Intervista Deaf Beat Vanguard (tutta la band)
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Intervista Deaf Beat Vanguard (tutta la band)

Per me era molto importante che le canzoni, per quanto dal taglio assolutamente ironico, non sfociassero nel demenziale e nel ridicolo fine a se stesso, ma

di Nicola Furlan 24 Luglio 2026 - 09:43 — agg. 8 Agosto 2026 - 09:44
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Per me era molto importante che le canzoni, per quanto dal taglio assolutamente ironico, non sfociassero nel demenziale e nel ridicolo fine a se stesso, ma potessero esprimere la caratterizzazione del personaggio (Dest)

Come è nato il progetto Deaf Beat Vanguard? Se doveste scegliere un solo ricordo memorabile o tragicomico dei vostri primissimi giorni di prove in sala, quale sarebbe?

Gabriele: I proto Deaf Beat Vanguard nascono tra il 2013 e il 2014. Ho sempre sognato di poter fare musica meticcia, libera, senza sentirmi costretto dentro un'estetica o un genere definiti... ma soprattutto ho sempre voluto scrivere brani "ricercati" senza cadere nella trappola di prenderli (e prendermi) troppo sul serio. Non capisco quei musicisti che, per quanto incredibili, utilizzano la loro preparazione come patente di superiorità per guardare dall'alto verso il basso tutto ciò che non puzza di manierismo e pomposità. Ridere ed essere "leggeri", anche verso noi stessi, sono gli strumenti migliori che ho trovato per non farmi schiacciare dal peso che le cose possono assumere in ogni ambito della vita, e ho sempre voluto un progetto con cui raccontarlo. Il problema è che trovare musicisti affidabili e competenti che condividano anche questa visione... leggi come "trovare degli idioti che suonino di brutto ma che adorino anche mettersi in imbarazzo pubblicamente"... non è facile e ha richiesto molti anni e ricerche. Poi finalmente ho incontrato Thomas, Dest e Alessio che mi hanno dimostrato a più rimandi di avere un IQ sorprendentemente basso proprio come me, e siamo diventati amici.

Per quanto riguarda il ricordo dei primi giorni di sala, potrei raccontarti di quando, dopo la seconda prova con il Lando, io e lui abbiamo deciso di rinfrescarci con qualche drink al bar sotto la sala prove e, a un certo punto, visto che non ci levavamo dai coglioni, il barista molto uomo ha deciso di farci un Negroni da uomo con cui di solito si stendono i non alcolizzati. Ancora non sappiamo che cazzo ci avesse messo dentro: ha tirato fuori delle bottigliette strane nascoste sotto al bancone e poi ci ha rovesciato dentro anche del tabasco, perché "lui il Negroni lo beve così". Il tutto dentro due bicchieri da mezzo litro con ghiaccio praticamente assente. Dopo aver sgocciato quei pugni di mascolinità tossica travestiti da cocktail ci siamo risvegliati ognuno a casa propria, con un fortissimo mal di testa, ricordi annebbiati e con le nostre fidanzate che ci dicevano di "crescere". Ma almeno la vita ci aveva insegnato che in certe occasioni non vale la pena fingere di essere Hercules e Obelix quando al massimo sei la mamma di Bambi e Casper.

Dest: Io e Gabriele ci siamo conosciuti tramite un amico in comune e abbiamo immediatamente iniziato a lavorare sui brani a distanza, senza grosse aspettative, ma abbiamo sviluppato molto in fretta un metodo di lavoro efficiente e un’ottima sinergia. La prima volta che ci siamo incontrati di persona ho fatto un incidente in autostrada e buttato la macchina nel cesso, non so se vale come ricordo tragicomico, ma di sicuro sono volate bestemmie fortissime.

Durante la lavorazione dell'album si sono uniti a voi Thomas Berti alla batteria e Alessio Landi al basso. In che modo il loro ingresso ha ridefinito il tiro e il groove della band in studio?

Alessio: L’apporto di ogni componente è stato fondamentale per definire il sound del gruppo. Siamo cresciuti tutti in contesti musicali molto diversi ma la cosa che ci accomuna è la curiosità per la musica, la volontà di sperimentare sempre cose nuove e non rimanere nella comfort zone. Sicuramente il contributo maggiore mio e di Thomas è il colore funk che ha il progetto. Possiamo dire che ognuno di noi ha espresso liberamente se stesso, e questo ha portato Libido ad avere diverse sfumature musicali.

