A pochi giorni dall'uscita di "Guilty Pleasure", nuovo album dei Grand in arrivo il 21 agosto via Frontiers Music, abbiamo raggiunto la band per farci raccontare il percorso creativo che ha portato a questo terzo capitolo discografico. Tra confessioni sul metodo di lavoro, riferimenti agli anni '80 e uno sguardo sincero sul proprio posto nella tradizione AOR, Mattias e Jake si sono raccontati a TrueMetal.it.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao ragazzi, sono Fabio di TrueMetal.it, ed è un piacere ritrovarvi in occasione dell'uscita di "Guilty Pleasure", come sempre tramite Frontiers. Grazie per il tempo che ci dedicate!
Dunque, questo nuovo cd si presenta come una sorta di masterclass dell'AOR contemporaneo, con cori in evidenza e arrangiamenti estremamente curati. Qual è stata la "regola non scritta" che vi ha guidato nella scrittura di questi nuovi brani, per evitare di sembrare un copia-e-incolla dei classici pur mantenendo un'identità melodica immediatamente riconoscibile?
Mattias: Nel corso degli anni abbiamo sviluppato un metodo di lavoro su cui possiamo davvero contare. Di solito seguo il mio istinto iniziale quando scrivo una canzone e cerco di non pensarci troppo né di complicarla eccessivamente. Credo che questa sia la nostra ricetta segreta.
Jake: E poi arrivo io a complicare tutto! No, in realtà l'idea di fondo è sempre quella di testare qualsiasi spunto ci venga in mente: un riff di chitarra, un titolo, una progressione di accordi, ecc., senza scartare nulla prima di averlo provato. Dal punto di vista della produzione, seguo solo quello che sento nella mia testa e quello che penso rappresenti davvero il brano.
Siete arrivati al terzo album, e l'impressione è che ci sia stata una progressione piuttosto chiara in termini di consapevolezza e identità sonora tra l'omonimo debutto, "Second To None" e "Guilty Pleasure". In studio avete sentito un momento preciso in cui avete pensato "ok, questo è il suono definitivo dei Grand", oppure mantenete deliberatamente quel confine fluido?
M: È un po' entrambe le cose. Siamo sempre guidati dalla gioia, quindi scriviamo e produciamo il tipo di musica che ci ispira. Per questo album io (Mattias) ho ascoltato molte colonne sonore di film anni '80 e artisti come Richard Marx, Rick Springfield e Bryan Adams. Ma cerchiamo sempre di far suonare tutto come i Grand, collocando ogni canzone nel nostro universo musicale.
Il singolo "Wild Heart" è stato scelto per aprire la strada all'album e introdurre il pubblico alla nuova direzione della band. Quale aspetto della vostra evoluzione pensate la riassuma meglio – il lato più rock, la cura per le armonie vocali, la produzione – e c'è un brano nell'album che, a vostro avviso, mostra un lato diverso, forse meno immediato, dei Grand di oggi?
M: Penso che con questo album abbiamo puntato su un suono più cinematico, con un'influenza soft rock anni '80 più marcata. Molte band oggi evolvono diventando più pesanti e dure, ma a noi piace fare l'opposto. "Wild Heart" dà davvero il tono a questo approccio.
Il brano che forse esce un po' da questo schema è "Beggin'". È più incentrato sulla chitarra, più graffiante, con un'anima più bluesy. Ma è anche i Grand in miniatura: pieno di gioia e di divertimento.
La tracklist include titoli come "Have A Little Faith In Me", "Coldhearted", "Party Galore" e "Still So Beautiful", che sembrano giocare con un'immaginario molto visivo e cinematografico. Come lavorate sul rapporto tra testo e melodia: partite da una storia specifica da raccontare, oppure da un hook vocale forte per poi costruire la narrazione attorno alle linee vocali?
M: Varia, ma la maggior parte delle volte parto da una melodia o da un riff di Jakob. Poi cerco di accostarla a un tema o a un titolo. Una volta che sento che si incastrano, costruisco il testo attorno a quello.

La dimensione corale è uno dei vostri marchi di fabbrica: i ritornelli sembrano pensati per essere cantati in massa, restando però molto sofisticati dal punto di vista armonico. Quanto tempo dedicate, in fase di arrangiamento, alla stratificazione delle voci e degli strumenti, e in che momento decidete che un ritornello è "pronto" e non va più raffinato?
M: Per quanto riguarda i cori, abbiamo sviluppato un metodo di lavoro per cui sappiamo di solito quante armonie e take vocali ci servono. Ma alcune canzoni richiedono più strati e tipi diversi di parti vocali. Dedichiamo molto tempo a rifinirle finché non suonano esattamente come le sentiamo nella nostra testa.
