A soli nove anni dalla fondazione, i Frozen Crown tornano nel 2026 con il loro sesto lavoro sulla lunga distanza. “The Legend Of The Six Kings” è il primo album che vede la nuova Aleksandra Stamenković (aka Alexandra Lioness) alla chitarra, in sostituzione dell’uscente Fabiola Bellomo (subentrata poi, ma per poco, negli All For Metal). Nulla di eccezionale per la band, creatura saldamente nelle mani della coppia Mondelli/Etro, che ha dimostrato ampiamente di saper navigare i cambiamenti e di gestire con una certa agilità turnover che possono diventare frequenti quando una band è decisa ad allontanarsi dai territori underground per tentare con tenacia la difficile strada del professionismo musicale. Proprio così, perché i Nostri sono certamente da annoverare tra quei gruppi che non si accontentano della classica uscita discografica con il pugno di date d’ordinanza nel weekend, ma, forti di un buon contratto con la Napalm Records e di una solida agenzia di booking alle spalle, già da diversi anni si impegnano in rilevanti tour internazionali, come guest o da headliner (recentissimo quello negli USA in apertura ai Kamelot o quello imminente in Europa di spalla a Beast In Black e Sonata Arctica).
Da un punto di vista concettuale, “The Legend Of The Six Kings” potrebbe sembrare il solito fantasy plot che tratta di cavalieri e battaglie contro tiranni malvagi, ma volendo per un momento cambiare prospettiva, appare chiaro come i Sei Re siano proprio i sei Frozen Crown: la loro “guerra”, la loro rinascita e la conquista del nuovo regno sono una rappresentazione mitologica della band stessa, della sua evoluzione e della sua affermazione. Sei Re come sei figure specifiche e riconoscibili, quindi (e ciò è evidente fin nella copertina). Pezzi come “Reborn”, “Through The Fire” e “To The Stars” acquistano così una lettura quasi autobiografica della band: non soltanto personaggi fantasy che risorgono, combattono e conquistano il cielo, ma i Frozen Crown che raccontano la propria crescita attraverso una metafora epica.
Musicalmente parlando, la band riparte da dove l’avevamo lasciata: ormai forte della presenza della terza chitarra, non lesina in molteplici scorribande solistiche, adesso facilmente riproducibili anche dal vivo, per un suono pieno e ricco di sfaccettature. L’aggiunta della terza sei corde ha permesso ai Frozen Crown di fare passi avanti evidenti anche nella scrittura dei pezzi: quasi inconsciamente, la consapevolezza di avere più spazio e più possibilità a disposizione sembra aver dato loro la spinta per crescere ulteriormente come songwriter. Power metal certamente, con costanti accelerazioni in territori speed, con il Nord Europa come stella polare, grazie anche a non pochi cenni folkeggianti e un retrogusto melodico che porta ad act quali Children Of Bodom – sicuramente un’influenza primaria di Federico Mondelli, tanto che la primordiale idea dietro i Frozen Crown era proprio quella di emulare le gesta dei Finlandesi – ma anche Wintersun ed Ensiferum.
La struttura dei brani appare subito solida, nonostante la linea ultramelodica portata dalla voce solista: “Lightning In The Sky” poggia, infatti, le basi su una ritmica robusta di chitarra ma soprattutto sul lavoro di batteria possente a cura di Niso Tomasini, tanto giovane quanto promettente. Non c’è un attimo di pausa e subito è il momento per uno dei pezzi da 90 dell’intero lavoro: “Who Wants To Burn In Heaven” è una masterclass di power metal moderno, cadenzato e marziale come si usa oggi, con un ritornello che difficilmente non sarà cantato dalla totalità del loro pubblico nei prossimi appuntamenti dal vivo. Giustamente scelto come singolo e video, diventerà probabilmente uno dei cavalli di battaglia del gruppo.
Semplicità di fondo, ma si tratta di linearità e certamente non di banalità: per chi ama il genere, difficile non apprezzare le soluzioni immediate e ficcanti che i Frozen Crown adottano, molto marcate in “Reborn” e ancora più incisive in “The One”, pezzo scelto tra l’altro come primo singolo. In questo caso, ancora una volta, ritmica e batteria la fanno da padrone, dimostrando come i Frozen Crown si trovino a loro agio quando il livello di intensità sale (non per niente, per chi scrive, “Black Hearts” da “Call Of The North” resta uno dei loro pezzi migliori).
Piccolo break con la cover di “Iris” dei Goo Goo Dolls, come probabile omaggio alla Generazione X, tutto sommato un originale divertissement: il pezzo, neanche a dirlo, è rivisto in chiave Frozen Crown e, in contrasto con la linea melodica originale del pezzo, viene arricchito da accelerazioni e un pregevole lavoro di chitarra.
Si prosegue ed è chiaro che l’obiettivo dei Frozen Crown è quello di avere pezzi articolati sì, ma anche molto immediati e facilmente riproducibili dal vivo. Ciò rende l’album, soprattutto nella seconda parte, abbastanza omogeneo e particolarmente diretto, dove sono i ritornelli a fare la parte del leone, con una Giada Etro a suo agio nell’avere a che fare con “fuoco e ghiacci”. Ci pensa la traccia che dà il titolo al disco a mischiare un minimo le carte in tavola, in un pezzo veramente a metà tra le sfuriate dei Wintersun – grazie ad harsh vocals (a cura di Federico Mondelli) e a sfuriate di chitarra e doppia cassa – e Blind Guardian, nei momenti più puliti e melodici. Assieme a “Who Wants To Burn In Heaven”, il momento più alto dell’album, motivo che ci spinge a consigliare alla band di insistere nell’arricchimento dei pezzi, nell’appesantimento generale del sound e nel non temere di uscire dalla propria comfort zone.
“The Legend Of The Six Kings” è un lavoro ottimamente concepito, composto e suonato. Sicuramente molto fruibile, ma ciò è ottenuto con consapevolezza da una band che sa quello che vuole e dove vuole arrivare, in termini di platea di riferimento. Moderni pur restando classici, i Frozen Crown stanno dimostrando di essere una realtà d’esportazione importante e in piena crescita.
Vittorio Cafiero
https://youtu.be/v-BM745woEU?si=zSkClXWKaeTiW631