Live Report: Metalitalia.com Festival 2026 Day 1 @ Live Club, Trezzo Sull'Adda (MI) - 26/09/2026
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Live Report: Metalitalia.com Festival 2026 Day 1 @ Live Club, Trezzo Sull'Adda (MI) - 26/09/2026

Live Report a cura di Vittorio Cafiero - Fotografie di Luna La Chimia || Ne abbiamo parlato a lungo, ne abbiamo discusso anche durante una puntata del

di Vittorio Cafiero 28 Settembre 2026 - 13:31 — agg. 29 Settembre 2026 - 12:53
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Live Report a cura di Vittorio Cafiero - Fotografie di Luna La Chimia ||

Ne abbiamo parlato a lungo, ne abbiamo discusso anche durante una puntata del nostro podcast. E finalmente ci siamo: è arrivato il giorno della prima giornata del Metalitalia Festival 2026, dopo il consueto warm-up andato in scena ieri sera al Bloom di Mezzago.

Il clima, almeno quello meteorologico, non potrebbe essere migliore: una splendida giornata di sole, temperature decisamente gradevoli e un dehors del Live Club che, già dalle prime ore, si trasforma nel naturale punto di ritrovo per il pubblico in attesa dell'inizio delle danze. E di gente ce n'è già parecchia, con un'affluenza che restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi davanti a un appuntamento ormai consolidato nel panorama metal italiano.

La prima giornata è inoltre caratterizzata da un filo conduttore piuttosto evidente: quello delle sonorità più oscure, declinate attraverso linguaggi molto diversi, dal black al post-metal, fino al gothic e al doom dei Paradise Lost.

All'interno del locale l'aria condizionata permette di affrontare senza troppi patemi le ore che ci aspettano, mentre gli immancabili stand fanno da calamita per gli appassionati. Tra CD, vinili, libri, merchandising e memorabilia varie, il rischio di vedere rapidamente prosciugato il proprio credito è concreto, soprattutto considerando che quest'anno si procede con il sistema cashless.

A confermare ulteriormente la dimensione internazionale raggiunta dal festival ci pensano poi le numerose lingue che si sentono risuonare tra il pubblico: non sono pochi, infatti, gli appassionati arrivati dall'estero per prendere parte a questa due giorni di musica estrema.

Prima di entrare nel vivo della giornata, è doveroso ricordare un'importante variazione al programma. I Novembre sono stati costretti a rinunciare alla propria partecipazione a causa di problemi di salute del leader Carmelo Orlando, al quale vanno i nostri migliori auguri di pronta guarigione. A sostituirli sul palco sono i francesi Nocturnal Depression, chiamati quindi a raccogliere un'eredità tutt'altro che semplice all'interno di un bill già particolarmente ricco.

Ora, però, è tempo di cominciare.

Nel Buio

Puntualissimi, alle due in punto, salgono sul palco i Nel Buio, progetto di blackwave guidato da Claudio De Rosa, alias Clod The Ripper, volto noto anche al pubblico del festival per la sua attività di tatuatore e per la presenza del suo stand all'interno dell'area merchandising.

Nati nel 2023, i Nel Buio hanno pubblicato lo scorso dicembre l'omonimo album di debutto, "Nel Buio", una particolare commistione di black metal, death e darkwave che la band stessa definisce “Pure Italian Blackwave”. Il set si concentra proprio sul materiale più recente, con brani come "Splendeva Di Vita", "Il Buio L'Avvolge", "Sola" e "Nel Buio" a rappresentare bene le diverse sfumature del progetto.

Sul palco sono in tre e, complice anche l'inevitabile rodaggio dei primi suoni della giornata, la componente darkwave tende a lasciare maggiormente spazio a un approccio più raw black metal, ruvido e diretto. Una dimensione che, paradossalmente, rende la proposta ancora più fisica e impattante: i volumi sono decisamente importanti e la batteria si rivela fin da subito uno degli elementi più impressionanti dell'esibizione.

