Copertina di The Allfather Awakens dei Amon Amarth
Recensione Heavy · Album

Amon Amarth The Allfather Awakens

di Manuel Gregorin 2 Ottobre 2026 - 10:00
Tipologia
Album
Genere
Heavy
Nazione
Svezia

"A furore Normannorum libera nos, Domine."

C’è stato un periodo in cui i tranquilli e paciocconi abitanti della Scandinavia hanno fatto vedere i sorci verdi a tutto il mondo allora conosciuto. Per oltre due secoli, infatti, le scorrerie dei vichinghi hanno terrorizzato buona parte dell'Europa e non solo, facendo razzie lungo le zone costiere, e non di rado nell'entroterra.
Poi le cose hanno iniziato a cambiare: i vichinghi si sono scoperti abili mercanti, e hanno realizzato che intrattenere rapporti commerciali con gli altri popoli era ugualmente redditizio ma meno rischioso delle cruenti azioni predatorie. Di conseguenza hanno iniziato a creare insediamenti nelle terre che prima depredavano, spostandosi in modo stabile dalle fredde e aride lande scandinave alle zone più temperate del centro e sud Europa.
Arriviamo all'anno di grazia 1998, e con il loro debutto, gli svedesi Amon Amarth danno il via a una seconda epopea vichinga. Con chitarre e amplificatori al posto di spade e asce, testi incentrati su guerrieri norreni e divinità asgardiane, i nostri hanno così iniziato a distribuire sonore mazzate di micidiale heavy/death - sinceramente, detesto il termine melodic death, che mi fa pensare a roba tipo Sal da Vinci che canta in growl -. Poi, come i loro avi, anche gli Amon Amarth si sono scoperti abili mercanti. Ma invece di pelli, ambra e ceramiche, loro hanno iniziato a vendere dischi, insediandosi così dalle fredde e aride zone dell'underground in quelle più temperate delle band che contano. La loro musica è diventata meno irruente, lasciando spazio a canzoni più melodiche e, se vogliamo, canterine, dove anche i suoni ne uscivano più curati e puliti. Non stiamo comunque parlando di vergognosi voltafaccia o tradimenti da lavare con il sangue: lavori come “With Oden on Our Side”, “Twilight of the Thunder God” o “Surtur Rising”, pur risultando più accessibili, sono vere e proprie pietre miliari del genere, capaci di incontrare i favori anche dei più esigenti defender devoti a Odino.

Negli ultimi anni, però, il drakkar della formazione svedese pareva essersi incagliato in un acquitrino, dal quale Johan Hegg e soci non pareva avessero molta voglia di andarsene. Le uscite recenti si presentavano come troppo pensate per piacere, e cominciavano ad evidenziare una certa staticità creativa, facendo presagire che il passo falso fosse imminente.
Alla luce di ciò, l'attesa per questo nuovo lavoro era accompagnata da apprensione e un qualche sospetto, facendo temere, nel migliore dei casi, a una banale fotocopia delle uscite precedenti.
Alla fine gli Amon Amarth riescono a salvare la barca e a rimanere in acque tranquille. Pur continuando a seguire il corso degli ultimi anni, il nuovo “The Allfather Awakens” riesce a offrire degli spunti degni di interesse e anche un paio di sorprese. Edito dalla Metal Blade e prodotto da Jacob Hansen, con quest’ultima uscita la formazione svedese ha potuto lavorare sulle canzoni con un approccio differente. Come rivelato di recente da Johan Hegg e Ted Lundström, la fase di composizione è iniziata già durante l'ultimo tour, permettendo alla band di arrivare in studio con molte idee già pronte. Inoltre, la fase di registrazione si è svolta concentrandosi sui singoli pezzi, permettendo così alla band di poter apportare eventuali modifiche e perfezionamenti a lavoro finito. A conti fatti, “The Allfather Awakens” si presenta come un prodotto più accurato, evidenziando una minore prevedibilità rispetto alle ultime uscite. Il nuovo approccio in studio, unito a una creatività ancora produttiva, deve aver dato i suoi risultati, consentendo di realizzare un album ancora all'altezza del nome in copertina.

