Un sogno che s’avvera, questa la prima considerazione d'ogni amante di Genesis e Marillion nell’apprendere la notizia del progetto strumentale The Roaring Waves, nato dalla collaborazione tra i due illustri chitarristi che hanno illuminato la scena progressive, rispettivamente negli anni Settanta e negli Ottanta. Entrambi dediti a un guitarwork scevro di virtuosismi fini a sé stessi (semmai volto alla ricerca di un’aura psichedelica e fatata), Steve Hackett e Steve Rothery, dopo quasi un decennio dal primo contatto creativo, pubblicano The Roaring Waves, che si compone di sette pezzi tutti da scoprire e un artwork opera di Simon Ward su toni freddi che cattura l’idea del lato oscuro e magnetico del mare come eterno catalizzatore di emozioni.
Rothery dice di aver preso ispirazione dalla sua cittadina d’origine, Withby, nello Yorkshire, che si affaccia sul Mare del Nord: “Whitby was a very evocative place to live, a very poetic and powerful place to grow up”. Aggiunge che si tratta di un disco cinematografico, a tratti ambient, quasi la colonna sonora di un film noir d’altri tempi. Ricordiamo che Rothery ha collaborato con Thorsten Quaeschning nel progetto Bioscope e non è la prima volta che si allontana dallo shredding tout court…
In passato i due talenti della chitarra si erano già incontrati, basti ricordare che Rothery è stato ospite speciale di Steve Hackett nel concerto celebrativo di The Lamb Lies Down On Broadway alla Royal Albert Hall di Londra nel 2024. Il chitarrista dei Marillion inoltre è un fan dichiarato dei Genesis prima era e ha riproposto in sede live Firth of fifth, il pezzo che contiene forse l’assolo più rappresentativo in assoluto di Hackett.
Durante l'arco di lavorazione del platter le registrazioni si sono svolte al Racket Club (e negli studi domestici dei chitarristi), improvvisando molto, metodo più vicino allo stile dei Marillion rispetto al modus operandi dei Genesis anni ’70. A fare da valore aggiunto c’è stato inoltre il lavoro di Riccardo Romano, tastierista e responsabile della registrazione e del missaggio finale.
Con queste premesse si capisce come questo disco strumentale faccia ben sperare: i due musicisti sono entrambi devoti alla causa, hanno grande sperienza e gusto musicale, difficilmente possono tradire le aspettative di chi li segue da decenni. Vediamo se è effettivamente così.
L’opener “The storm” si apre con versi di gabbiano e note di mellotron. A seguire arrivano le chitarre e inizia un lento crescendo che porta all’acme temporalesca, dopo la quale il brano cambia pelle, svelando la potenza della sinergia Hackett-Rothery: per farsi un’idea basta ascoltare con attenzione il finale dove i due strumenti s’intrecciano e sembrano danzare tra loro, dimostrazione plastica del rispetto e della grande sensibilità nel modo di suonare dei due maestri.
“Sandsend” è un pezzo dai ritmi compassati, limpido e malinconico quanto basta; richiama i paesaggi di Whitby, ma anche il carattere introspettivo e anticonformista di Rothery. Da ascoltare cuffie alla mano per godersi ogni sfumatura delle note cesellate dai magnifici due.
“Red Dragon” è il brano più corto in scaletta, quattro minuti di sollazzo puro, con tanto di sintetizzatore di sitar e note iniziali e finali di ghironda. Un buon brano di passaggio verso la cinematografica title-track.
“The roaring Waves” si apre con Hackett alla chitarra acustica, uno degli highlight del disco, pura magia. Il resto della composizione è una lunga jam che include pure degli archi orchestrali, quasi fossero il corrispettivo delle onde gigantesche ritratte nell’artwork. Tutto molto piacevole, forse si poteva osare di più nel rendere il lato drammatico del mare ruggente, ma poco male.
Nel caso di “K-129”, pezzo chiaroscurale e a tratti ansiogeno, l’immagine di fondo è ispirata all’ultimo viaggio di un sottomarino sovietico, che affondò con il suo equipaggio di 98 uomini nel marzo 1968. Il brano riesce nell’intento di rendere a livello musicale questa tragedia ammantata di mistero.
“The Black Sea” è il singolo apripista del progetto. All’avvio ci sono evidenti rimandi ai Pink Floyd e complessivamente si rivela un pezzo ammaliante, come del resto il mare che vuole dipingere, solcato da millenni (a partire dal viaggio degli argonauti) e oggi custode di migliaia di relitti nei suoi fondali.
A chiudere l’album è l’inaspettata “Pacific Coast Highway”, un brano vivace impreziosito dall’armonica di Hackett e con Rothery al basso. È infatti una jam spensierata e da road movie per certi versi, con tante voci in chiusura (quella dei due Steve e di alcuni familiari, inclusa la moglie di Rothery, a sua volta grande fan di Hackett).
Se volessimo fare un bilancio finale di questo album si potrebbe tranquillamente dire che è un disco piacevole, ben arrangiato, atmosferico, ma non un capolavoro. Non era questo del resto l’intento del progetto, nato come pura sperimentazione. Steve Rothery dice che comporre è come dipingere un quadro, l’artista deve combinare elementi ritmici, melodici e atmosferici per accompagnare l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio mentale (“You have the rhythmical and the melodic and atmospheric elements that you try and construct in such a way to take people on a journey”). The Roaring Waves è proprio questo, un viaggio che riesce a suscitare emozione e tanto basta perché sia riuscito nel suo intento.
Per ora il progetto non avrà un seguito e nemmeno una versione live, troppi gli impegni per i due chitarristi. Nel caso volessero comunque tornare a collaborare, i due Steve sanno già di rendere di nuovo felici i fan di tutto il mondo.