Mezz'ora esatta, durante la quale il trio propone il proprio materiale più recente, accolta con partecipazione da un pubblico che, nonostante l'orario, ha già iniziato a riempire il Live Club. Anche dal punto di vista visivo lo show non si limita alla musica: alle spalle della band scorrono visual molto belli e particolarmente impattanti, che contribuiscono a costruire l'atmosfera dello spettacolo.

A impreziosire ulteriormente l'esibizione ci pensa poi una componente decisamente più provocatoria: in un paio di occasioni compare sul palco una performer dall'estetica dichiaratamente fetish, vestita da mistress, che con la sua presenza seducente e provocatoria introduce una dimensione quasi peccaminosa nell'immaginario della band. Un elemento che si integra bene con la componente più oscura e sensuale della proposta dei Nel Buio.

Un buon inizio, dunque, per una giornata che si preannuncia decisamente intensa.

Nero Di Marte

Alle 14:45 è già il momento dei bolognesi Nero Di Marte, alle prese con una proposta che si muove tra post-metal, progressive e una marcata componente dissonante. Un cambio di registro piuttosto netto rispetto all'apertura affidata ai Nel Buio, anche dal punto di vista scenico: la band si presenta sul palco in maniera estremamente sobria, lasciando che siano esclusivamente la musica e la sua complessità a parlare.

Quella dei Nero Di Marte è una proposta tutt'altro che immediata o commerciale, costruita su strutture articolate, ritmiche continuamente mutevoli e brani dalla durata considerevole. In mezz'ora trovano spazio appena tre pezzi, lunghi e monolitici, che il pubblico segue con grande attenzione, riservando gli applausi alla conclusione di ciascuno di essi. Non è certamente una musica pensata per un ascolto distratto, e proprio per questo è interessante osservare il livello di concentrazione con cui viene seguita dal pubblico del Live Club.

Tecnicamente, del resto, c'è poco da eccepire. I Nero Di Marte sono musicisti estremamente preparati, ma la loro tecnica non sfocia mai nel virtuosismo fine a se stesso: la complessità delle parti è sempre funzionale alla costruzione dei brani, alle loro atmosfere e a quelle ritmiche tortuose che rappresentano uno degli elementi distintivi della band. Nel corso del secondo pezzo, inoltre, il bassista si alza in piedi e suona un grosso tamburo, affiancando per un momento il lavoro del batterista e aggiungendo un ulteriore elemento alla già articolata trama ritmica della band.

L'ultimo brano è "Sisyphus", tratto dall'ultimo album "In Moto", una chiusura che riassume bene le coordinate di una proposta complessa e decisamente poco incline a compromessi.

Il riferimento, per certi versi, è a quella scuola di post-metal dissonante e progressivo che trova alcuni dei suoi punti di riferimento in formazioni come Ulcerate e The Ocean, e che sembra destinata a rappresentare una sorta di filo conduttore di questa prima giornata. Una componente che ritroveremo infatti più avanti, con modalità differenti, anche nella proposta degli Amenra.

Per ora, comunque, i Nero Di Marte confermano di essere una realtà assolutamente solida e tecnicamente notevole, capace di portare sul palco del Metalitalia Festival una proposta complessa senza alcuna necessità di renderla più facile o accessibile del necessario.

1914

Con i 1914 la giornata entra definitivamente nel vivo. Il Live Club è ormai quasi pieno e quella degli ucraini è, fino a questo momento, l'esibizione più partecipata dal pubblico.

I 1914 hanno costruito la propria proposta attorno alle tematiche della Prima Guerra Mondiale, affidandole a un black/death metal quadrato e marziale che si sposa perfettamente con i contenuti trattati. Sul palco sono precisi e chirurgici, con una resa molto vicina a quella dei dischi, ma è soprattutto l'impatto visivo a completare il concerto.

Alle spalle della band scorrono visual in bianco e nero con immagini d'epoca, mentre Dmytro, leader e cantante, domina la scena con pose da condottiero, un look che richiama le trincee e una bandiera ucraina sempre tra le mani. Un'altra bandiera compare tra il pubblico, sottolineando ulteriormente il sostegno riservato alla band.

