Copertina di The Woes Of A Mortal Earth dei Brimstone Coven
Recensione Stoner · Album

Brimstone Coven The Woes Of A Mortal Earth

di Matteo Pedretti 20 Ottobre 2020 - 22:41
Tipologia
Album
Etichetta
Ripple Music
Genere
Stoner
Nazione
Stati Uniti

L’espressione “Born Too Late”, titolo di un brano dei Saint Vitus, descrive in modo calzante la proposta musicale dei Brimstone Coven: uno stoner/occult rock che sembra un prodotto di fine anni Sessanta/inizio Settanta, periodo in cui l’epopea hippie, ormai sulla via del crepuscolo, lasciava spazio ai primi vagiti di quello che sarebbe divenuto l’heavy metal. A dispetto del suo sound vintage, la band si forma in Ohio nel 2011 intorno alla figura di Corey Roth, chitarrista e songwriter, che in breve tempo recluta il vocalist John Williams, il batterista Justin Wood e il bassista Andrew D’Cagna (polistrumentista e cantante del West Virginia attivo in una miriade di progetti che spaziano tra diversi sottogeneri del metal, tra cui il più interessante è probabilmente Nechochwen, tra neofolk e black metal).

Questa formazione autoproduce nel 2012 un self-titled EP e, l’anno successivo, il full lenght “II”. Nel 2014 arriva il contratto con la Metal Blade per la pubblicazione di due album: la ristampa dei succitati lavori in un unico disco e l’ottimo “Black Magic” del 2016 che Metal Hammer paragona, per livello qualitativo, alle produzioni dei Witchcraft. Per quanto l’accostamento ai mostri sacri svedesi possa essere più o meno condivisibile, quel che è certo è che l’album riscuote ampio consenso e permette ai Brimstone Coven di emergere nella sempre più affollata scena retro-rock/doom/stoner.

Nel 2017 iI percorso del gruppo subisce una momentanea battuta d’arresto dovuta alla scadenza di contratto con la Metal Blade e alla separazione dal vocalist John Williams e dal batterista Justin Wood. La band è però capace di reinventarsi come trio: Corey Roth e Andrew D’Cagna si assumono la responsabilità delle parti vocali e arruolano Dave Trik dietro alle pelli. L’anno successivo questa rinnovata formazione autoproduce “What Was and What Shall Be” che, pur non raggiungendo i livelli del suo predecessore, le consente di girare gli States in lungo e in largo e di trovare nuovo equilibrio e affiatamento concerto dopo concerto.

Alla fine del tour il combo inizia a scrivere nuovo materiale, si accasa nel rooster della californiana Ripple Music, etichetta di riferimento per il sottobosco underground heavy psych, doom e stoner e, lo scorso 21 agosto, pubblica “The Woes of a Mortal Earth”. Stilisticamente l’album non si discosta dai suoi predecessori: la proposta è, infatti, un hard rock di matrice sabbathiana, in cui riconoscono anche influenze di Pentagram e Led Zeppelin, con liriche incentrate sull’immaginario esoterico tipico dell’occult rock, il cui riferimento più netto sono i Coven di Jinx Dawson.

Il marchio di fabbrica del gruppo è immediatamente riconoscibile e songwriting, arrangiamenti ed esecuzione sono decisamente validi.
L’opener “Inferno” definisce sin da subito il paradigma su cui si articolano le sei composizioni: linee vocali melodiche si posano su di un susseguirsi di riff lenti, ripetitivi e caratterizzati da accordature ribassate, plasmando un suono che, pur non sconfinando in territorio metal, riesce, a tratti, a risultare piuttosto pesante. Il tutto è impreziosito da assoli di chitarra dal sapore rock blues, a volte psichedelico (particolarmente riusciti quelli di “Living with a Ghost” e “The Darker Half”), e da una produzione vintage e immediata, che esalta sia la rocciosa componente strumentale che quella vocale, più soave. Unico punto debole è l’eccessiva omogeneità stilistica e strutturale dei pezzi: sebbene alcuni siano piuttosto lenti (“When the World is Gone” e “Song of Whippoorwill”) e altri un più incalzanti (“The Darker Half”), tutti si sviluppano seguendo lo schema sopra descritto: il trio sembra sapere molto bene ciò che gli riesce meglio ed evita di avventurarsi su terreni inesplorati.

“The Woes of a Mortal Earth” è una piacevolissima riconferma dello stato di salute dei Brimstone Coven.
Le sonorità dell’album, seppure accessibili - a tratti addirittura ammiccanti - difficilmente riusciranno a catturare l’attenzione degli amanti di altri sottogeneri del metal e del rock, ma i fan dello stoner, del doom e dell’occult rock apprezzeranno certamente questi circa trenta minuti di puro escapismo.


Altri album di Brimstone Coven

Carico il prossimo articolo