Correvano i primi anni 90, e per la gioia di tutti i fan dei Deep Purple - un po' meno quella di Ritchie Blackmore - Ian Gillan era da poco rientrato nella band. Si riuniva così la gloriosa Mark II, quella che aveva scritto capitoli importanti della storia dell'hard rock, realizzando brani diventati dei classici.
All'epoca io ero un metalhead di primo pelo, che scandiva le giornate con gli album di Iron Maiden e Megadeth. Così, affidandomi ai consigli dei vecchi e alle riviste specializzate, cercavo di allargare i miei orizzonti musicali. E proprio sulle pagine di una nota testata dell'epoca mi imbattei in un articolo sui Purple, dei quali non conoscevo neanche il riff di "Smoke on the Water", ma sapevo essere una band storica del panorama hard and heavy. Nell'articolo si faceva riferimento alla loro veneranda carriera di 25 anni - curioso come al giorno d’oggi sia diventata un'età standard per molte formazioni -, con il reporter di turno che si interrogava su quanto tempo i Deep Purple avrebbero ancora continuato a suonare.
Siamo nel 2026: quella rivista non viene pubblicata più da qualche anno, nel frattempo gli articoli ho iniziato a scriverli io, ed i Deep Purple sono ancora in attività, e non paiono ancora voler pensare alla pensione. Ci hanno provato nel 2016, annunciando un addio al quale, in fondo, non ci hanno mai creduto nemmeno loro, continuando così a realizzare album e tour anche per gli anni successivi. E non stiamo certo parlando di tour per vecchi hippie nostalgici. Negli anni recenti, la band inglese è stata numerose volte nella scaletta di festival importanti come Hellfest o Rock Fest Barcelona, dove non ha avuto problemi a radunare sotto il suo palco fan di Sodom, Emperor ed Alter Bridge.
E così, con lo scorrere degli anni, e le Mark sono arrivate a nove, eccoci qua a parlare del loro ventiquattresimo album in studio, "Splat!", uscito a luglio per la earMusic. I Deep Purple sono consapevoli che ormai sono alla stregua di un calciatore a fine carriera, ma siccome il campionato è ancora in corso, cercano di dare il massimo in tutte le partite che devono giocare. Ed infatti anche con "Splat!", Ian Gillan e soci piazzano un lavoro solido e compatto, con brani che puntano sull’energia, valorizzati dal buon lavoro fatto dal produttore Bob Ezrin.
Il disco parte in modo dinamico con l'hard rock di "Arrogant Boy" e "Diablo", due tracce scoppiettanti con cui i Deep Purple fanno capire che hanno ancora delle buone cartucce nel caricatore. Non sono certamente "Highway Star" e "Speed King", ma hanno il brio giusto per poter funzionare dal vivo.
Chitarra e tastiere imbastiscono la struttura di "The Lunatic", su cui la voce di Gillan fluttua assumendo tratti dai risvolti orientaleggianti.
Il disco ha un forte gusto retrò, e non vediamo perché non debba essere così: in fondo è proprio il suono a cui i Deep Purple ci hanno abituati con i loro lavori migliori, ed è quello che tutti desiderano da loro. Ciò nonostante, la produzione di Ezrin fa in modo che il risultato finale sia fresco ed aggiornato con i tempi, pur senza perdere quel tocco vintage.
Chitarre e tastiere si rincorrono per tutto il tempo, incrociandosi in riff e assoli. Don Airey sfodera una grande libertà espressiva, mentre Simon McBride dimostra di essersi inserito perfettamente negli ingranaggi della band, gestendo con impeccabilità le trame sonore.
Pur avendo nell’hard rock il suo perno centrale, come dimostrato su "Guilt Trippin'", nel disco trovano spazio anche momenti più riflessivi, come "The Rider" o le sfumature blues di "Third Call" e "The Beating Of Wings".
Ian Gillan, dal canto suo, non è più l’urlatore degli anni '70, e lo sa benissimo anche lui. Invece di avventurarsi in prestazioni al di fuori della sua portata, si concentra su tonalità più basse, riuscendo a offrire una prova ampiamente credibile.
Glover e Paice invece sono sempre il motore della band come negli anni 70: magari non hanno più il fiato per tenere certe velocità, ma riescono ancora a costruire una base solida che faccia sbocciare i brani nel miglior modo possibile.
Una formazione senza dubbio ben consolidata, che dà prova di vigore e mestiere, proponendo una serie di tracce che vanno subito al dunque. Pur essendo una band che ha sempre eccelso nelle composizioni lunghe, questa volta la durata delle canzoni è molto contenuta. Il tempo medio si aggira sui tre o quattro minuti, evitando virtuosismi forzati che potrebbero risultare tediosi.
Il disco scorre via con l'alternarsi dei vari brani, come la pomposa "Sacred Land" e la più sperimentale "Scriblin’ Gib’rish", che si apre a contaminazioni funky.
La sezione ritmica è ancora protagonista sulla titletrack, che, sorretta dal basso di Roger Glover, lavora su melodie di forte impatto ad opera di Airey e McBride.
Ovviamente, come termine di paragone, non facciamo di certo riferimento ai dischi della loro epoca d’oro. I Deep Purple non sono più quei capelloni un po' scapestrati che cercano di essere più rumorosi di tutti gli altri, come ai tempi di "Machine Head". Al giorno d'oggi sono dei distinti signori di una certa età che suonano un rock composto e con una certa eleganza.
In conclusione "Splat!" dimostra che la band ha ancora qualcosa da dire. Non raggiunge i livelli eccelsi di "Rapture of the Deep" e "Now What?!", ma si conferma un lavoro onesto e dignitoso.
Con "Splat!" i Deep Purple vogliono ancora divertirsi suonando la musica che gli piace. Non cercano di realizzare un'altra pietra miliare dell'hard rock, non pretendono di riscrivere le regole del genere, e non devono dimostrare di essere i migliori. Tutto questo lo hanno già fatto. Che ci provino gli altri adesso. Sempre se ne sono capaci.