Copertina di The Mantle dei Agalloch
Recensione Past

Agalloch The Mantle

di Satyr 10 Aprile 2003 - 00:00
Band
Agalloch
Tipologia
Past
Nazione
Stati Uniti

Come già era emerso dal primo lavoro del terzetto statunitense, anche questo The mantle non si discosta più di tanto dallo stile proposto da questi 3 ragazzi provenienti dall'Oregon, terra non certo famosa per aver dato i natali a gruppi metal, e cioè un gothic dalle tinte dark, folk e qualche spruzzata di black. Gli Agalloch non mancano il bersaglio e ci regalano un album ancora più sofferto ed emozionante del precedente, intriso di malinconia e tristezza. Le canzoni sono avvolgenti e cariche di sentimento. Ad iniziare con l'intro acustica A celebration of the death of man, dove un arpeggio di chitarra unito a sprazzi di chitarra elettrica creano un'ottima atmosfera triste e desolata, che prosegue con In the shadow of our pale companion, lunga traccia di oltre 14 minuti sulla stessa impronta stilistica della precedente dove Haughm alterna, con un risultato eccellente, cupe e intense voci pulite a screaming a volte appena sussurrati, creando un effetto molto evocativo. Segue poi la strumentale Odal, che oltre agli arpeggi di chitarra e ad un sottofondo di marcia scandito dalla batteria, inserisce nel finale un pianoforte che introduce la prossima canzone, I am the wooden doors, forse le più "tirata" dell'album, ma anche tra le più belle, in quanto riesce ad unire perfettamente la componente atmosferica e desolata tipica del gruppo senza penalizzare in alcun modo la forza e la cattiveria sprigionata dalla voce di Haughm. The lodge è invece un altro strumentale incentrato su un ipnotico arpeggio di chitarra che spiana la strada ad un'altra bellissima canzone leggermente più tirata, You were but a ghost in my arms, dove si alternano ancora voci pulite e screaming. The Hawthorne passage è un altro lungo pezzo strumentale, dedicato alla grigia vita della città. Come al solito molto sofferto e intenso, rivela però nella parte centrale, quasi a sorpresa, un assolo di chitarra che mi ha ricordato i Van Der Graaf Generator. Prosegue poi alternando lenti e ipnotici arpeggi a parti più "heavy" senza mai diradare la densa nube di tristezza che pervade tutto l'abum. Si arriva a ...And the great cold death of the earth, dove continuano a farla da padrone i lunghi arpeggi della chitarra di Anderson e la voce di Haughm, su un sottofondo di chitarre distorte che non possono lasciare l'ascoltatore indifferente. Si chiude con A desolation song, dove Haughm canta con voce sussurrata per tutta la durata della canzone su un sottofondo di chitarra acustica e con un bell'assolo di mandolino nella parte centrale. Traccia se possibile ancora più intensa delle altre, dove la tristezza è quasi palpabile. In conclusione un disco a mio parere semplicemente stupendo. Questi tre ragazzi hanno talento da vendere ed è un peccato che siano poco conosciuti, perchè meriterebbero ben altri spazi.


01. A Celebration For The Death Of Man…
02. In The Shadow Of Our Pale Companion
03. Odal
04. I Am The Wooden Door
05. The Lodge
06. You Were But A Ghost In My Arms
07. The Hawthorne Passage
08. …And The Great Cold Death Of The Earth
09. A Desolation Song

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