E la scaletta non potrebbe essere più coerente con questo immaginario. Tra i brani eseguiti trovano spazio "1915 (Easter Battle For The Zwinin Ridge)", "1916 (The Südtirol Offensive)" e "1917 (The Isonzo Front)", quest'ultimo particolarmente significativo considerando quanto raccontato poco dopo dallo stesso Dmytro. C'è spazio anche per "Arditi", altro titolo che si inserisce perfettamente nel filo narrativo scelto dalla band.

Interessante anche ciò che accade tra un brano e l'altro, quando Dmytro condivide con il pubblico una storia di famiglia: il suo bisnonno combatté durante la Prima Guerra Mondiale nell'esercito austro-ungarico, proprio sul fronte italiano. Si trovò quindi a combattere contro i nostri soldati, dei quali, una volta tornato a casa, raccontò ai familiari di aver apprezzato in particolare il coraggio. Un piccolo frammento di storia personale che, raccontato a distanza di oltre un secolo proprio davanti a un pubblico italiano, aggiunge una dimensione particolarmente suggestiva al concerto.

Tra un proclama contro Vladimir Putin e l'altro, il concerto procede senza cali e la platea comincia a scatenarsi, con i primi circle pit che si aprono sotto il palco. La musica dei 1914, del resto, si presta perfettamente a questo tipo di risposta fisica.

Non sorprende quindi il successo raccolto dalla band negli ultimi anni, ulteriormente consolidato dall'ultimo album "Viribus Unitis". Una proposta personale e perfettamente riconoscibile, che dal vivo acquista ulteriore forza.

Nel finale arrivano i ringraziamenti al pubblico italiano per il sostegno dimostrato nei confronti dell'Ucraina, prima della chiusura affidata a un inequivocabile “Fuck Putin!”, che sancisce la fine di uno degli show più intensi della prima parte di giornata.

Nocturnal Depression

A questo punto tocca ai Nocturnal Depression, arrivati dalla Francia per sostituire all'ultimo momento i Novembre. Una sostituzione che porta sul palco una formazione storica del depressive black metal europeo, ma che, almeno considerando la loro notorietà in Italia, lascia forse qualche dubbio sulla collocazione piuttosto alta nella scaletta: i francesi hanno infatti a disposizione ben 45 minuti.

La loro proposta si distingue per una componente melodica costante e piuttosto pervasiva, che accompagna le classiche coordinate atmosferiche e depressive del black metal. È proprio questa linea melodica, spesso malinconica e insistente, a spingere occasionalmente i Nocturnal Depression verso territori quasi shoegaze, con una sensibilità che non sorprende considerando anche la provenienza geografica della band.

Una menzione particolare va a Lord Lokhraed, frontman, cantante e chitarrista, all'anagrafe Cédric Giordani, che comunica molto bene in italiano anche grazie alle sue origini italiane. Notevole inoltre la sua prova alla chitarra ritmica, soprattutto considerando la sua condizione fisica congenita che interessa la mano sinistra: una difficoltà che non gli impedisce di affrontare il proprio ruolo sul palco con grande sicurezza e padronanza.

Musicalmente il set procede su coordinate piuttosto classiche, con brani dilatati e atmosfere malinconiche che richiedono inevitabilmente un certo tipo di predisposizione all'ascolto. L'accoglienza è buona, anche se si percepisce che molti degli spettatori presenti stanno probabilmente scoprendo la band proprio in questa occasione.

I Nocturnal Depression fanno comunque il loro lavoro con convinzione e propongono un set coerente con la propria storia. Un'esibizione interessante, anche se il confronto con i 1914, soprattutto in termini di impatto sulla sala, evidenzia un fisiologico calo di intensità.

Harakiri For The Sky

È il momento degli Harakiri For The Sky, da Salisburgo, e il festival cambia nuovamente pelle. Dopo il blackwave dei Nel Buio e le atmosfere più depressive dei Nocturnal Depression, con loro entriamo nelle coordinate del post-black metal, un'etichetta che nel loro caso aiuta a spiegare una proposta che parte dal black metal per allontanarsene parecchio nella forma.

