Copertina di Shadows in the Tower dei The Scepter
Recensione Heavy · Album

The Scepter Shadows in the Tower

di Stefano Ricetti 14 Settembre 2026 - 07:15
Tipologia
Album
Etichetta
No Remorse
Genere
Heavy
Nazione
Canada

Ottawa vuol dire Exciter.

Exciter vuol dire Speed Metal.

Jean-Pierre Abboud vuol dire Traveler.

I The Scepter – con l’aggiunta dell’articolo per diversificarsi dalla altre band omonime dedite per lo più al Black e al Thrash – nascono nel 2018 ad Ottawa, in Canada. Esordiscono nel 2023 con il singolo Shadows in the Tower con alla voce Kelsey Graham. È datata 2025 l’entrata del cantante Jean-Pierre “JP” Abboud, già conosciuto, fra gli altri, per i suoi trascorsi nei Traveler, che proprio in quell’anno decidono di chiudere baracca e burattini.

Shadows in the Tower, riprendendo il titolo della loro prima uscita, è il debutto su full length dei canadesi per l’etichetta No Remorse Records. Un album composto da otto canzoni per poco meno di mezz’ora d’ascolto. Nella sua versione in Cd – in vinile uscirà lungo questo mese di settembre – si accompagna a un libretto di dodici pagine con tutti i testi e una foto della band nelle due centrali: JP alla voce, Stew Everitt al basso, John Crawford alla batteria e la coppia composta da Josh Collins e Morgan Walsh alle chitarre.

Facendo uno più uno – la provenienza, Ottawa e l’immagine del gruppo, borchiatissimo in pieno stile anni Ottanta – è facile immaginare cosa propongano gli Scettri dell’Ontario: heavy metal, heavy metal e ancora heavy metal dai tratti velocistici.

La mattanza prende inizio sulle note di “Riding Out”, pezzo altamente dinamico che punta diretto al sodo. A seguire “Where Art Thou”, figlia diretta della lezione impartita dai Running Wild impreziosita dalla prestazione vocale epica di Abboud che, a quanto pare, dopo le registrazioni del disco sia stato sostituito da Abby Dehnert. Si perpetua la dedizione a Rock’N’Rolf e soci lungo le note di “Drink On” per poi passare a “Burn Bundy Burn”, il brano più possente del lotto, che farà sfracelli in sede live, con moltitudini di pugni borchiati rivolti verso il cielo. “Dunes” è un tributo bell’e buono ai Blind Guardian, così come la successiva “Taarakian Blood” tira verso gli Helloween. Chiusura affidata alla maideniana “Shadows in the Tower”.

Semplice, diretto, massiccio e ignorante.

Stefano “Steven Rich” Ricetti

Carico il prossimo articolo