Copertina di They Are Born Under Rules of the Darkness dei Torchia
Recensione Death

Torchia They Are Born Under Rules of the Darkness

di Daniele D'Adamo 6 Settembre 2026 - 00:00
Band
Torchia
Etichetta
Rockshots Records
Genere
Death
Nazione
Finlandia

I Torchia sono una solida realtà finlandese, attiva dal 2010, con all'attivo quattro full-length di cui "They Are Born Under Rules of the Darkness" è quello della presente disamina. Il perché il loro ruolo sia relegato al più profondo underground, nonostante l'alto livello tecnico/artistico che li contraddistingue, è una domanda che investe uno dei misteri del metal.

Preso atto di ciò, non resta che tuffarsi nei meandri di un melodic death metal assai strutturato, la cui evoluzione si distingue totalmente dalla vena classica del gothenburg metal. Uno stile personale, quindi, che non prende spunto da ciò che ormai è trito e ritrito ma che, al contrario, cerca di percorrere la propria strada con decisione, nella fedeltà ai propri ideali musicali. I quali esulano del tutto dal concetto di commerciabilità, il che risponderebbe, almeno in parte, al quesito di partenza.

Commerciabilità che non vuol dire assolutamente orecchiabilità. La musica dei Nostri, difatti, presenta parecchi spunti marcatamente melodici che, però, sono finalizzati all'elaborazione di un sound possente, a tratti anche cattivo e aggressivo, purtuttavia nobilitato da improvvise, clamorose nonché ariose aperture armoniche dal gusto tendente all'epico ("Hellmouth"). La possanza del suono che fuoriesce dagli speakers non è forse uno dei caratteri distintivi più rilevanti del melodic death metal, ma è proprio per questo che il combo nordeuropeo riesce a creare qualcosa di piuttosto originale, come si può ben recepire in "Hellstorm".

Brano feroce, brutale, violento grazie all'attacco di furibondi blast beat generati dalle mani e dai piedi di Vincent Oscar Mill. Improvvisamente, quasi sbattendo sull'immane muro di suono stordendosi, emerge un chorus clamoroso come melodiosità, accompagnato da orchestrazioni visionarie e da cori, di nuovo, epici. Una song che ben rappresenta l'anima dei Torchia, quasi fosse una sorta di ponte di Einstein-Rosen fra la grande epopea dell'heavy metal e la modernità dei giorni nostri.

Ovviamente, nemmeno a pensare il contrario, l'ottimo risultato sopra conseguito si deve non solo alla capacità di scrittura ma, come sempre accade per gli act provenienti dalla Finlandia, anche a una grande perizia tecnica. Insomma, i sedici anni di attività si sentono tutti, giacché trattasi di produzione senza alcun difetto, dallo spirito totalmente professionale. Fautrice di un sound maturo, adulto, irreprensibilmente formato, tranquillamente in grado di competere con chiunque nell'affollato mondo del metal estremo ma non solo. E questo, anche, grazie al lavoro della Rockshots Records di Torino, una delle eccellenze italiane di cui ci si dimentica troppo facilmente.

Così, Nox, a mò di oscuro capitano, traghetta il naviglio e i suoi passeggeri mediante un growling appena accennato che, per fortuna, lascia intendere le parole pronunciate. Accanto a lui, spesso e volentieri, si allineano i cori i cui fautori rispondono ai nomi di Villemorte, chitarrista, e di Vulkan, basso. E, a proposito di sei corde, non si può non menzionare l'eccellente lavoro svolto sia dall'appena menzionato Villemorte e dal suo compagno d'armi Henri von Hardy. Molto efficaci in sede sia di elaborazione di un rifferama duro come il granito ("Black Cat"), sia di delicati assoli di gran gusto, quasi da guitar-hero, che abbelliscono l'insieme senza essere troppo invasivi ("Stygian Waters").

Di nuovo sono da sottolineare le orchestrazioni poiché, oltre a essere decisamente melodiose, offrono un tocco di magnificenza al tutto, rimandando a quel sapore di leggenda di cui s'è detto. Va da sé che, con una preparazione simile e un'esecuzione di questo rango, i Torchia possano essere bravi anche nella composizione delle singole canzoni. E così è. Certo, non si tratta di un'equazione matematica, ma se c'è la sostanza è assai probabile che ci sia anche la forma. I brani sono tutti ben diversi gli uni dagli altri, seppure obbedienti al Torchia-sound, e ciascuno di essi diviene riconoscibile dopo pochi ascolti. Tanta, tanta musica, cioè, ma tanta, tanta bravura nello scrivere canzoni di ottima fattura, lineari, da mandare a memoria.

Tornando alla domanda di partenza, i Torchia, con il loro "They Are Born Under Rules of the Darkness", rappresentano un mistero la cui risposta è difficile. Non si comprende, in definitiva, perché una compagine così affiatata, di talento e dalla grande competenza tecnica sia sconosciuta ai più.

Da mettere in bella mostra nella libreria.

Daniele "dani66" D'Adamo

https://youtu.be/QRl4RQ9kgwU?list=RDQRl4RQ9kgwU

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