Gli Harakiri For The Sky suonano infatti black metal, ma lo declinano attraverso un approccio quasi “rock”, arrivando in diversi momenti a lambire territori che, per immediatezza e costruzione dei brani, possono ricordare l'alternative metal. La componente melodica è molto presente, gli stacchi sono frequenti e non mancano aperture decisamente più accessibili. In alcuni passaggi arrivano addirittura i breakdown, elemento tipico delle forme più moderne del metal.

La setlist conferma bene questa varietà: brani come "Heal Me", "Funeral Dreams", "Without You I'm Just A Sad Song" e "Fire, Walk With Me" alternano momenti più aggressivi e aperture melodiche, mettendo in evidenza proprio quella particolare capacità della band di rendere il black metal più immediato senza rinunciare alla componente estrema.

È proprio questo continuo alternarsi tra aggressività, melodie e aperture più immediate a rendere particolare la loro proposta. Un black metal decisamente lontano dai canoni più ortodossi, non soltanto musicalmente, ma anche nell'immagine e nell'approccio: l'attitudine sul palco è infatti quella, molto sobria e moderna, di una band che potrebbe tranquillamente appartenere alla scena alternative metal, senza pose o iconografie riconducibili al true black metal.

E dal vivo il meccanismo funziona. I brani sono ritmati, alternano con naturalezza le parti più tirate a quelle melodiche e riescono a coinvolgere rapidamente la sala. Partono i battimani e la risposta è decisamente positiva: gli Harakiri For The Sky dimostrano così che il post-black può essere una formula estremamente efficace anche quando si allontana apertamente dai canoni tradizionali del genere.

Fleshgod Apocalypse

È il turno dei Fleshgod Apocalypse, e il palco che li accoglie è già di per sé un bel biglietto da visita: una scenografia semplice ma efficace, curata nei dettagli e perfettamente funzionale alla dimensione teatrale della band.

Una volta saliti sul palco, i perugini fanno quello che sanno fare meglio: portare dal vivo il loro death metal sinfonico, fortemente contaminato dalla musica classica, con una sicurezza ormai quasi disarmante. Il suono nelle prime battute non è ancora perfetto, ma migliora sensibilmente con il proseguire dello show, fino a permettere alla band di esprimersi al meglio. I tantissimi tour affrontati in giro per il mondo hanno evidentemente prodotto un amalgama ormai completo: tutto scorre con naturalezza, senza sbavature evidenti, e dal punto di vista tecnico c'è davvero poco da eccepire.

La scaletta permette di attraversare diverse anime del repertorio, con episodi come "Ode To Art (De' Sepolcri)", "I Can Never Die", "Minotaur (The Wrath Of Poseidon)", "Sugar" e "The Violation". Non manca nemmeno "Dies Irae", perfettamente rappresentativa di quel connubio tra metal estremo, musica classica e dimensione operistica che è ormai uno dei marchi di fabbrica della band.

Una delle novità più evidenti rispetto al passato riguarda Veronica Bordacchini. Con "Opera" il suo ruolo all'interno della band è diventato decisamente più centrale: da interprete delle parti liriche è ormai una vera frontwoman, capace di occupare la scena e di interagire con il pubblico con grande sicurezza. Anche nei momenti in cui incita la platea dimostra di trovarsi perfettamente a proprio agio in questa nuova dimensione.

Al suo fianco, Francesco Paoli resta il leader indiscusso e continua a rappresentare uno degli elementi più caratteristici della band. Nel corso degli anni lo abbiamo visto praticamente dietro ogni strumento dei Fleshgod Apocalypse: chitarra, batteria, voce e, ormai da tempo, basso. Gli manca giusto la tastiera, lasciata a Francesco Ferrini, che anche questa volta non si limita al proprio strumento: in alcuni momenti abbandona infatti la postazione per portarsi davanti al palco e occuparsi delle parti recitate, aggiungendo un ulteriore elemento teatrale allo show.

