Copertina di The Courts of Chaos dei Manilla Road
Recensione Heavy · Past

Manilla Road The Courts of Chaos

di Stefano Usardi 9 Settembre 2026 - 10:00
Tipologia
Past
Etichetta
Black Dragon
Genere
Heavy
Nazione
Stati Uniti

I Manilla Road pubblicano questo “The Courts of Chaos” a due anni dal precedente “Out of the Abyss”, che aveva segnato un ulteriore avvicinamento del gruppo del Kansas ad un’aggressività sonora più consona a speed e thrash dopo le prime avvisaglie, seppur con un peso specifico diverso, sentite nello splendido “Mystification”. Siamo nel 1990 e il mondo del metallo sta per essere scosso dall’esplosione globale del grunge e dal “grande tradimento” dei Metallica, ma come sempre il trio delle grandi pianure se ne frega altamente e continua a dispensare la sua musica sferzante ad alto tasso di epica, incurante delle mode e delle aspettative del grande pubblico. Il risultato è, come sempre, un lavoro spesso e rombante, totalmente intransigente ma a suo modo elegante, in cui reminiscenze psichedeliche e progressive si mescolano all'epica solenne e sanguigna e ad una violenza sonora sempre più spinta.

Il lavoro si apre con le tastiere maligne di “Road to Chaos”, una strumentale atmosferica dai profumi malevoli che detta subito le sue condizioni, incedendo tra suggestioni sinistre e brevi incursioni di chitarra che donano al tutto un sapore più solenne, maestoso. Le cose iniziano a farsi serie con la successiva “Dig Me No Grave”, mastodonte heavy dai ritmi quadrati ma non privi di un certo dinamismo (agevolato dal solito Randy Foxe alle pelli e dalle derive thrash dei nostri, qui tenute sotto controllo). Il pezzo si districa tra una chitarra nervosa e intimidatoria e cori possenti, dispensando scudisciate a destra e a manca e condendo il tutto con una sezione solista dilatata, inframmezzata da brevi intromissioni più stridenti. “D.O.A.”, cover dei Bloodrock, si apre con una tastiera luciferina a sostenere la voce di Shelton. Per buona parte del minutaggio la canzone se la gioca così, mantenendo l’attenzione sul duetto voce-tastiere per tessere un’atmosfera lugubre e compassata che viene poi squarciata dalle improvvise incursioni del resto degli strumenti, dal tono più sostenuto. Nell’ultimo terzo i nostri spostano l’attenzione sulla chitarra ipnotica dello “Squalo”, che si prende il centro della scena alzando progressivamente i ritmi per la cavalcata finale. Un arpeggio sognante ma vagamente sinistro introduce la quasi title track: “Into the Courts of Chaos” gioca con melodie dilatate che pian piano aumentano di intensità e spessore, lambendo territori quasi progressive e rompendo infine gli argini con un ritornello maestoso, che nel finale cede le luci della ribalta a una chitarra dai toni più crepuscolari. Con “From Beyond” si torna a dispensare note inquiete, guardinghe, che ben presto prendono corpo fino a dar vita ad un pezzo robusto e sferzante, fatto di riff nervosi e una sezione ritmica frastagliata a sostenere un cantato furioso. Le velocità si fanno importanti, con schegge thrash che si insinuano nella trama e la incattiviscono ulteriormente fino alla chiusura improvvisa. Un arpeggio simile a quello che ha aperto “From Beyond” introduce “A Touch of Madness”, caratterizzata da uno Shelton più suadente del solito nell’approccio vocale. I nostri ci mettono poco ad irrobustire l’incedere della canzone, alternando fraseggi tesi di chitarra e rapide sfuriate a momenti languidi, quasi indolenti, creando così un moto ondoso ritmico, circolare, in cui di tanto in tanto affiorano note minacciose. “(Vlad) The Impaler”, traccia più breve del lotto, punta sulla carica propulsiva e riff insistenti, vorticosi, snocciolando tutto in meno di tre minuti e mezzo e dispensando una bella dose di cattiveria stridente e sanguinosa, mentre con “The Prophecy” i nostri puntano sul pathos. Dopo un inizio dal retrogusto luciferino caricatosi velocemente di enfasi il pezzo rallenta, sfruttando melodie soffuse ed inquiete prima di tornare all’enfasi drammatica del ritornello, alternando questi umori in un continuo botta e risposta. Anche le tastiere si fanno cangianti, donando al pezzo profumi prima sulfurei e poi solenni e sostenendo le chitarre, permettendo così all’estro di Shelton di porre il suo sigillo alla sezione strumentale centrale e al climax finale. Si arriva ora al pezzo conclusivo, la sognante “The Books of Skelos”: il pezzo gioca con una melodia iniziale dai toni suadenti, che funge da base per i successivi ricami del gruppo prima di cambiare tono all’improvviso e trasformarsi in un pezzo galoppante, vorticoso. La chitarra si fa spessa, arcigna, e dispensa scariche rabbiose seppur guardata a vista da una sezione ritmica che non la abbandona un secondo, anche quando le velocità sconfinano del thrash puro che domina la seconda metà del pezzo. Il finale mescola furia dirompente e sporadici rallentamenti dal piglio eroico, e conclude più che degnamente un lavoro che, seppur posizionandosi al di sotto del quartetto di capolavori dei Manilla Road, non se ne distanzia di molto.

“The Courts of Chaos” è un lavoro decisamente buono, che di certo farà la gioia degli amanti del lato meno sognante e più agguerrito dei Manilla Road grazie ad un fare aggressivo e sferzante.

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