Ci sono dischi che chiedono tempo per farsi decifrare e altri che scelgono di conquistare senza troppi giochi di prestigio, puntando tutto sulla forza di una melodia, sull’eleganza di un arrangiamento e su quel piacere quasi fisico di un ritornello che si stampa in testa. Guilty Pleasure appartiene con orgoglio alla seconda categoria: il terzo album degli svedesi Grand, pubblicato da Frontiers Music, è un concentrato di AOR e melodic rock lucidissimo nelle intenzioni, caloroso nell’esecuzione e difficilmente liquidabile come semplice esercizio di nostalgia.
Nati attorno al cantante Mattias Olofsson e al chitarrista Jakob Svensson, i Grand hanno costruito passo dopo passo una fisionomia riconoscibile nel panorama scandinavo, mettendo a fuoco un suono in cui tastiere, chitarre levigate e aperture corali convivono con una scrittura attenta alla canzone prima ancora che alla posa. Con undici brani in scaletta, "Guilty Pleasure" è il loro terzo lavoro in studio ed esce come già i precedenti, per Frontiers Music.
Diciamolo subito: il disco è una delle sorprese più piacevoli dell’anno per chi cerchi melodie grandi (appunto!), arrangiamenti curati e un’idea di rock ottantiano vissuta con trasporto, non soltanto replicata per mestiere.
Il titolo potrebbe trarre in inganno, facendo pensare a un disco colpevolmente frivolo, o a un gioco divertente senza peso specifico. "Guilty Pleasure", invece, ha la sana sfacciataggine di chi non teme di dichiarare apertamente le proprie passioni. Tastiere luminose, ritornelli larghi, chitarre levigate, cori ariosi, modulazioni e assoli messi al posto giusto. Non vi è alcun tentativo di rivoluzionare il genere, il merito dei Grand sta semmai nel non trattarlo con distanza ironica o con quella patina di manierismo che spesso affligge il melodic rock contemporaneo.
La produzione, moderna e definita, ha una forte vocazione radiofonica ma evita fortunatamente di ridurre ogni brano a un blocco sonoro indistinto. Le tastiere non sono un semplice manto appoggiato sopra le canzoni: dialogano con le chitarre di Svensson e contribuiscono a quel senso di slancio cinematografico che rimanda tanto alle colonne sonore degli anni Ottanta quanto al rock da FM della stessa epoca.
L’apertura affidata a “Wild Heart” sceglie la via meno ovvia: non parte a testa bassa, ma costruisce con pazienza una tensione melodica che si scioglie gradualmente tra synth scintillanti e un assolo dal gusto impeccabilmente classico. È un avvio che chiarisce subito la prospettiva dell’album. Non si rincorre solo l’impatto immediato, ma si cerca di lavorare sulla dinamica, sul crescendo, sull'emozione della melodia.
La title track “Guilty Pleasure” porta invece in primo piano il lato più dichiaratamente pop del gruppo. Il ritornello è costruito per restare in testa, la scrittura cita con affetto l’immaginario cinematografico tra anni Ottanta e Novanta e la canzone mette in fila, senza pudore, molti dei cliché più amati dell’AOR. Cambio di tonalità, cori espansivi e una linea melodica tanto semplice quanto efficace. Il punto non è se siano elementi già ascoltati; lo sono. Il punto è che qui vengono impiegati con una naturalezza che rende difficile non lasciarsi coinvolgere.
“Have A Little Faith In Me” e soprattutto “Coldhearted” alzano l’asticella. La seconda è tra i brani più convincenti del lotto perché introduce una pulsazione più viva, con basso e batteria meno relegati al ruolo di accompagnamento e un ritornello che evita la mollezza di certo soft rock contemporaneo. Anche quando i testi affrontano sentimenti familiari — rimpianto, relazioni finite, desiderio di rimediare agli errori — i Grand scelgono una comunicazione diretta, senza inutili sovrastrutture. Non poesia ermetica, ma canzoni che cercano una connessione immediata.