Fate parte di una scuderia Frontiers che include nomi storici del melodic rock e dell'AOR, dai Journey ai Toto, passando per Whitesnake e House of Lords. Essere associati a questa tradizione è più una responsabilità, oppure piuttosto uno stimolo a osare di più, magari portando l'AOR in territori un po' diversi da quelli canonici?
M: Per noi è semplicemente incredibilmente stimolante. Ci fa venire voglia di giocare con il genere e divertirci con esso. Non facciamo mai quello che pensiamo ci si aspetti da noi, facciamo quello che ci piace e quello che riteniamo essere buona musica.
La produzione di "Guilty Pleasure" suona molto pulita e moderna, senza scivolare in quel sound troppo levigato e plastificato che spesso affligge i dischi melodici troppo perfetti. Quali linee guida tecniche vi siete dati in studio – dal trattamento delle chitarre alla scelta dei suoni di tastiera – per preservare quell'energia "umana" senza rinunciare alla brillantezza complessiva del risultato?
Jake: Grazie!! È un equilibrio, come in tutto. Il primo album aveva l'obiettivo di non sovrapporre troppo gli elementi, così da poter sentire ogni parte suonata più come in un'esibizione live, ma gli altri due album hanno richiesto un po' più di produzione, credo. Ovviamente ho alcuni suoni di chitarra e synth a cui torno spesso, ma è spesso divertente ripartire da zero e trovare qualcosa di nuovo. A volte un suono davvero brutto può risultare interessante come piccolo elemento all'interno di un suono più grande. La pre-produzione di solito inizia già durante la fase di scrittura, così ho un po' di tempo per provare cose diverse prima che inizino le registrazioni vere e proprie. Per me la mentalità più importante è sempre: "Questo si adatta alla canzone?" e "Piace a me (a noi)?"
A livello personale e come band, che tipo di "guilty pleasure" rappresenta questo album per voi? C'è qualche soluzione melodica, qualche scelta di arrangiamento o qualche decisione estetica che avete abbracciato sapendo che era quasi "troppo", ma che proprio per questo doveva rimanere nel disco?
M: Penso che abbiamo abbracciato questo approccio in ogni album che abbiamo realizzato. Spesso seguiamo il nostro istinto iniziale e semplicemente ciò che crediamo essere buona musica. Sappiamo anche che i fan del rock più duro potrebbero pensare che siamo troppo soft, ma questo ci motiva ancora di più. Qualche anno fa un recensore tedesco ci diede un voto basso perché pensava che la nostra musica fosse troppo "cheesy". Disse che lo sapeva perché sua moglie amava l'album e continuava a canticchiare le nostre canzoni per casa. In realtà pensiamo che sia una delle migliori recensioni che abbiamo mai ricevuto. È esattamente il tipo di reazione a cui puntiamo.
Il mercato di oggi premia spesso il consumo rapido, guidato da singoli e playlist, mentre l'AOR e il melodic rock sono stati storicamente molto legati all'idea dell'album come viaggio. Nel costruire la scaletta da "Wild Heart" a "Love Me Or Leave Me", quanto avete pensato in termini di arco narrativo ed emotivo, e quanto vi siete lasciati guidare dalle singole canzoni?
M: Sperimentiamo sempre scalette diverse. Consideriamo la narrazione, il tempo, l'intensità, e come ogni canzone inizia e finisce. Di solito decidiamo prima il brano d'apertura e quello di chiusura. È sempre una parte divertente della realizzazione di un album, e ci mettiamo molto impegno.
Avete vissuto un periodo piuttosto intenso: tre album in pochi anni, concerti, festival e un'attenzione crescente attorno al vostro nome. Guardando oltre "Guilty Pleasure", cosa vorreste consolidare di questa fase – magari in termini di produzione, esibizioni live o collaborazioni – e qual è il rischio principale che volete evitare per continuare a crescere senza perdere l'essenza dei Grand?
M: Con il nostro terzo album e la nuova formazione, vogliamo fare un altro passo avanti come band dal vivo. Vogliamo uscire, suonare più concerti e continuare a costruire il nostro pubblico.
Penso che la sfida più grande sia mantenere lo slancio. Ci sono così tante band fantastiche che pubblicano album straordinari, quindi dobbiamo continuare ad andare avanti. Al tempo stesso, abbiamo sempre bisogno di un periodo di "raffreddamento" dopo aver finito un album, per ricaricarci creativamente e ritrovare il desiderio di scrivere ancora. È sempre un equilibrio delicato.
Grazie ancora per la vostra disponibilità e per averci raccontato il dietro le quinte di "Guilty Pleasure". A nome mio e di TrueMetal.it, vi auguro che questo nuovo capitolo porti ai Grand tutta l'attenzione che meritate, sia su disco che sul palco. Buona fortuna, e a presto!
Grazie a voi per averci ospitato!
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