Un nome che sa decisamente di underground quello degli Spread Eagle. Band di notevole esperienza, non ha mai raggiunto il successo di alto profilo, pur avendo comunque maturato una certa rispettabilità nella scena rock metal degli eighties.
Gli Spread Eagle nascono nella New York di fine anni ’80, quando l’hard rock si contaminava con lo street metal e l’aria sapeva di ribellione e creatività ad ogni respiro. Dopo un debutto del 1990 diventato culto per una certa fetta di appassionati, la band si è presa una lunga parentesi, tornando poi nel nuovo millennio per arrivare oggi a "The Brutal Divine", nuovo capitolo in uscita il 12 giugno per Frontiers.
Il quadro generale resta quello: hard rock robusto, strada e metallo, con Ray West ancora al centro della scena e una band che suona più che rodata. Il problema è che, pur con un suono curato e professionale (prodotto in casa da Rob De Luca), il disco dà spesso l’impressione di inseguire se stesso, riproponendo stilemi più che rinnovarli.
L’apertura con "Flat Earth Vultures" prova a mettere subito in chiaro le intenzioni: riff tesi, una vena quasi apocalittica nel testo, e quel mix tra groove e melodia che è sempre stato una cifra della band. Il brano funziona, ma più per mestiere che per reale sorpresa: è un biglietto da visita solido, che però lascia la sensazione di una formula collaudata più che di un’idea nuova.
Molto più centrata, anche per immediatezza, è "Street Noise", che pesca nell’immaginario urbano della band e lo porta in primo piano con un ritornello immediato e immagini da film notturno metropolitano. Qui il gruppo sembra a casa: narrativa da movie anni ottanta, ritmo che cammina deciso e una certa capacità di far convivere romanticismo sporco e cruda quotidianità.
Più avanti, "Ant Farm" gioca su un mid-tempo nervoso, quasi claustrofobico, che lavora per accumulo più che per esplosione. Linee vocali più sinuose, un testo immaginifico e una sezione ritmica che tiene il pezzo sul filo senza farlo mai deflagrare davvero. È uno dei momenti in cui si intravede una volontà di uscire dallo schema, anche se il brano resta sospeso tra intuizione e compimento.
Il cuore del disco è completato da brani come "Gunflower", "Forbidden Local Honey" o "Pushed To The Limit", dove l’hard rock old school torna a dettare la linea. Riff quadrati, ritornelli pensati per il live, qualche linea melodica più aperta qua e là. Sono pezzi che si lasciano ascoltare senza fatica, ma che faticano a distinguersi gli uni dagli altri, come se il gruppo avesse scelto di presidiare il proprio territorio più che di rischiare qualcosa.
Sul piano dell’esecuzione non si può dire molto in negativo: la band suona compatta, la voce di West conserva il consueto graffio e la presenza, e la produzione mette tutto in ordine, senza però quell’imperfezione che a volte dona carattere. È piuttosto nella scrittura che The Brutal Divine mostra i suoi limiti: troppe spesso prevedibile, poche svolte vere, e un equilibrio che alla distanza si traduce in omogeneità.
Ed un pizzico di noia di troppo.
Alla fine, il disco funziona come dichiarazione di esistenza in vita. Gli Spread Eagle ci sono, sanno ancora scrivere e suonare hard rock credibile, e in diversi passaggi lo ricordano con dignità. Ma se l’aspettativa è quella di un ritorno capace di sparigliare le carte o di restituire la stessa urgenza degli esordi, The Brutal Divine rischia di suscitare più rispetto che vero entusiasmo.
Più onesta solidità che reale necessità.
https://www.youtube.com/watch?v=i5NOsdk4Shs