A oltre trent’anni dal suo primo lavoro solista, Paul Laine torna con The Long Road Back, il nuovo album uscito il 25 settembre per Frontiers Music. Un titolo che sin dalla splendida copertina richiama il viaggio, la memoria e il desiderio di ritrovare una parte di sé, ma anche un disco pensato per guardare avanti, con il suono del melodic rock contemporaneo ben saldo nelle radici del genere.
Conosciuto dal pubblico anche per la sua esperienza nei Defiants, al fianco di Bruno Ravel e Rob Marcello, Laine affronta questa nuova prova in completa autonomia compositiva, trasformando ricordi, nostalgia, esperienze personali e riflessioni sulla vita in una raccolta di canzoni dal forte taglio autobiografico. Ne emerge un album che alterna brani energici e corali a momenti più intimi, mantenendo sempre quella combinazione di potenza, calore e vulnerabilità che caratterizza la sua voce.
Lo abbiamo incontrato proprio alla vigilia della pubblicazione del disco.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Paul, sono Fabio Vellata di TrueMetal.it. Grazie di cuore per aver trovato il tempo per parlare con noi alla vigilia dell’uscita del tuo nuovo album...
“The Long Road Back” è un titolo che suggerisce immediatamente movimento, memoria e forse anche redenzione. Qual è il “ritorno” personale al centro di questo disco? Il ritorno a un’identità musicale, a una determinata dimensione emotiva o semplicemente al piacere di fare musica alle tue condizioni?
Oh...è una domanda davvero interessante. La verità è che si tratta di tutte queste cose messe insieme. Da una parte ho ripercorso la mia vita e scritto canzoni a partire da quelle esperienze; dall’altra ci sono la nostalgia, l’introspezione e una maggiore consapevolezza del mio percorso umano e musicale.
Volevo che il disco avesse il sapore di una colonna sonora: non soltanto della mia vita, ma anche di quella di chi lo ascolta, così che ognuno potesse riconoscervi i propri ricordi e il proprio passato.
Per quanto riguarda il mio personale “ritorno”, ci sono voluti più di trent’anni per realizzare il seguito del mio primo album solista. Desideravo mettere tutto me stesso in questo progetto e renderlo davvero speciale.
L’album abbraccia l’intera gamma emotiva del melodic rock, passando da ritornelli pensati per i grandi palchi a momenti più intimi e toccanti. Quando hai iniziato a scrivere avevi già in mente una precisa direzione sonora, oppure il disco ha trovato gradualmente la propria personalità man mano che le canzoni prendevano forma?
Ho sempre un’idea precisa del suono che voglio dare ai miei dischi. Lavoro con Bruno Ravel da così tanto tempo che, una volta terminati la scrittura e le registrazioni, mi è sembrato naturale affidargli anche il missaggio.
Ogni volta che realizzo un album in questo genere voglio che suoni attuale e fresco, con un legame evidente con il passato, ma senza dare l’impressione di essere stato registrato decenni fa. A mio parere, quando si cerca di ricreare troppo fedelmente quel tipo di sonorità, il risultato finisce spesso per sembrare artificioso.
Per quanto riguarda la personalità del disco, invece, hai ragione: si rivela poco alla volta, mentre si compongono nuove canzoni. A un certo punto l’album comincia ad avere una vita propria e sviluppa una sua atmosfera.
Il primo singolo, “Love Me Or Leave Me”, ha la schiettezza di una classica canzone "emblema": nessuna via di mezzo, nessuna ambiguità. Perché ti è sembrato il brano giusto per introdurre questo nuovo capitolo e che cosa rivela dello spirito dell’intero album?
Aveva la giusta dose di ribellione. Un album rock deve partire con un brano capace di colpire subito, e credo che “Love Me Or Leave Me” fosse perfetto per questo ruolo.
Secondo me, il grande rock deve sempre conservare una certa libertà di spirito e anche un pizzico di sfrontatezza. È questo che ti porta ad alzare il volume.
Un titolo come “The Ones That Got Away” evoca naturalmente occasioni perdute, persone, scelte e momenti decisivi. La canzone nasce da una storia precisa oppure è una riflessione più universale sulle cose che comprendiamo fino in fondo soltanto dopo averle perdute?
Quando ero adolescente ho perso un amico in un incidente stradale. Questa canzone è per lui, ma anche per chiunque abbia dovuto affrontare la perdita di una persona cara in giovane età.
Quelle persone non se ne vanno mai davvero dalla nostra mente. Continuano a vivere nei nostri ricordi e ci chiediamo continuamente che cosa sarebbe potuto accadere. Ci domandiamo anche perché a noi sia stata data la possibilità di continuare a vivere quando loro non hanno avuto la stessa opportunità.
Volevo semplicemente scrivere una canzone per il mio amico. È il mio modo di lasciargli una sorta di lapide musicale e di dire: “Tu ci sei stato e non sei stato dimenticato”.
Nei titoli “Heaven And Earth Collide”, “Kiss Me California” e “Save Me Saturday Night” c’è qualcosa di molto evocativo, quasi cinematografico. Quanto è stato importante raccontare delle storie questa volta? Vedi queste canzoni come istantanee indipendenti o come parti di una narrazione più ampia?
A essere sincero, scrivo queste canzoni come se fossero un album fotografico musicale della mia vita, una sorta di colonna sonora personale.
Per me il racconto è l’unica strada possibile, perché ogni brano nasce da una parte della mia esperienza. Nel profondo, però, spero che anche gli altri possano riconoscersi in queste storie, riflettere sulla propria vita e trovare un punto di contatto con ciò che sto raccontando.