Dopo un classico coro "OH OH OH" pronto per essere buttato in pasto al pubblico dei festival estivi, un riff di chitarra prorompente annuncia l’inizio di “Gjallarhorn”, che con l'attacco di Johan Hegg esplode in tutta la sua veemenza. Non si può negare che le prime note di ogni disco degli Amon Amarth abbiano sempre lo stesso effetto impetuoso, simile a un corno da battaglia che squarcia il silenzio prima dell'assalto. La struttura ritmica avanza corposa come un rullo compressore, finché un fraseggio di chitarra non ne spezza la linea e fa emergere un ritornello da platea.
Tutte le tematiche dell'album sono incentrate sulla figura di Odino, questo primo brano in particolare racconta di quando il padre degli dei ha dovuto sacrificare il suo occhio per bere dalla fonte di Mimir. Un po' come molti di noi quando paghiamo un occhio della testa per bere una birra da 8 euro ad alcuni eventi live.
“Eight Legs Of Thunder” è una cavalcata rustica che punta sempre sulla facile presa. Il pezzo cresce bene ma il ritornello appare un po' scontato. Alla fine dei conti, però, il tutto funziona, grazie anche a un assolo fortemente improntato sull'heavy classico che aiuta a rendere il contesto più fluido. Il brano è poi accompagnato da un video dall'inedita ambientazione western, che vede i nostri agire in mezzo a pistoleri, mitologia norrena e cavalli dopati.
Le prime sorprese arrivano con “Kvasir’s Blood”, che metto in primo piano una chitarra dal suono compresso vicino a un certo industrial. Un’idea un po' insolita in questo ambito, ma che funziona bene aiutando a creare un’atmosfera cupa. Puntuali, poi, arrivano le classiche armonizzazioni per tranquillizzare tutti sul fatto che gli Amon Amarth non intendono diventare i Deathstars.
Un’altra traccia inconsueta è senz'altro “Upphaf”, la prima composizione acustica firmata dal combo di Tumba. Ovviamente non si tratta di una love ballad, anche perché con la voce di Hegg avrebbe l'effetto di un rutto in faccia alla vostra compagna al primo appuntamento. Possiamo invece parlare di un'interpretazione unplugged di quello che sarebbe un tipico brano proposto dalla band, una versione scaldica dai cinque vichinghi con un Johan Hegg nella veste di un gutturale cantastorie. Chiusa questa parentesi, adesso è ora di tornare su coordinate più familiari. “Die With A War Cry” è un monolite squadrato come un blocco di granito, mentre “We Rule The Waves” è la classica marcia vichinga con un ritornello che potreste tranquillamente cantare allo stadio riadattando il testo per incitare la vostra squadra - o al limite sfanculare gli avversari, vedete voi -.

Delle chitarre drammatiche accompagnano l’andamento solenne di “Raven God”, dove viene giocata la carta della malinconia epica che potrebbe stuzzicare qualche fan nostalgico.
Gli Amon Amarth hanno comunque bisogno di sangue fresco e conoscono i trucchetti per fare presa sulle giovani leve. Ecco così pronto per l'uso “The Allfather Awakens”, traccia con una struttura abbastanza semplice adatta ad acchiappare nuovi adepti. Costruita su un riff diretto che si protrae per tutta la sua durata, la canzone risulta di facile assimilazione: saprà farsi apprezzare dai fan più recenti della band e magari arruolarne anche degli altri.
Sul finale gli svedesi tornano a guardare al loro passato, anche se magari non troppo remoto.
“Oden’s Hunt” viaggia su velocità rilevanti rispolverando qualche spunto degli esordi, seppur in versione ripulita e ben lucidata per l’occasione. Il testo racconta della Caccia Selvaggia, il corteo notturno di Odino e le sue schiere, raffigurato in un famoso quadro del norvegese Peter Nicolai Arbo, che molti di voi conosceranno per essere la copertina di “Blood Fire Death” dei Bathory.
“Ascending Like An Eagle” presenta un incedere wagneriano accompagnato da una certa teatralità. Un episodio potente con riff serrati e batteria marziale che non avrebbe sfigurato su “With Oden On Our Side”.

Vestiti con la pelle di un orso e armati della furbizia di una volpe, quei berserker degli Amon Amarth piazzano l'album giusto al momento giusto. Di certo non si sognano di allontanarsi dai lavori degli ultimi anni, e d'altronde perché dovrebbero, visto che sono quelli con cui hanno guadagnato posizioni importanti nelle classifiche di vendita. Hanno comunque capito che la stessa minestra riscaldata stufa e continuare a ripetersi alla lunga può diventare rischioso. Quindi cosa fare? Ecco allora pronta quella che potrebbe anche essere la solita minestra -in sostanza questo ultimo album- ma con qualche ingrediente nuovo per dargli più sapore -"Kvasir’s Blood” e “Upphaf”-. Magari qualche spezia d'altri tempi -”Ascending Like An Eagle” e “Oden’s Hunt”- ed ecco pronto e impiattato “The Allfather Awakens”.
Un disco piaccione, manieristico in certi aspetti, ma sicuramente corrente e che riesce comunque ad assestare qualche buon colpo.
I tempi di “The Avenger” sono lontani, ma qualche vecchio aficionado potrebbe trovare ancora qualcosa per il suo palato. Le giovani leve probabilmente ci si tufferanno a capofitto. Allora non resta che schiacciare play e fare partire la baraonda sonora. E anche per questa volta i vichinghi hanno fatto bottino.


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