Nati a Göteborg nel 2010 per iniziativa del chitarrista, tastierista e compositore Oz Hawe Petersson, gli Osukaru hanno costruito nel corso degli anni una propria identità all’interno della scena melodic rock svedese. Dopo gli esordi di "Salvation" e la progressiva maturazione mostrata in "Transition", "House Of Mirrors" e "Starbound", la band arriva al settimo full-length, "Tall Tales", pubblicato il 21 agosto da Pride & Joy Music in formato CD e digitale.
Petersson rimane il principale architetto del progetto e, oltre a occuparsi della composizione, firma la produzione insieme al cantante Fredrik Werner. Il lavoro di missaggio e mastering contribuisce a dare all’album un suono compatto, pulito e moderno, con chitarre e sezione ritmica più presenti rispetto alle pagine più morbide del passato.
"Tall Tales" conserva l’attenzione degli Osukaru per la melodia e per i ritornelli immediati, ma cerca di inserirle in una cornice più asciutta e muscolare. Il risultato si colloca a metà strada tra il melodic rock scandinavo contemporaneo e un hard rock dalle radici più classiche, senza rinunciare a tastiere, armonizzazioni vocali e aperture corali.
L’album parte con “Exceeder”, brano costruito su un riff serrato, una ritmica energica e un ritornello pensato per imprimersi rapidamente. Il riferimento ai One Desire e agli Eclipse più recenti è percepibile, ma il lavoro di chitarra mantiene un taglio tradizionale che impedisce alla canzone di ridursi a un semplice esercizio di copia ed incolla su canoni modern melodic rock.
“Wendigo” introduce tonalità più cupe e tese. Le strofe mantengono una certa inquietudine, mentre il chorus allarga il respiro senza attenuare l’impatto delle chitarre. È uno dei brani in cui la band si allontana maggiormente dall’AOR più rassicurante, anche se la linea vocale, pur ben interpretata da Werner, non raggiunge una memorabilità assoluta.
Il centro di gravità del disco è probabilmente “Blood On The Rocks”, un mid-tempo robusto sostenuto da un refrain ampio e da un assolo ben inserito nella dinamica del brano. L’atmosfera richiama inevitabilmente gli anni Ottanta, ma senza tentare una ricostruzione artificiale del passato. Gli Osukaru guardano soprattutto al melodic hard rock europeo contemporaneo, con alcune affinità con i Treat della maturità.
Con “The Outer Side Within” tornano in primo piano tastiere e armonizzazioni vocali, da sempre elementi importanti nella grammatica del gruppo. Il contrasto tra le strofe più atmosferiche e le aperture corali funziona, anche se la struttura rimane piuttosto prevedibile e il pezzo fatica a lasciare un’impressione davvero duratura.
“Ronin” si distingue invece per l’andamento galoppante, le chitarre ritmiche dal piglio epico e un’interpretazione più ruvida di Werner. Il tema del guerriero solitario viene affrontato senza eccessi teatrali e il brano possiede un’efficacia diretta, che potrebbe valorizzarlo soprattutto in concerto.
Più immediata e radiofonica è “Who Do You Love”, caratterizzata da un basso ben udibile e da un hook pulito, quasi da classic rock FM. È una parentesi gradevole e scorrevole, ma anche uno degli episodi in cui gli svedesi si avvicinano maggiormente a formule già ampiamente frequentate dalla scena svedese.
Nella seconda parte, “Split” insiste su un hard rock diretto, meno ricco di ornamenti e con la sezione ritmica al centro della scena. “Only Moments Left” rappresenta invece il momento più emotivo dell’album: una power ballad sobria, sostenuta dalla buona interpretazione vocale e da un assolo dal taglio nostalgico. Il brano funziona, pur senza proporre un tema melodico destinato a rimanere impresso.
“When It’s Over” riaccende il motore prima della conclusione, muovendosi su coordinate vicine ai One Desire ma con un’eleganza meno esplosiva. “C’est Dans Ta Tête” chiude il percorso con un approccio più introspettivo e atmosfere leggermente meno convenzionali, lasciando una sensazione di inquietudine coerente con il titolo dell’album.
Il limite principale di "Tall Tales" non riguarda la qualità esecutiva o la produzione, entrambe all’altezza di uno standard internazionale. Il problema risiede piuttosto nella frequente familiarità di alcune soluzioni e nella tendenza a privilegiare l’efficienza rispetto al rischio compositivo. Quando le chitarre mordono davvero, come in “Wendigo”, “Blood On The Rocks” e “Ronin”, gli Osukaru mostrano una voce più riconoscibile. Quando invece tornano su formule troppo rassicuranti, il disco scorre piacevolmente ma lascia meno tracce.
Il settimo capitolo del quartetto scandinavo è un lavoro solido, elegante e ben rifinito, rivolto soprattutto a chi apprezza il melodic hard rock moderno senza aver abbandonato il cuore dell’AOR classico. Gli Osukaru confermano mestiere, equilibrio e una buona capacità di scrivere brani accessibili, anche se non tutte le composizioni possiedono la personalità necessaria per distinguersi pienamente.
Insomma, non tutti i racconti di "Tall Tales" diventano leggenda, ma diversi episodi hanno sufficiente nerbo, melodia e qualità per meritare più di un ascolto.
https://www.youtube.com/watch?v=Mio8UcycrKA