Regista, storyteller, ma prima di tutto una mente e una voce profondamente legate al rock. Dietro lo pseudonimo di Mac Parak si cela Marco Paracchini, un artista eclettico che da oltre trent’anni attraversa il panorama musicale tra formazioni underground e collaborazioni internazionali di rilievo.
Con la recente pubblicazione di "Lost in the 80s – Vol. 1", Mac Parak ha scelto di spalancare le porte del proprio archivio personale per regalare una capsula del tempo autentica, capace di ripercorrere trent'anni di passione per l'Hard Rock, l'AOR e l'Hair Metal. Un'antologia che raccoglie demo storici, singoli, collaborazioni di primo piano, da Alessandro Del Vecchio a Francesco Marras, e brani inediti, fotografando un percorso artistico viscerale e mai domo.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la genesi di questo recupero storiografico, le sue radici musicali e i suoi progetti futuri tra passato, presente e futuro.

Intervista a cura di Valeria Campagnale
Ciao Mac, benvenuto su TrueMetal.
È sempre un piacere chiacchierare con te. Ci conosciamo dai tempi dei White Sand e sembra quasi che il tempo non sia mai passato. Riascoltare quei brani oggi non è solo un tuffo nella memoria, ma la conferma di come l’energia di quella stagione sia rimasta intatta.
"Lost in the 80s – Vol. 1" non si presenta come un semplice album, ma come una vera e propria capsula del tempo. Cosa ti ha spinto, proprio in questo momento della tua vita, a riaprire i cassetti e a riordinare trent’anni di archivio musicale?
Innanzitutto, grazie per ospitarmi in questo tempio della musica metal.
Rispondo alla tua domanda in maniera onesta: mi dispiaceva vedere tutta quell’energia, quegli investimenti e soprattutto quegli anni lasciati lì a prendere polvere su CD e musicassette. Ho sentito che meritassero una nuova luce. Non per riscrivere il passato, ma per rimetterlo in circolo e dargli la possibilità di dire/dare ancora qualcosa.
All’interno dell’antologia convivono demo d’epoca, brani storici e tre inediti. Come si collegano queste nuove tracce con il materiale inciso in quegli anni?
La parte più difficile del lavoro è stata proprio cercare di dare all’insieme un suono il più possibile coerente. Alcune vecchie canzoni provenivano addirittura da musicassette; anche i file recuperati dai CD, in certi casi, erano di qualità bassa. Software e strumenti di intelligenza artificiale mi hanno aiutato moltissimo, ma il risultato non è arrivato affatto in modo automatico. Le tre canzoni inedite sono state registrate in tempi e modalità differenti, tra il 2024 e il 2026, quindi portano inevitabilmente con sé impostazioni diverse. Oggi, però, la fruizione musicale avviene molto spesso attraverso playlist e ascolti frammentati: non mi spaventa se tra una traccia e l’altra emergono differenze di suono, effetti vocali dissimili, strumenti diversi o mastering mai eguali. Sono comunque parte del mio DNA rockettaro, anche se nel frattempo sono arrivati i cinquant’anni. Ho cercato di trasmettere loro la migliore energia possibile, pur sapendo che l’ugola non è più quella di trent’anni fa.
Hai scelto consapevolmente di non omogeneizzare troppo i suoni con interventi di mastering invasivi, lasciando che le differenze d’epoca emergessero. Quanto è stato importante per te preservare l’autenticità e persino le piccole imperfezioni originali rispetto alla perfezione, un po’ omologata, delle produzioni moderne?
Alcune tracce non ho proprio potuto inserirle, anche se avrei voluto recuperare diversi brani del 1996. Nonostante software e AI, sembrava che dovessero restare dove erano: nel loro tempo. I pezzi originali al cento per cento portano con sé la bellezza di quegli anni, fatti di sogni, colori, entusiasmo e anche di errori di linguaggio, tecnica o pronuncia. Compreso il mio glorioso accento maccheronico. Avrei voluto mantenere originali anche altri elementi, ma per questioni di copyright ho dovuto far risuonare alcune parti da musicisti o ricorrere all’AI, per evitare problemi con ex collaboratori. Mi riferisco soprattutto a soli di chitarra e arrangiamenti che, già all’epoca, non sentivo del tutto miei ma avevo accettato per ragioni di compromesso. In generale, però, ho preferito non lucidare troppo il passato: le imperfezioni raccontano chi eravamo, e spesso sono più vive di una perfezione costruita a tavolino.
Nel disco troviamo pezzi dalle anime molto diverse: si va dalle atmosfere di “Until the End of My Days” alla bluesy “Lazy Liza”, fino alla più aggressiva “Young Generation”. C’è una traccia alla quale sei particolarmente legato o che sintetizza meglio il mondo di Mac Parak?