Thomas: Io e Gabriele abbiamo trascorso ore interminabili in studio a stabilire e provare le parti dei pezzi mentre Dest era al lavoro sui provini vocali. L'ingresso di tutti gli elementi ha semplicemente rafforzato e definito quello che stava pian piano maturando in studio ogni settimana: il puzzle si era finalmente completato.

https://www.youtube.com/watch?v=uerV7Grc6QQ&list=RDuerV7Grc6QQ&start_radio=1

La vostra musica è un frullato impazzito di generi. Come da voi manifestato, nelle vostre note si sentono echi che vanno dai Faith No More ai Diablo Swing Orchestra, passando per l'hard rock virtuoso di Extreme e Van Halen. Se doveste indicare i tre numi ispiratori assoluti che mettono d'accordo tutta la band, chi scegliereste?

Gabriele: È praticamente impossibile citarne solo 3 senza ripensarci 5 minuti dopo. Al momento, però, siamo riusciti ad accordarci per Van Halen, Tower of Power e Tool.

Il vostro debut album si intitola “Libido-induced Anabasis”. Ci spiegate, a parole vostre, di cosa parla questo disco e come mai avete scelto proprio il Diavolo come protagonista di questa crisi d'identità esistenziale?

Dest: “Libido-induced Anabasis” racconta la storia del Diavolo, forse la più classica e riconoscibile tra le figure dell’iconografia comune, che soffre di problemi legati alla sfera sessuale e decide di venire nel nostro mondo per, beh, rimediare una scopata fondamentalmente. Lungo il percorso però verranno fuori diversi risvolti della faccenda, arricchendo di significati allegorici ed introspezioni profondamente umane il protagonista di un racconto ironico e scanzonato, fino alla presa di coscienza, l’epifania e la risoluzione della propria crisi d’identità. Nasce tutto da un’idea di Gabriele che mi è servita da ispirazione per sviluppare la storia e i vari temi toccati nei testi. Per me era molto importante che le canzoni, per quanto dal taglio assolutamente ironico, non sfociassero nel demenziale e nel ridicolo fine a se stesso, ma potessero esprimere la caratterizzazione del personaggio e mostrarne l’evoluzione come nei più classici racconti di formazione, solo con molte più prostitute.

Funk, prog rock, fusion, avantgarde e contaminazioni sperimentali. Da dove nascono le idee più assurde e fuori dagli schemi che avete inserito nei pezzi? C'è un momento preciso in cui vi dite che un'idea è troppo folle o per voi non esistono limiti?

Thomas: Nascono sicuramente dalla follia di Gabriele e dalla complicità di tutti noi. Vengono dal non avere regole, dalle emozioni mischiate insieme e assolutamente senza limiti, ma sempre con la giusta lavorazione.

Gabriele: Per "Libido-Induced Anabasis" (di cui ho praticamente curato integralmente la componente strumentale) la maggior parte dei brani nasce o da dei motivetti stupidi che il mio cervello ha partorito nei momenti più improbabili, o da delle improvvisazioni libere sul metronomo che riprendevo con il cellulare perché “non si sa mai”. Questo ti aiuta a capire che in realtà le idee alla base dei nostri pezzi sono mooolto spontanee, e credo che sia proprio questa la nostra cifra vincente... Fare musica che alcuni potrebbero considerare "complessa" ma con un sostrato catchy, cantabile e soprattutto ballabile. Parlando di limiti, l'unico che ci imponiamo è di fare musica che se venisse fatta da un altra band ne saremmo fan. Creare quindi brani che ci piacciono davvero e di cui sentiamo la mancanza. Per il resto no, fintanto che un'idea posso fischiettarla allora potrà anche finire su un nostro disco!

Sperimentazione ed eclettismo significano anche tanto lavoro di arrangiamento. Qual è stato il brano più complesso da realizzare partendo dall'idea iniziale e come siete riusciti a "domarlo"?

Gabriele: Dici bene! Per quanto le idee alla base dei nostri pezzi siano tutte molto "dirette" e in un certo senso elementari, il lavoro di arrangiamento e lo sviluppo di un livello di interplay che ci soddisfasse tutti ci hanno sempre portato via tanto tempo. Senza troppi indugi, ti dico che il pezzo che ci ha fatto penare di più in sala prove è stato "The Devil You Don't Know" semplicemente perché, essendo una combo tra le mie improvvisazioni e i motivetti che mi piombano in testa mentre cambio l'acqua al merlo (non è un caso che il pezzo inizi con il sottoscritto che canticchia l'intro: nasceva esattamente così), non segue una logica dal punto di vista strutturale e nella forma. Lo sentivo “proporzionato” in quel modo, e così è rimasto. A Dest gli è importata una sega e ha risolto il problema alla radice componendo una linea vocale che ignorasse completamente i cambi di metro. Thomas e Alessio invece mi hanno mandato a fare in culo.

