A tre anni da “Holocene”, capitolo conclusivo del loro ciclo geologico che forse a causa di una certa preponderanza elettronica aveva fatto storcere qualche naso, tornano i The Ocean con il nuovo “Solaris”, uscito un paio di giorni fa e foriero di succose novità. La prima che salta all’occhio riguarda la formazione, ampiamente rimaneggiata, dell’ex collettivo alemanno. Dopo la perdita di due terzi dei propri membri Robin, Mattias e Jordi non si sono certo lasciati scoraggiare: ecco quindi reclutata una nuova schiera di ardimentosi strumentisti (più qualche sorpresa tra gli ospiti) con i quali intraprendere questo nuovo corso, che si prospetta votato all’espansione degli orizzonti sonori senza se e senza ma. L’avvicendamento più evidente riguarda il comparto vocale: per sostituire lo storico Loïc Rossetti sono stati chiamati Enrico Tiberi e Lane Shi, che mettono in mostra un repertorio sia tecnico che espressivo di tutto rispetto. Se infatti Enrico non fa rimpiangere il suo predecessore, immergendosi eccellentemente sia nelle parti aggressive che nel cantato melodico, il contributo di Lane ammanta la miscela di un fare bizzarro e per certi versi rituale ma sicuramente ammaliante, grazie a una voce pulita che sa essere eterea, inquietante, beffarda e sghemba, e che punteggia i vari segmenti delle canzoni creando contrappunti intriganti e inaspettati.
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“Solaris” si compone di otto tracce, per un’ora e dieci di musica di alto profilo che mescola abilmente post metal, attitudine progressive, elettronica, melodie ariose e fiammate furenti. La componente più dura della musica dei nostri si stempera in un vortice di influenze e suggestioni perfettamente dosate, i cui elementi si spostano all’unisono creando onde sonore ampie, vagamente ipnotiche, improvvisamente spazzate da rapide impennate bellicose o squarciate da interventi più dimessi che donano al tutto un’interpretazione nuova, crepuscolare e meditativa. Il risultato è un vero e proprio viaggio, una sorta di esplorazione sonora ispirata all’omonimo film di fantascienza di Tarkovsky del 1972. Una scelta sensata: dopo essersi occupati di oceani, ere geologiche, religione ed evoluzione umana non mancava che (tornare ad) alzare gli occhi allo spazio. Il concetto di spazio viene sfruttato in senso lato, come una zona sconosciuta da sondare nella sua totalità senza farsi limitare da strutture concettuali predefinite; va da sé che anche il modo di descriverlo deve prescindere, per i The Ocean, da confini prefissati. Ecco dunque che la compagine mescola le carte come e forse anche più del solito, affiancando alle sperimentazioni esibite in “Holocene” le atmosfere maestose ed opprimenti di “Pelagial” e “Phanerozoic”, dando vita a un lavoro dal respiro denso, sentito, narrativo: un autentico palinsesto, variegato ma al tempo stesso compatto. Il combo rifugge il concetto di comfort zone e mette in mostra la propria visione ad ampio spettro pescando tanto dal doom, dal rock, dal progressive e dal death melodico quanto dall’ambient, dalla world music e dall’elettronica, impastando il tutto in settantadue minuti innegabilmente intensi. Per questo motivo, nonostante ognuna delle canzoni che compongono “Solaris” abbia una personalità specifica, ritengo che per godere al meglio dell’album esse vadano prese come un racconto unico messo in musica: una space opera fatta di continui cambi di direzione, ripartenze e ritorni sui propri passi, per esplorare un ambiente ignoto ma tutt’altro che freddo, distante o asettico. L’abilità del gruppo si manifesta proprio qui, grazie a una scrittura priva di punti fermi ma al tempo stesso perfettamente studiata, organica e coesa, che rende un lavoro dalla durata così importante scorrevole, discorsivo, capace di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore con le sue molteplici atmosfere e umori. La struttura dei pezzi è come sempre curata in ogni dettaglio, capace di sfoggiare le doti dei nostri nel mescolare passaggi robusti ed abrasivi ad altri dal taglio introspettivo, sinuoso, coprendo nel frattempo una buona parte delle sfumature che stanno nel mezzo; il tutto, però, viene gestito in modo estremamente accessibile, senza vane dimostrazioni di vanagloria strumentale che appesantiscano il tutto. Poi arrivano le ultime due canzoni, che al grido di “facciamo un po’ come ci pare” abbandonano del tutto il mix finora incontrato per lasciare che l’elettronica diventi padrona indiscussa della scena. Già con “Holocene” i nostri avevano incrementato la portanza dell’elettronica nella loro ricetta, ma negli ultimi due pezzi di “Solaris” i nostri giocano il carico, proponendo due canzoni speculari che rielaborano la stessa melodia già incontrata in precedenza ma slegandole in modo netto dal resto del corpus musicale proposto finora. E qui alcuni potrebbero storcere il naso, perché mentre il primo risulta un brano stilosissimo, sensuale, più adatto ad un club alla moda di Berlino, il secondo include elementi ambient e spinge maggiormente su uno sviluppo da colonna sonora, chiudendo “Solaris” con un ultimo sprazzo strumentale dal retrogusto pensoso, rilassato. Questo scarto, apparentemente inspiegabile ma che a me è piaciuto parecchio, potrebbe essere letto a mio personalissimo avviso come ennesimo esempio del percorso musicale dei nostri, da sempre giocato sulla giustapposizione di elementi contrastanti e sulla continua esplorazione di nuovi territori, e forse può essere una traccia sul possibile futuro del gruppo. O forse no.
Quale che sia la verità, non ho problemi ad etichettare “Solaris” come un altro centro per i The Ocean: un lavoro ambizioso per un gruppo che rifiuta di fossilizzarsi su una formula ben codificata, e che sebbene necessiti di ascolti ripetuti per dispiegare al meglio le sue qualità lascia che esse affiorino fin dal primo ascolto. Il gruppo espande il proprio paesaggio sonoro senza per questo risultare dispersivo o pretenzioso, ma restando sempre fedele a se stesso e concentrato sull’obiettivo riesce a trasportare l’ascoltatore in un viaggio dagli spunti continui. Consigliatissimo.