Proprio Francesco Paoli è protagonista di un piccolo siparietto alla batteria, che diventa l'occasione per presentare il batterista che accompagna i Fleshgod Apocalypse in questa occasione: Kévin Paradis. Un nome tutt'altro che sconosciuto agli appassionati di death metal estremo: il francese ha militato per diversi anni nei Benighted, oltre ad aver fatto parte di Svart Crown e Agressor e ad aver ricoperto il ruolo di session drummer per formazioni come Melechesh, Seth e Ne Obliviscaris. Un curriculum che spiega bene anche la sicurezza con cui affronta il repertorio dei Fleshgod.

L'affetto del pubblico è evidente e cresce progressivamente fino a trasformare il concerto in uno dei momenti più partecipati della giornata. I Fleshgod Apocalypse sono ormai una realtà pienamente affermata anche nel nostro Paese e la risposta del Live Club sembra confermarlo senza bisogno di ulteriori dimostrazioni.

Dopo circa un'ora arriva il momento dei saluti, accolto con un certo rammarico da una platea che avrebbe probabilmente voluto ancora qualche brano. La sensazione, alla fine, è proprio quella di aver assistito a una band ormai pronta per un ruolo da headliner: resta soltanto la voglia di rivederli presto in uno show costruito interamente attorno a loro.

Amenra

Con gli Amenra, dal Belgio, ci spostiamo ancora una volta su coordinate completamente diverse. Dopo la potenza dei Fleshgod Apocalypse, il festival rallenta e sprofonda in una dimensione molto più oscura e introspettiva. Quello della band fiamminga è un concerto ossessivo, opprimente, parossistico, quasi uno stream of consciousness musicale che sembra inoltrarsi nei meandri più oscuri dell'animo umano.

Post-metal, post-hardcore, post-sludge: sono tutte definizioni che possono aiutare a inquadrare la proposta, ma che forse finiscono per dire poco di fronte a un'esperienza che va oltre qualsiasi facile fruizione. Gli Amenra non costruiscono una successione di canzoni nel senso più tradizionale del termine: il loro set appare piuttosto come un unico flusso, un lungo crescendo emozionale nel quale i singoli brani sembrano quasi fondersi l'uno nell'altro.

Anche la dimensione visiva contribuisce in maniera determinante. Alle spalle della band viene calato un enorme telo sul quale vengono proiettate immagini senza soluzione di continuità, mentre le luci poste davanti al palco proiettano sullo schermo le sagome dei musicisti. La band rimane quasi sempre immersa nell'oscurità e soltanto occasionalmente brevi esplosioni di luce ne rivelano le figure. Una scelta tutt'altro che casuale, che sembra voler spersonalizzare la performance e mettere in secondo piano il singolo musicista a favore dell'esperienza complessiva.

Sul palco gli Amenra sono infatti estremamente statici. L'interazione con il pubblico è praticamente inesistente e Colin H. van Eeckhout si limita quasi esclusivamente a riversare nella propria voce tutta la tensione accumulata dalla musica, urlando con una disperazione che sembra arrivare direttamente dalle viscere. L'utilizzo di lingue diverse contribuisce ulteriormente a rendere il tutto straniante e meno immediato.

Il pubblico assiste in rispettoso silenzio, lasciandosi trascinare dentro questa sorta di rappresentazione in musica del dolore, per poi esplodere in applausi al termine dei lunghi passaggi che compongono il set. È una partecipazione diversa da quella vista con i Fleshgod Apocalypse o con i 1914: qui non ci sono circle pit, battimani o continui richiami alla platea. C'è soprattutto ascolto.

Gli Amenra si preparano così a lasciare il palco dopo quella che è probabilmente la performance più peculiare e meno facilmente assimilabile dell'intera giornata. Un concerto che rinuncia deliberatamente alla forma canzone, alla spettacolarità tradizionale e persino alla centralità dei propri protagonisti per trasformarsi in un'esperienza unica e continua: un lungo, oscuro e doloroso flusso sonoro che lascia il pubblico pronto ad affrontare l'ultimo appuntamento della giornata.

