Copertina di Wheels of Steel dei Saxon
Recensione Truemetal Classik · Album

Saxon Wheels of Steel

di Stefano Ricetti 1 Settembre 2026 - 07:51
Band
Saxon
Tipologia
Album
Etichetta
Carrere
Nazione
Regno Unito

Truemetal Classik si inaugura con l’appassionatissima recensione di Wheels of Steel dei Saxon vergata Roberto “Yngwie” Guarnieri e tratta dalla rivista HM numero 136 del dicembre 1992. Questa nuova rubrica andrà di pari passo con la consueta Heavy Fucking Metal Pillar, anche se i prossimi vari album ritenuti classici ("Classik") verranno trattati ex novo e contestualizzati prevalentemente da membri della redazione.

Una nota: i Saxon, nel 1992, quando uscì la recensione di Guarnieri - a dodici anni di distanza dalla pubblicazione ufficiale di Wheels of Steel -, non vivevano di certo un periodo d'oro, dopo i fasti dei primi anni Ottanta. Avevano licenziato sul mercato quello stesso anno un disco non propriamente memorabile come "Forever Free", un passo indietro rispetto a "Solid Ball of Rock" del 1990, l'album del loro ritorno all'HM duro e puro dopo le sperimentazioni operate su "Destiny". Successivamente la storia darà loro ragione, lungo il resto della carriera, facendoli meritatamente assurgere a band simbolo dell'heavy metal mondiale.      

Buona lettura.

TRUEMETAL CLASSIK 

Saxon

Wheels of Steel

(Carrere)

Data di uscita: 3 aprile 1980

I ricordi più belli di ciò che stato il vero heavy metal, sono legati soprattutto all'Inghilterra, a quel paese così nazionalista che è riuscito ad inventarsi un movimento musicale oggi così vasto. È inutile ora ricordare per l'ennesima volta i gruppi più importanti, ma vale la pena soffermarci su un gruppo che, più di ogni altro, è stato in grado di dare all'heavy metal una immagine credibile. I Saxon, al pari di Judas Priest ed Iron Maiden, sono stati il manifesto del nuovo tipo di cultura musicale; ancora oggi essi fanno gridare le ugole di moltissimi aficionados, anche se la loro credibilità è andata scemando dopo i primi cinque platter. Fra i primi ad inserire due chitarre, ad eliminare le tastiere vetuste e ad inserire riff più taglienti, i Saxon hanno trovato in “Wheels Of Steel” ed in “Strong Arm Of The Law” i loro dischi meglio riusciti, eclissandosi poi per mancanza di idee. Perché “Wheels Of Steel”? Perché l’attività dei Saxon non si è mai fermata alla mera musicalità, essi hanno rappresentato anche e soprattutto un modo di vivere. Giubbotti di pelle, borchie, Harley Davidson e la sempre presente birra, questi sono gli elementi basilari della vita di un gruppo rock.

È un po’ ciò che hanno insegnato in seguito i Mötley Crüe e ben pochi altri gruppi hanno però seguito questi insegnamenti; il metal di oggi ha, purtroppo, ben altri valori, certamente più dannosi di una corsa in moto o di una ubriacatura spensierata. Sono i dollari che contano, sono le interviste nelle quali non ti puoi azzardare a fare una certa domanda, sono i videoclip che hanno in un paio di belle tette i loro punti di riferimento. La vita della rockstar piace a tutti, ma c'è un abisso fra ciò che la New Wave Of British Heavy Metal ha insegnato e ciò che i gruppi americani ed i loro produttori cercano di farci assorbire. Oltretutto, credo che sia molto più facile per un ragazzo sentirsi felice con quel poco che ha, anziché soffrire per un sogno che difficilmente potrà trasformarsi in realtà.

Sentire l'heavy metal è fra le cose più belle che una persona possa fare, ma non bisogna lasciare tale musica nelle mani di chi se e sbatte dell'altrui pensiero. Tornando i Saxon, essi sono stati, musicalmente, tanto semplici quanto pieni di grande energia; “Wheels Of Steel” è un disco vecchio di dodici anni, ma quando si ascolta un pezzo come la title track qualsiasi spazio temporale crolla. Queste ruote d'acciaio continueranno a correre per sempre, con le due chitarre di Paul Quinn e Graham Oliver che fanno le veci di due cilindri. I loro accordi sono passati alla storia, così come la voce del mitico Biff Byford, fra i vocalist più entusiasmanti degli anni Ottanta.

È da notare come la musica dei Saxon fosse potente ma abbastanza lineare, raramente si assisteva a delle velocizzazioni, quando accadeva era solo per esigenze solamente liriche (esempio “Motorcycle Man”). Altro brano di punta è stato “747 (Strangers In The Night)”, un classico nella produzione del combo anglosassone; anche in esso ha ruolo fondamentale la figura di Byford, autentico frontman quando c'è da recitare invece di cantare o emettere acuti. Più melodico, ma non per questo commerciale, “Suzie Hold On”, con il suo intro di basso suonato da Steve Dawson e con le note dolci ed allo stesso tempo graffianti delle due chitarre. Da vero orgasmo “Machine Gun”, una corsa velocissima fra duetti micidiali di sei corde e ritmiche adrenaliniche, un pezzo scritto apposta per essere perfetto in sede live, per far muovere le teste di migliaia di ragazzi.

La batteria sempre più veloce di Pete Gill introduce il rock & roll di “Freeway Mad”, altro pezzo riuscitissimo, in virtù anche di arrangiamenti molto azzeccati; sulla stessa stregua è “Street Fighting Gang”. Dei Saxon rimarranno memorabili tante cose: i loro incisi, i fischi di Byford, i ritmi martellanti di Dawson e Oliver, tutto ciò non potrà mai venire cancellato solo perché il metal è divenuto preda di produzioni commerciali. Purtroppo sarà difficile rivederli direttamente in prima linea, di tempo ne hanno avuto, ma lo hanno sfruttato male, impegnandosi spesso e volentieri in una sorta di ricerca melodica, anziché continuare a cercare i riff giusti, i ritmi più adatti. È un controsenso però che il gruppo britannico sia stato in grado di offrire il massimo solo con dischi come questo o con “Strong Arm Of The Law”, “Denim And Leather” ed il primo live. Vi sono state altre band, come per esempio i Motörhead, che hanno avuto una buona vena compositiva per ben più di cinque dischi.

Forse i soliti, insormontabili, problemi interni hanno distrutto il combo inglese ancor prima del tempo. Sono comunque dell'idea che i Saxon siano stati fra i più grandi in assoluto: un pezzo come “Wheels Of Steel” può apparire infantile, eppure dal vivo si trasformava in una specie di sacrificio umano, in una funzione che il gruppo deve per forza di cose espletare, pena i fischi di una folla che è letteralmente impazzita per la loro musica.

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