa mia terza esperienza, vi posso dire che sto già pensando alla prossima, che sarà ancora più speciale essendo l’edizione #30.
Negli anni è diventato sempre più un appuntamento imperdibile nell’estate del metallaro per cui noi di TrueMetal non smetteremo mai di tesserne le lodi, almeno finché continuerà ad essere tutto questo. Non è il solito festival musicale: è un'esperienza indimenticabile. Una festa, felice e spensierata convivialità, un ritrovo di persone unite dalla stessa passione per la musica metal, come ho già scritto nell’ “Introduzione al Brutal Assault 2026”, ma che è bene ribadire per chi non l’avesse letta.
Un festival a misura d’uomo, pensato per chi ama la musica: palcoscenico ideale per band emergenti e underground che qui trovano il giusto spazio, essendo protagonisti con il loro live tanto quando i grandi nomi. Un’esperienza fantastica, sotto tantissimi punti di vista, dal personale a quello musicale, che come ormai vi sarà più che chiaro, non vedo l’ora di ripetere il prossimo anno e vi invito a fare lo steesso.
Ecco a voi i primi nomi già annunciati:
AZARATH – BELPHEGOR – BENEDICTION – BRAND OG SACRIFICE – CARCASS – CHILDREN OF BODOM – DEFLESHED -DESTRUCTION – DETHKLOK – DEVILDRIVER – DISMEMBER – EMPEROR – GRUESOME – HYPOCRISY – IGORRR – INSANITY ALERT – JOHN 5 – JOHN BUSH – KANONENFIEBER – LEFT TO SUFFER – MAKE THEM SUFFER – MALEVOLENCE – MERCYFUL FATE – MGLA – MUCKY PUP – NORTHER – PEELINGFLESH – PERCHTA – PLEBEIAN GRANDSTAND – SHADOW OF INTENT -SUICIDAL ANGELS – SYLOSIS – THE OBSESSED – THE SISTERS OF MERCY – TOWARDS THE SINISTER – UNCLE ACID AND THE DEADBEATS
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Molte altre band arriveranno a Josefov per la speciale edizione #30.
Nei prossimi mesi troverete sempre le news aggiornate qui su TrueMetal.it e non avrete scuse per non esserci.
Ci si rivede dal 4 al 7 agosto 2027 per la 30ma edizione del Brutal Assault.
See you next year, for sure.
Stay Tuned & Stay Metal.

Collegamenti utili:
Pagina ufficiale Facebook dell’evento: BRUTAL ASSAULT.
IG: @brutal.assault
YT: https://www.youtube.com/@BrutalAssaultOFFICIAL
Scarica l’app del festival Brutal Assault su Google Play e Apple App Store per restare sempre aggiornato.