Paradise Lost

Come da programma, a chiudere la prima giornata del Metalitalia Festival 2026 sono i Paradise Lost, e per una band del loro calibro l'occasione è di quelle particolari: gli inglesi arrivano infatti al Live Club per uno speciale show “by request”, con la scaletta costruita sulla base delle richieste dei fan. Un vero e proprio greatest hits scelto dal pubblico, insomma, e le aspettative vengono ampiamente rispettate.

La setlist attraversa infatti buona parte della storia della band, inanellando classici come "Gothic", "Shadowkings", "Pity The Sadness", "Faith Divides Us – Death Unites Us", "Forever Failure", "So Much Is Lost" e "Say Just Words", senza dimenticare episodi più recenti.

Ma proprio perché si tratta di una scaletta costruita sulle richieste dei fan, non mancano alcune scelte meno scontate: "Tyrants Serenade", "Erased" e "Ghosts" sono probabilmente le sorprese più interessanti di una setlist che, pur pescando abbondantemente dai grandi classici, evita di trasformarsi in un semplice greatest hits. Particolarmente significativa è poi la presenza di "Erased", eseguita per la prima volta dal 2020. Nel complesso, ne esce una panoramica davvero ampia, capace di attraversare la carriera dei Paradise Lost in lungo e in largo e di accontentare tanto chi cercava i pezzi più celebri quanto i fan più affezionati alla loro discografia.

La band appare in ottima forma, soprattutto dal punto di vista strumentale. Gregor Mackintosh e Aaron Aedy costruiscono con grande precisione l'intreccio di chitarre che da sempre rappresenta uno dei marchi di fabbrica dei Paradise Lost, mentre Steve Edmondson al basso e Jeff Singer alla batteria forniscono una sezione ritmica solida e puntuale. L'impressione è quella di una macchina ormai rodata alla perfezione, capace di affrontare un repertorio tanto vasto con grande naturalezza.

Anche Nick Holmes sembra particolarmente coinvolto e in ottima sintonia con la serata. La sua prestazione vocale, pur non puntando sulla potenza assoluta, rimane perfettamente funzionale al repertorio: il growl, che rappresenta una delle sue caratteristiche più riconoscibili, conserva una notevole incisività, mentre il registro più pulito si adatta alle diverse anime della band.

Il pubblico, naturalmente, risponde con grande entusiasmo a una scaletta costruita proprio sulle proprie preferenze. I Paradise Lost si dimostrano così ancora una volta perfettamente a loro agio nel ruolo di headliner, offrendo uno show ricco di classici e capace di attraversare oltre trent'anni di carriera senza dare l'impressione di essere una semplice celebrazione del passato.

Conclusioni – Day 1

Dopo circa un'ora e mezza arriva il momento dei saluti, accolto con un certo rammarico da una platea che avrebbe probabilmente voluto ancora qualche brano. I Paradise Lost chiudono così una prima giornata lunga e articolata con una prova all'altezza del loro status.

Un'ultima nota la merita anche la puntualità: l'intera giornata è filata via rispettando sostanzialmente gli orari previsti, e anche il concerto dei Paradise Lost è iniziato e si è concluso nei tempi annunciati. Un aspetto apparentemente secondario, ma tutt'altro che scontato quando si parla di festival con un programma così fitto e numerose band da alternare sul palco. La precisione della tabella di marcia permette infatti al pubblico di seguire l'intero bill senza accumulare ritardi significativi, cosa che contribuisce non poco alla buona riuscita complessiva della giornata.

Si chiude quindi una prima giornata ricca e molto varia, capace di attraversare anime estremamente diverse del metal contemporaneo e non solo: dal blackwave dei Nel Buio al post-metal dei Nero Di Marte e degli Amenra, passando per il black/death marziale dei 1914, il depressive black dei Nocturnal Depression, il post-black degli Harakiri For The Sky, il death metal sinfonico dei Fleshgod Apocalypse e, infine, il lungo viaggio nella storia dei Paradise Lost. Una giornata intensa, senza particolari momenti morti e con un pubblico che, con il passare delle ore, ha risposto in maniera sempre più convinta.

E adesso, dopo questa prima abbuffata di metal, non resta che prepararsi alla seconda giornata.

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