“Party Galore” è il pezzo più spensierato e probabilmente il più divisivo: ha il sorriso largo del rock d’intrattenimento, quasi da autoradio con i finestrini abbassati, e non chiede il permesso a nessuno. È un brano che avrebbe potuto diventare insopportabile in mani meno sicure. Qui regge perché l’arrangiamento resta vivace e perché la band non finge una profondità che non le appartiene.
Molto meglio, sul piano della tenuta emotiva, “Still So Beautiful”, una ballata adulta, non sdolcinata, che arricchisce il repertorio con un sax solo e con una malinconia gentile, quasi da ultimo lento di una serata in cui nessuno ha voglia di accendere le luci. È il tipo di canzone che avvicina il quintetto svedese a certe soluzioni di Starship e Foreigner, senza scadere nella copia carbone. Melodia prima di tutto, ma con un arrangiamento abbastanza raffinato da non diventare puro zucchero.
La seconda parte del disco trova una buona continuità con “I’m Ready”, “Undo”, “Amelie” e “Beggin’”. “Undo” alterna strofe più trattenute a un chorus più energico, lavorando sul contrasto fra vulnerabilità e spinta melodica. “Amelie” concede a Maja Thorén uno spazio solistico importante, con tastiere che richiamano l’epoca d’oro del genere senza trasformarsi in parodia. “Beggin’”, infine, è una delle tracce più immediate e meglio interpretate da Olofsson, che dimostra di possedere una voce naturalmente adatta a questo repertorio. Limpida, espressiva, sufficientemente ruvida quando occorre e mai incline a esibizionismi fuori contesto.
Parlare di Toto, Foreigner e Starship è inevitabile, e non solo perché sono riferimenti esplicitamente accostati al disco. Dei primi, i Grand recuperano l’eleganza delle tastiere e l’attenzione al dettaglio armonico. Dei secondi, il gusto per il ritornello muscolare ma melodico; dei terzi, la propensione per un rock popolare, colorato, costruito per essere cantato e non soltanto ascoltato.
A questi nomi si potrebbero aggiungere, con le dovute cautele, certi Survivor più patinati, gli Europe meno metallici e una dose di Journey filtrata attraverso la sensibilità scandinava. Ma sarebbe sbagliato attribuire a questi ottimi musicisti l’ambizione di imitare pedissequamente quei colossi. La loro forza è piuttosto nel prendere un linguaggio conosciuto e riportarlo a una dimensione credibile nel 2026, con suoni contemporanei e una scrittura che, pur rispettando le regole del genere, non appare meccanica.
L’imparzialità impone di rilevare che "Guilty Pleasure" non cambierà idea a chi considera AOR e melodic rock territori irrimediabilmente prevedibili. Le strutture sono spesso familiari, i testi privilegiano immediatezza e riconoscibilità rispetto alla complessità, e l’album indulge consapevolmente in un’estetica nostalgica. Chi cerchi angoli, dissonanze o deviazioni davvero sorprendenti dovrà rivolgersi altrove. Difficile reperire asperità e sprazzi ruvidi in un disco di questa natura.
Eppure, sarebbe scorretto trasformare questi elementi in difetti assoluti. Un disco come questo vive della qualità con cui vengono rispettate le sue coordinate, e i Grand le padroneggiano con una sicurezza che non era così scontata. Non tutte le undici canzoni raggiungono la medesima intensità, e il finale con “Love Me Or Leave Me”, più misurato e arricchito dagli archi, può lasciare qualcuno con il desiderio di un’ultima impennata, ma la coerenza del percorso non viene mai meno.
"Guilty Pleasure" è, in definitiva, un album di alta qualità nel suo campo. Caloroso, melodico, suonato con gusto e costruito da musicisti che sanno esattamente quale pubblico vogliono raggiungere. Non si vergogna della propria natura, non cerca alibi intellettuali e non rinuncia alla sostanza della canzone in favore del solo look retrò. Per gli amanti del melodic rock è un ascolto quasi obbligato; per gli altri, una buona occasione per ricordare che un ritornello ben scritto, anche nel 2026, può ancora fare la differenza.
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