“Until the End of My Days” era una canzone d’amore nata e sviluppata con passione nello studio-cameretta di Alessandro Del Vecchio. L’avevo registrata lì, a cappella, e lui costruì tutto il resto. Era il 2006, ma già allora coi software si potevano fare piccole magie. I brani ai quali sono più legato, però, sono tre: “I Sing for You” e “Live Me, Love Me”, che erano rimasti incisi su una musicassetta in una sorta di live da studio. Riascoltarli e rivisitarli oggi mi ha elettrizzato parecchio. Poi c’è “One Way to Glory”, del 2007: ripulita e sistemata, è ancora una forza della natura. Almeno per chi ama questo genere.
Scorrendo i crediti compaiono nomi di rilievo della scena rock e metal italiana e internazionale, come Alessandro Del Vecchio, Francesco Marras, Luca Antonini, Stef Viana e Rafael Gentilzani. Come sono nate queste sinergie e che impatto hanno avuto sulla resa dei brani?
Alessandro non lo vedo da molti anni, ma tra noi è rimasta una sana stima reciproca e ogni tanto ci scriviamo sui social. Lo conobbi nei primi anni Duemila: diventammo subito amici e mi aiutò a registrare diversi demo.
Francesco Marras, invece, è uno strumentista virtuoso e incredibile. L’ho coinvolto nel 2018 per suonare su “Here I Am”, proprio perché possiede una verve che, in Italia, hanno davvero in pochi. Luca Antonini ha iniziato a lavorare nella musica per immagini anche grazie a una mia spinta iniziale nel 2002; mi ha poi aiutato nella composizione di alcuni brani come "Let me come to you" dove ahimè c'era anche la corista Silvia Bogni ch'è scomparsa (RIP).
Stef Viana fu il primo con cui iniziai a fare le cose seriamente già alla fine degli anni Novanta. Poi le nostre strade si sono divise una decina di anni dopo, ma il suo percorso è stato importante e costellato anche da due album nel melodic rock come "Viana". Rafael Gentilzani, infine, non suonava nel metal ed è lo pseudonimo di un musicista che ha suonato il liscio per vivere: detta così può far sorridere, ma a casa sua era una vera bomba di hard rock e pop metal. Ora è in pensione, ma ogni tanto mi manda qualche riff e mi chiede di cantarci sopra.

Riavvolgendo il nastro di trent’anni di attività, con la conoscenza attuale del mondo musicale avresti continuato professionalmente con una rock band?
Cara Valeria, ci ho provato in tutti i modi, credimi. I Big Tokyo hanno venduto qualcosa in Utah, Idaho e Texas, ma parliamo di dozzine di copie. Poi sono arrivate piccole vendite in Germania, Svizzera e Giappone, ma dovevamo sobbarcarci tutte le spese di spedizione e, dopo aver prodotto il disco e pure 2.500 copie in CD, eravamo già senza una lira.
Ho cantato su palchi italiani e francesi; un mio brano è finito anche in una compilation giapponese di un'artista pop, PORA PORA. Sarebbe inutile, oltre che doloroso, continuare a chiedersi come sarebbe potuta andare diversamente. Quello che conta è aver vissuto quella strada sino in fondo, con tutto ciò che comportava.
Oltre all’hard rock d’impronta internazionale, negli ultimi tempi ti sei dedicato al cantautorato rock in lingua italiana, raggiungendo la vetta delle classifiche indipendenti con il singolo “Quando c’era il Liga”. Come convivono in te queste due anime, quella AOR anni Ottanta e quella della scrittura in italiano?
Di recente leggevo un’intervista a Max Pezzali, uscita dopo la serie sugli 883. Diceva, più o meno: “Non ho più fatto dischi nuovi perché non avevo più nulla da raccontare”. Io mi sono detto l’esatto contrario: “Cazzo, io adesso ho molto più da raccontare di allora”. Così ho seguito l’istinto degli 883 che ebbero tra gli anni Ottanta e Novanta: ho iniziato a lavorare da casa coi primi software e a cantare storie. All’inizio mi aiutava un amico fonico, poi ho ampliato le mie conoscenze e, giocando tra software online e AI, ho potuto dare forma a ricordi, esperienze e canzoni che in alcuni casi risalivano addirittura al 1995 ed erano già pronte e... scritte in italiano.
“Quando c’era il Liga” è andata bene e mi ha dato soddisfazioni, ma sappiamo tutti quanto contino contatti, mezzi e visibilità in questo mestiere. Io, ormai, difficilmente riuscirei a portare dal vivo più di tre o quattro canzoni di fila, quindi ho imparato a fare pace anche con questo. Continuerò finché avrò qualcosa da dire. Ho già pubblicato tre album digitali in italiano e ne manca un quarto; poi, lo ammetto, forse le cartucce cominceranno davvero a scarseggiare.
Sei regista, docente e storyteller. In che modo la tua forma mentis cinematografica e narrativa influenza il modo in cui scrivi o interpreti le tue canzoni?
