Per chi ama fare zapping all'interno della cerchia delle band death metal dissonanti, i deathsters delle frange più di nicchia si imbatteranno prima o poi in una formazione dal nome particolare: i Lago. Proveniente da Phoenix, in Arizona, e formatasi nel 2010, la band vede il membro fondatore Cole Jacobsen (chitarra e voce growl) coadiuvato da altri tre musicisti di lungo corso, ossia Garrett Thomas (basso e voce scream, con la band fin dall’esordio), il chitarrista solista Gus Barr e il batterista Brian Miller.
Dopo otto anni di silenzio e fuoriusciti dalla Unique Leader Records (ormai dedita solo alle band deathcore), “Vigil” viene pubblicato dalla nostrana Everlasting Spew Records e, oltre che in CD, l’album sarà disponibile da settembre anche in due formati in vinile in edizione limitata. Il disco vede la band affinare ulteriormente le proprie doti tecniche ed esecutive e tornare in pista con un lavoro che si pone tra le uscite più interessanti dell’anno per il genere cosiddetto disso-death. Se l’EP “Marianas” e l’esordio “Tyranny” del 2014 esprimevano ancora un orientamento verso lidi prettamente old school e più diretti, è con il secondo full-length “Sea of Duress” (2018) che il combo americano ha evoluto il proprio stile verso soluzioni più sperimentali. Quest'ultima fatica segna un’evoluzione ancor più marcata in tal senso.
A differenza dei vari Ulcerate, Mors Verum, Devenial Verdict, Dysgnostic o Carbon Tomb, la musica dei Lago si fa ancora più pesante e malsana. Il gruppo miscela un sound cupo dalle atmosfere opprimenti esternato attraverso riff sgraziati e dissonanti ma dalla precisione chirurgica, nei quali l'ascoltatore viene centrifugato e annichilito oltre ogni misura. Il tutto avviene senza dimenticare i richiami della vecchia scuola: nei riff riecheggiano infatti le trame dei Morbid Angel, mentre i pinch harmonics, le armonie contorte degli assoli e il growl profondo di Cole Jacobsen fanno sentire le influenze degli Immolation. Lo stesso Jacobsen ha più volte esternato la profonda ammirazione per Trey Azaghtoth nonché per Luc Lemay dei Gorguts. I Lago risultano tuttavia ancora più estremi, con composizioni dalle strutture asimmetriche imposte da basi ritmiche in continuo movimento tra tempi lenti, medi e veloci in cui l’alternanza di arpeggi atonali e di accordi dissonanti uniti all'assenza di parti melodiche o di sezioni ripetute rendono l’atmosfera fortemente ossessiva e soffocante. Rispetto alle band di riferimento, il sound del combo di Phoenix estremizza ulteriormente la proposta, ponendo quasi dei paletti al genere dissonante, oltre cui non è possibile andare.
Sotto il profilo vocale, il disco sceglie una precisa linea espressiva: l'impostazione si mantiene rigida e costante sullo stesso stile declamatorio per tutta la sua durata. Se da un lato questa performance quadrata e monocorde è una caratteristica tipica del genere – funzionale ad enfatizzare il senso di monolitica oppressione – dall'altro va notato che rispetto al passato è quasi del tutto scomparso l'uso dello scream. I brani finiscono così per non differire molto l'uno dall'altro se non per l'evoluzione delle trame strumentali; l'inserimento di quelle alternanze vocali presenti nei vecchi lavori avrebbe sicuramente spezzato la densità del lotto, offrendo un briciolo di accessibilità in più.
Se l’opener “Behold, Ruin” è caratterizzata da un riconoscibile refrain di chitarra che potremmo dire fa da introduzione a tutto l’album, nel resto della canzone e già con i sei minuti della successiva “Fodder” si notano chiaramente la direzione e lo stile intrapresi: un death metal multiforme e stratificato in cui la musica prende una direzione lineare, sconvolgendo radicalmente la classica struttura strofa-bridge-ritornello. Viene proposto invece un labirinto di soluzioni continue in cui la tecnica e la sensorialità sono messe in primo piano: la rinuncia alla melodia incanala l’ascolto sul flusso dinamico e sulla perizia esecutiva con passaggi continui che risultano sempre diversi l’uno dall’altro, avvolti in un'atmosfera vocale che ne sigilla la compattezza. Il suono della chitarra solista, impostata su uno shred classico e pulito, contrasta con la base ritmica resa cupa dal basso e dalla doppia cassa. Nelle fasi ritmiche le chitarre divergono e disegnano riff obliqui, netti e precisi, pur mantenendo un timbro sporco e languido. Ne è un esempio “Procession into Slaughter”, brano più cadenzato che imita l’andamento di una nefasta processione enfatizzata dal lugubre testo: "La tua fede estorta, il tuo dolore reso vano, la tua fiducia conquistata al seguito del pastore. Colui che sale al trono. Il demagogo. L'onnipotente. Un corteo verso il massacro".
Le chitarre di “Initiation Rite” disegnano atmosfere sinistre tramite distorsioni tipiche, arricchite da un assolo e da pinch harmonics che rendono la traccia tra le più oscure e contorte del lotto. Con i suoi quasi otto minuti, “In a House of III Repute” è il pezzo più lungo dell'album, reso ancora più malsano e oscuro da una doppia cassa martellante e continua; qui i riff spezzati mantengono l’ascolto sul filo del rasoio, spesso inframmezzati da assoli di matrice shred chiari e limpidi. Anche in questo caso, la totale assenza dello scream affida al solo e ottimo guitarwork il compito di diversificare l'andamento del pezzo.
Le battute finali dell'album confermano l'alto livello esecutivo del gruppo: “Kingdom without Pulse” e la conclusiva “The Land Was a Desert” si distinguono infatti come episodi di pura violenza e maestria tecnica, in cui la band mette in mostra tutta la propria impressionante preparazione. In questi due brani di chiusura, la rigorosa linearità del cantato si fonde con la brutalità degli strumenti, suggellando un ascolto ostico ma coerente con i canoni più intransigenti del genere. A rendere il tutto ancora più sofferto e struggente contribuiscono l'apparato testuale, oscuro e dal forte piglio nichilista e il fascino tormentato della splendida copertina realizzata da Adam Burke.
In conclusione, “Vigil” non è un album immediato. Richiede numerosi ascolti attenti e una buona dose di pazienza per poter prendere piena confidenza con la sua fitta architettura sonora e assimilarne ogni singola sfumatura strumentale. Tuttavia, se ci si concede il tempo necessario e si crea la giusta atmosfera per immergersi nelle sue oscure trame, il disco si rivela in tutta la sua completezza. Al netto di una performance vocale fin troppo quadrata e priva dello scream del passato, l'ultima fatica dei Lago si impone con forza e autorevolezza come una delle uscite più interessanti dell'anno nell'intero panorama del death metal dissonante.
https://www.youtube.com/watch?v=qX_9-Ai0wqk&list=RDqX_9-Ai0wqk&start_radio=1
https://www.youtube.com/watch?v=tPTZLuu3MpM&list=RDtPTZLuu3MpM&start_radio=1