Sei sempre stato un cantante immediatamente riconoscibile, capace di unire potenza, calore e vulnerabilità. A questo punto della tua carriera, che cosa cerchi in un’interpretazione vocale rispetto a ciò che cercavi venti o trent’anni fa?
È curioso, ma non riesco ad ascoltare il mio primo album. Ero molto giovane e non avevo ancora il pieno controllo della mia voce come oggi.
Con il tempo la voce si è trasformata in uno strumento migliore. Adesso devo soltanto mantenerla in forma, così da continuare a dare vita a tutte le canzoni che mi passano per la testa e che, a quanto pare, non hanno intenzione di smettere di arrivare.
Comunque...grazie davvero per le belle parole sulla mia voce, le apprezzo davvero!
Il melodic rock celebra spesso la fuga, il desiderio e l’adrenalina del momento, ma i tuoi lavori migliori hanno sempre mostrato anche un lato più riflessivo. Pensi che la maturità abbia cambiato il tuo modo di scrivere dell’amore, della delusione e della speranza?
Non potrebbe essere altrimenti. Se provi esattamente le stesse emozioni di molti anni fa, significa che sei rimasto fermo nel passato e che non ti stai evolvendo come persona.
Una delle cose più belle dell’invecchiare è che molte verità diventano più evidenti, e questo ti rende anche più umile. È positivo guardarsi indietro con una prospettiva diversa, cercare di rimediare agli errori che ci hanno fatto stare male, ristabilire degli equilibri e capire che il vero amore si fonda sulla gentilezza.
Bisogna cercare di mantenere il cuore aperto nei confronti degli altri il più possibile. Io ho il lavoro più bello del mondo: posso scrivere ed eseguire musica in ogni parte del pianeta. Se non provo gratitudine per questo, significa che sto sprecando una grande occasione di essere felice.
Molti fan ti conoscono e ti apprezzano anche per il tuo lavoro nei Defiants, un progetto caratterizzato da una chimica molto particolare con Bruno Ravel e Rob Marcello. Perché hai sentito che queste canzoni dovevano uscire a tuo nome invece di diventare il nuovo album dei Defiants?
Grazie per avermelo chiesto! I Defiants sono una band, e questo significa che ho la possibilità di comporre insieme a uno dei miei migliori amici, Bruno Ravel.
Il mio album solista, invece, mi offre l’opportunità di scrivere da solo. È una possibilità altrettanto importante e sono felice di averla avuta. Per questo non è un disco dei Defiants.
Ogni volta che io e Bruno collaboriamo alla scrittura di nuove canzoni, quelle canzoni saranno destinate a un futuro album dei Defiants.
Lavorare come artista solista ti ha dato una libertà diversa, magari nella scrittura, nell’approccio vocale o nel livello di sincerità emotiva dei testi, rispetto alla dinamica collaborativa dei Defiants?
Sicuramente, ma non lo definirei un cambiamento in senso negativo. È soprattutto una libertà più introspettiva.
In un album solista scrivo della mia vita e delle mie esperienze. Lo faccio anche nei dischi dei Defiants, naturalmente, ma in quel caso compongo insieme a Bruno. A seconda della canzone, quindi, entrano nel processo anche i suoi sentimenti e le sue storie.
La copertina di The Long Road Back è davvero suggestiva e crea immediatamente un’atmosfera precisa intorno all’album. Chi l’ha realizzata e quanto hai lavorato con l’artista per tradurre il significato e l’umore del disco in un’unica immagine?
L’artista si chiama Richard Chapman. Abbiamo concepito insieme l’idea iniziale, dopodiché lui ha sviluppato il progetto.
Il risultato trasmette esattamente la sensazione che volevo. Rappresenta ciò che significa essere in tournée, arrivare in una nuova città e prepararsi a suonare un altro concerto.
C’è un certo romanticismo in tutto questo, qualcosa che ogni musicista abituato a stare in tour conosce bene.
Frontiers Music ha avuto un ruolo importante nel mantenere vivo il melodic rock, offrendo allo stesso tempo ad artisti affermati la possibilità di aprire nuovi capitoli della propria carriera. Che cosa ha significato il sostegno dell’etichetta per questo album e che cosa dovrebbero ancora comprendere gli ascoltatori riguardo alla vitalità del genere oggi?
Frontiers sta mantenendo in vita questo genere praticamente da sola o quasi. Non credo che il melodic rock sarebbe arrivato al punto in cui si trova oggi senza il loro lavoro.
Sono davvero grato di collaborare con loro. Hanno sempre rispettato ciò che faccio e mi hanno dato l’incoraggiamento necessario per continuare ad andare avanti.
Per concludere, Paul, al di là della promozione, delle canzoni e delle date di uscita, quale pensiero o messaggio personale vuoi lasciare alle persone che ti hanno seguito lungo ogni tratto di questo lungo cammino?
So che può sembrare una frase fatta, ma non c’è un altro modo per dirlo: voglio ringraziare tutti quelli che sono rimasti al mio fianco durante il mio viaggio musicale e per tutti questi anni.
Voi siete l’unico motivo per cui sono ancora qui. A volte non riesco nemmeno a crederci. Il mio cuore è colmo di gratitudine, perché avete continuato a sostenere l’outsider dell’hard rock e dell’AOR.
Grazie per la vita che mi avete dato!
Grazie ancora, Paul, per il tempo che ci hai dedicato e per la tua sincerità. A nome mio e di TrueMetal.it, ti auguro il meglio per The Long Road Back e per tutto ciò che ti attende lungo il prossimo tratto di strada.
Grazie a te, Fabio!
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