A volte certi brani nascono proprio come se dovessi raccontare un film. “Dave ’n’ Jane”, per esempio, è una breve storia d’amore americana che probabilmente non potrei mai girare davvero. Oppure “Kaiju in Europe”: l’avevo scritta prima dell’arrivo dell’AI video generativa e, allora, vedere dei kaiju nelle città europee era soltanto un sogno da immaginare. Per il resto, devo essere sincero: le influenze arrivano quasi esclusivamente dall’amore per il rock e il metal. La parte cinematografica entra spesso dopo, nel modo in cui visualizzo una canzone, una scena o un videoclip.

Anche l’immagine e l’estetica visiva giocano da sempre un ruolo fondamentale nell’immaginario dell’hard rock anni Ottanta. Quanto il tuo background da regista ha guidato la cura visiva e concettuale di questo progetto discografico?
Per me un disco non è mai soltanto una raccolta di canzoni: è un piccolo mondo, con una sua atmosfera, dei colori e una memoria. In questo caso non volevo costruire una nostalgia patinata, ma restituire l’energia di quegli anni senza fingere che il tempo non sia passato. Il mio lavoro da regista mi porta istintivamente a pensare per immagini: alla copertina, ai video, al modo in cui una canzone può evocare una scena o persino un film che non esiste. Anche Lost in the 80s è questo: una specie di archivio emotivo fatto di cassette, sale prove, sogni enormi e giacche probabilmente discutibili. E va benissimo così. Peccato non poter mostrare tutto il mio mondo immaginario legato a questo disco: potessi, farei un super CD con un booklet strepitoso!
Hai iniziato a registrare quando per incidere un brano servivano sale prove, bobine e manualità; oggi un intero album si può produrre su un laptop. Come hai vissuto l’evoluzione dei software di produzione nel tempo e qual è la tua posizione di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale nel mondo della musica?
Hai ragione: è assurdo pensare a quanto tutto sia cambiato. Ti faccio una sintesi di circa 8 anni dei miei primi anni da cantante in cui ho militato in diverse band. Nel 1994, io e il gruppo, eravamo così poveri che registravamo con uno stereo; poi, qualche tempo dopo, grazie a un'altra band siamo passati a un mixer usato e malconcio per registrare almeno le sessioni dal vivo (e già ci sembrava fantascienza). Alla fine degli anni Novanta, col progetto White Sand è arrivato, per modo di dire, il momento di avere un computer e fare delle cose fatte bene. Col disco dei Big Tokyo, nel 2002, scegliemmo invece di lavorare su bobine: tutto fottutamente analogico. Cantavo le canzoni dall’inizio alla fine, senza copia e incolla. Mai più...
La mia posizione sull’AI? Diamine, è positiva mia cara, ma con una premessa: va usata come strumento, mai come strategia. Già nei primi anni Duemila cantavo su basi con suoni campionati e usavo sistemi informatici che correggevano stonature o picchi. Ho visto evolversi sale prove e studi dal 1994 al 2024; devo ammettere che vedere come registra oggi un trapper mi ha fatto quasi venire un colpo, ma so anche che esiste ancora chi suda sette camicie e affronta il lavoro secondo un metodo più tradizionale.
Da parte mia, coi numeri piccoli che faccio, non sottraggo nulla a nessuno. Registro ormai quasi sempre a casa: i sistemi sono cambiati, i costi anche, così come la mia forza. Per me l’AI è sana, se usata in modo sano. La uso nei miei progetti perché velocizza il lavoro e può essere di grande aiuto nel mixaggio e nel mastering finale. Capisco chi diffida di tutto ciò che viene realizzato anche con il supporto dell’intelligenza artificiale, ma ormai è una realtà del presente. Far finta che non esista mi sembra semplicemente sciocco.
Il titolo riporta la dicitura “Vol. 1”. Questo significa che la porta del tuo archivio personale è rimasta aperta e dobbiamo aspettarci un seguito a breve? Dove sta andando oggi la bussola artistica di Mac Parak?
Ci sarà un Vol. 2, e poi... basta. Le canzoni in inglese del mio passato non erano infinite: diciannove sono finite nel primo volume, nel secondo ce ne saranno circa altrettante. Alcune, però, non potrò recuperarle per questioni di copyright condiviso: sai come funziona.
Mac Parak, invece, proseguirà soprattutto col percorso in italiano, dove riesco finalmente a esprimere meglio la mia malinconia e la mia forza. Il prossimo disco, Cuor di Leone, sarà un tripudio di hard rock e metal, con anche alcuni brani storici. Probabilmente continuerò a fare musica, ma non con la frequenza delle uscite degli ultimi due anni: il tempo è poco e non riesco più a spremermi come una volta. La musica, però, per me è stata ed è una terapia perfetta. Mi aiuta a stare meglio con il corpo, con i miei problemi di salute e con la mente. Ergo... Rock ’n’ roll, bella gente! :)
Mak Parak
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