Tra hard rock dal sapore vintage, suggestioni noir e una spiccata autoironia, i Voodoo Highway tornano con “The Satan Inqviesta”, un album che rinnova l’identità della band senza tradirne le radici.
Il disco, registrato negli studi Sonika di Ferrara con la produzione di Eddy Cavazza, segna anche l’ingresso del nuovo batterista Giacomo Bazzani e alterna riff seventies, atmosfere oscure e momenti acustici. Abbiamo parlato con la band del curioso concept visivo dell’album, del processo compositivo, del rifiuto delle mode e del desiderio di tornare a suonare dal vivo con maggiore continuità.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao ragazzi, sono Fabio Vellata di TrueMetal, è un piacere poter parlare con voi in occasione dell’uscita di “The Satan Inqviesta”, un titolo già capace di suscitare curiosità e interrogativi.
Ciao Fabio, il piacere è tutto nostro. Personalmente ricordo quando, da diciottenne e agli albori di Internet, usavo il computer quasi solo per visitare TrueMetal... bei ricordi!
“The Satan Inqviesta” è un titolo volutamente provocatorio: quale significato si nasconde dietro questa scelta e quale “inchiesta” avete voluto condurre attraverso l’album?
L’idea nasce puramente per caso. Max, l’organista, aveva scritto un brano, che poi è diventato la title track, con l’idea di parlare dell’ispettore Callaghan. Ma, dato che i testi li scrivo quasi tutti io e mi piace sempre metterci in mezzo argomenti legati all’occulto o simili, invece di interrompere il backdrop narrativo ho deciso di immaginare un Satana noir anni Trenta che di lavoro fa l’investigatore. Da lì ho immaginato la copertina e tutto il resto. Per quanto riguarda le “inchieste”, ce ne sarebbero tante da condurre di questi tempi, ma non ci sono risvolti sociopolitici. Nella nostra piccola alcova musicale ci piace restare sul vago, sul giocoso o sul personale. Probabilmente, nonostante i mid-thirties — o quasi forties — che incombono anagraficamente, quando ci ritroviamo tra di noi regrediamo alla prepuberalità. Come spesso succede in questa band, le cose hanno quasi sempre incipit e/o risvolti farseschi!
In che modo il disco si collega alla storia e all’identità dei Voodoo Highway, e quali elementi rappresentano invece una novità rispetto ai vostri lavori precedenti?
La novità principale di questo disco è in realtà il batterista. Dopo più di una decade Vincenzo Zairo, nostro storico batterista, si è allontanato amichevolmente ed è stato sostituito da Giacomo Bazzani. Per il resto, le dinamiche interne sono rimaste più o meno le stesse e anche la direzione artistica non si è voluta scostare troppo dal passato. Forse questa volta abbiamo cercato addirittura di tornare più alle origini rispetto al disco precedente, con alcuni momenti dai capelli davvero cotonati. Per la prima volta, e non sarà l’ultima, abbiamo inserito più elementi univocamente acustici, cosa che in passato era più rara.
Il vostro nome richiama immediatamente atmosfere oscure, blues e rock’n’roll: quanto è importante, per voi, mantenere un legame con queste radici in un panorama musicale in continua trasformazione?
Fondamentale, direi. Detta tra i denti, a noi non è mai fregato davvero niente di seguire mode o adeguarci: abbiamo sempre voluto, e vogliamo ancora, semplicemente suonare, trovarci, scrivere e stare insieme. Ci interessa molto poco del look e degli algoritmi; vogliamo fare musica e bere un po’ dal pozzo in cui affondano le nostre radici, quasi a scopo terapeutico, temo. Credo che il mondo sia vario e ormai globalizzato non solo geograficamente, ma viva anche una sorta di atemporalità in cui c’è spazio sia per chi crede di vivere in Blade Runner sia per chi si sente dentro un western. Penso quindi ci sia spazio per tutto e per tutti. In fin dei conti questa varietà è davvero piacevole, se la si vive senza campanilismi stilistici.
Avete affrontato la composizione partendo principalmente dai riff, dalle melodie vocali o dai testi? Esiste un brano che, più degli altri, ha determinato la direzione dell’intero album?
La composizione nasce quasi sempre da bozze che propongo io — Filippo, il bassista — soprattutto abbozzi di chitarra acustica e voce. Ma, dato che sono un cane a suonare, appena ho queste bozze pronte inizio a molestare Massimiliano e l’altro Filippo, Romeo, il chitarrista, per iniziare a preprodurle. Spesso è un mix tra testi o poesie di bassa qualità che scrivo, melodie canticchiate nelle note vocali del telefono e poi un approfondimento con le due vittime che ho citato. Quanto al brano che ha dato la direzione al disco, credo sia “The Lord of Flies”, l’acustico che chiude l’album. Era una vecchia composizione mia e di Max risalente addirittura al periodo pre-Covid, quando ufficialmente eravamo sciolti come formazione.
Il disco sembra suggerire un conflitto tra libertà individuale, potere e condizionamento. Quali sono i temi o le domande che vi hanno accompagnato durante la scrittura?