Dest: Io posso dirti quello che è nato più in fretta: “No Whine Left Behind” è stato concepito e arrangiato dall’inizio alla fine in meno di due giorni e probabilmente rimane il mio preferito del lotto.

Nella presentazione del disco dite che la contraddizione è uno stato creativo legittimo e fertile. Come si traduce questo concetto quando si fondono la tecnica del prog con l'attitudine decisamente più "sexy e scatenata" della funk dancefloor?

Gabriele: Come probabilmente è già trapelato dalle altre risposte, e come hai fatto emergere anche tu nelle premesse della domanda, semplicemente crediamo che il cortocircuito tra approcci compositivi, attitudini e mondi apparentemente inconciliabili possa creare la scintilla creativa più interessante. Anche solo nel mettere noi musicisti nella condizione di ricevere e processare nuovi stimoli. Chi lo dice che non si può ballare su un poliritmo? Chi stabilisce che il progressive sia un genere da fruire solamente attraverso una disposizione all'ascolto rigorosamente analitica? E perché in uno stesso pezzo non dovrebbero convivere una sessione suonata con precisione chirurgica e un'altra suonata con l'urgenza espressiva dell'hardcore? I compartimenti stagni rassicurano, ma nell'arte spesso finiscono anche per diventare un grosso limite.

L'album esce nel 2026 per Gymnocal Industries. Com'è nata questa collaborazione e cosa significa per voi lanciare questo manifesto di libertà musicale?

Gabriele: Ho conosciuto Otto Egil Sætre nel 2022 in Norvegia al Midgarsblot, dove ero a suonare con i Darkend. Per una band come la nostra, anche considerando che debuttiamo nel 2026 con una proposta non proprio "canonica", c'era bisogno di qualcuno che credesse nel progetto e che come noi fosse abituato a macinare tanta musica diversa. Idealmente (ma questo è ovviamente secondario quando si tratta del tuo label boss) ci serviva anche qualcuno che oltre a sapere fare bene il proprio lavoro non si identificasse troppo con i propri titoli, con i traguardi raggiunti nella vita e con le sue competenze. Insomma, uno con cui andare d'accordo e che non se la menasse troppo. Otto per fortuna è tutto questo, e infatti non ha esitato un secondo quando gli ho chiesto di cantare e ballare con noi coglioni nel video di "The Devil You Don't Know"!

Deaf Beat Vanguard è un progetto a lungo termine con una visione ben definita per il futuro o dobbiamo considerarla una collaborazione temporanea tra musicisti, il tipico disco spacca-regole che resta lì ad alimentare ispirazioni future?

Dest: I Deaf Beat Vanguard sono una vera e propria band, il lavoro dietro a “Libido-induced Anabasis” è stato svolto proprio in quest’ottica, lavorando molto per sviluppare l’interplay necessario per rendere solida una proposta musicale così complessa e sfaccettata ed è nostra intenzione continuare così.

Alessio: Pensiamo che il futuro si costruisca nel presente, quindi il nostro focus è quello di continuare a lavorare al meglio portando avanti il progetto con grande serenità e passione.

Ora che il disco è fuori, la dimensione naturale per questa musica è sicuramente il palco. Ci sono già date attese o un tour in programma dove potremo vedervi?

Gabriele: I Deaf Beat Vanguard nascono per il palco ed è lì che vogliono stare. Al momento abbiamo una data ad ottobre che annunceremo presto ma stiamo cercando di inserirci in più situazioni possibili. Veniteci a vedere, che magari rimediate anche un paio di gratta e vinci...

Siamo arrivati alla fine! L’ultimo spazio è tutto vostro: c’è un messaggio finale che volete lanciare a chi si appresta ad ascoltare il vostro disco per la prima volta, o semplicemente qualcosa che ci tenete a dire ai nostri lettori?

Thomas: L'invito è quello di ascoltarlo senza alcun pregiudizio, di essere mentalmente elastici nell'ascolto e di godersi il viaggio.

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