Credo siano elementi presenti, ma penso traspaiano soprattutto perché sono un comune fil rouge di ogni realtà, contesto, epica e storia. Quando scrivo parto spesso da allegorie del quotidiano che mi colpiscono e che collego, in modo esageratamente lisergico, alla teologia, al sesso, alla storia — di cui sono un immenso appassionato —, alle tragedie e al metafisico. Viviamo tempi di grande cambiamento e il buio all’orizzonte impone che gli occhi vaghino tra il candore del ricordo di giorni che oggi ci sembrano più felici e la preoccupazione per il percorso che ci attende.
Quanto spazio avete lasciato all’improvvisazione e all’istinto in fase di registrazione? Ci sono momenti dell’album nati spontaneamente in studio e poi diventati parte integrante delle canzoni?
In realtà, quando arriviamo in studio abbiamo già tutto molto chiaro: prima preprodotto da noi e poi dal nostro produttore ormai storico Eddy Cavazza, con cui lavoriamo dal 2012. Questa volta, però, abbiamo deciso di registrare negli studi Sonika di Ferrara, sala prove e studio in cui ci troviamo sia per provare sia per comporre. L’ambiente informale del luogo ci ha permesso di prenderci i nostri tempi per affinare tutto il necessario con calma, mantenendo al tempo stesso l’ottima resa garantita dalla qualità dello studio. Gli unici elementi che spesso vengono modificati in studio sono i dettagli vocali finali, i cori e gli arrangiamenti vocali aggiuntivi. Per fortuna Fada, il cantante, è una persona molto paziente.

Nel vostro sound convivono energia hard rock, suggestioni vintage e una sensibilità più moderna. Come avete lavorato per ottenere un equilibrio tra autenticità e attualità?
Come ti dicevo prima, cerchiamo semplicemente di essere noi stessi. È ovvio che siamo stati esposti alle radiazioni blackmoriane, ai Deep Purple, agli anni Settanta e Ottanta, ma siamo anche figli del momento. Una cosa di cui siamo fieri, a modo nostro, è che pur mantenendo il sound ogni album matura in maniera diversa. Il prossimo, per esempio, sarà totalmente differente, più vicino alla scena della West Coast degli anni Settanta. Te lo dico con sincerità: facciamo tutto a sentimento. Ci piace l’hard rock sopra ogni cosa, ma il dizionario musicale di ognuno di noi è molto variegato e può darsi che, tra due o tre dischi, ci si possa ritrovare vestiti in abiti scintillanti a cantare i Cugini di Campagna. Con noi mai dire mai...
La copertina e l’immaginario visivo di “The Satan Inqviesta” sembrano avere un ruolo importante nel racconto dell’album. Qual è il rapporto tra la musica e l’aspetto iconografico del progetto?
Come dicevo prima, è un rapporto molto stretto. Anche se tutti i testi hanno una loro relativa serietà, c’è sicuramente qua e là una velleità di voler fare i duri; ma una cosa che ha sempre caratterizzato la band è una certa autoironia. La copertina, quindi, pur avendo un legame con tematiche noir, proto-occulte e affini, vuole essere anche un elemento dissacrante e farsesco. Da lì la scelta dello stile a fumetto, realizzato dal nostro amico Christian Bondandini. E poi è chiaro che questo Ispettore Satana, tutto sommato, è un simpaticone.
In un’epoca dominata da singoli e ascolti frammentari, avete concepito questo lavoro come un album da ascoltare nella sua interezza? Esiste un ordine preciso o una storia che si sviluppa traccia dopo traccia?
Sì. Purtroppo non siamo carini come Lana Del Rey o Ricky Martin e dobbiamo ancora puntare sugli album per un bacino di ascoltatori più attenti. O almeno speriamo sia così. Sappiamo che il mondo di oggi impone di produrre un reel a settimana e un singolo ogni sei giorni, ma non ne abbiamo voglia, non ci interessa. Probabilmente tra quarant’anni nessuno si ricorderà di noi e andrà bene lo stesso; andrà bene sentire i nostri nipoti parlare di noi come di quei nonni bizzarri e forse un po’ sfigati. Nel disco non ci sono concept: sono visioni stand-alone, probabilmente legate da un mood del periodo, un mood che forse solo chi ha scritto può davvero captare. Ma non è, in fin dei conti, proprio questo lo scopo dell’arte? Scrivere, dipingere o cantare qualcosa e lasciare allo spettatore la libera interpretazione. Almeno io ho sempre odiato le didascalie sotto i quadri al museo...
Una volta che “The Satan Inqviesta” sarà pubblicato, quali saranno le vostre aspettative e che cosa vorreste che il pubblico portasse con sé dopo aver ascoltato il disco, magari dal vivo?
Poter tornare a suonare dal vivo con costanza sarebbe bellissimo: è un nostro elemento primario. Abbiamo anche pubblicato un album interamente live — davvero interamente live, intendo — l’anno scorso, “Made in Kachot”. L’ambiente, però, è un po’ cambiato rispetto a quindici anni fa: c’è un po’ meno fermento, meno locali, forse semplicemente meno soldi. Persistono comunque alcune realtà e festival bellissimi in Italia, dove abbiamo avuto la fortuna di suonare nei mesi scorsi: grazie Isola Rock e Metal Machine Festival. Le nostre aspettative sono semplici: speriamo che le persone ascoltino la musica e, se suoniamo, vengano a vederci. E, in ultimo, ovviamente, diventare milionari e sperperare tutto in vizi senza via di ritorno!
https://www.youtube.com/watch?v=AN0k8zb_65U&t=4s