Copertina di Shadows at the Light of Dawn dei Nefastis
Recensione Death · Album

Nefastis Shadows at the Light of Dawn

di Daniele D'Adamo 10 Luglio 2026 - 11:00
Band
Nefastis
Tipologia
Album
Etichetta
Rockshots Records
Genere
Death
Nazione
Italia

I Nefastis sono nati nel 2008. Tanto tempo fa, quindi. In cui sono usciti due soli full-length. Il debut album "De Diebus Fastis Nefastis Infaustis" e quello in esame. La spiegazione è semplice: a causa di numerosi cambi di formazione, tenere una linea costante di produttività è stato assai difficile se non impossibile.

Detto questo, la circostanza più importante: lo stile. Dal thrash del primo periodo, la rinascita e il tuffo nel symphonic death metal, per esplorare nuove e complesse trame orchestrali. E così, è giunta l'ora di "Shadows at the Light of Dawn". Dodici brani e quasi un'ora di durata per una full immersion in uno stile ripudiato dallo zoccolo duro del death metal ma che, invece, se si prova a guardare un po' più in là, può regalare parecchie soddisfazioni sia a chi lo esegue, sia a chi lo ascolta.

E questo poiché non c'è scritto da nessuna parte che il sound del symphonic sia flaccido, mollo e privo di consistenza. Oltre ai Nostri, parecchi altri act hanno dimostrato e dimostrano che, al contrario, la base di questo sottogenere è dura, arcigna, spesso molto aggressiva; soprattutto quando il cantante si butta in un profondo e brutale growling. Simone Colombo, chitarrista, si occupa anche delle linee vocali, in questo caso orientate principalmente in direzione di secche e sanguinolente harsh vocals.

Se poi si aggiunge un ingrediente pure esso importante, e cioè i blast beats ("Shadow Spell", "Seduced by the Beauty of the Darkness"), sparati a mille chilometri all'ora, il sound assurge definitivamente a figlio diretto del death metal. Un sound pieno, corposo, possente. Monumentale in occasioni delle orchestrazioni più potenti. Un wall of sound atipico, la cui composizione risente notevolmente della parte sinfonica ("Vortex of Light").

Tuttavia non bisogna pensare che "Shadows at the Light of Dawn" sia un disco di musica classica. In esso, difatti, si possono scoprire tanti particolari, tanti anfratti in cui sono celati elementi tipici del metal. In primis le chitarre. Colombo e Andrea Lenzi (responsabile anche delle orchestrazioni) cuciono una trama fitta fitta di riff estremamente articolati ma soprattutto di orpelli che riflettono a luce solare. Oltre, naturalmente alla creazione di assoli che entrano nella carne come affilatissimi stiletti dorati ("Stardust"). Assieme a due musicisti così talentuosi e preparati, non poteva che esservi un bassista di rango, che si materializza nella figura di Fulvio Manganini. Indispensabile per sostenere adeguatamente un suono davvero sterminato nel suo numero di note ma nondimeno abile a srotolare linee del tutto slegate dal contesto egli in cui opera in quel momento, al fine di ampliare ulteriormente il predetto wall of sound.

La disanima suddetta stringi stringi, conduce a una conclusione inaspettata: la musica dei Nefastis, nel suo complesso, non è particolarmente melodica. Certo, il piacere di ascoltarla è innegabile, data la sua grandiosità ma, quasi incredibilmente, non è catchy come ci si aspetterebbe. Il che è sia un pregio, sia un difetto. Un pregio giacché connota l'album come un'opera artistica seriosa, il cui bacino di utenza è formato da utenti preparati e quindi capaci di apprezzare al 100% l'opera stessa. Un difetto, dato che ai più risulta ostico addentrarsi in una foresta di cui non conoscono il modo di attraversarla divertendosi. Tant'è che la traccia più godibile è la strumentale "Cosmic Silence at the Edge of the New World".

La costruzione di "Shadows at the Light of Dawn" non presenta quindi difetti di esecuzione: le tracce sono coerenti fra loro nel rispetto dello stile imposto. I Nefastis, poi, sono una realtà - praticamente nuova - del metal estremo miscelato alla sinfonia sì da dar luogo a un symphonic death metal che si può dire italiano, molto elaborato nonché di gran classe. Tuttavia, la sostanziale mancanza di melodiosità rende il platter difficile da digerire con il rischio che arrivi, inesorabile, il temuto tedio.

Daniele "dani66" D'Adamo

https://youtu.be/J359uq5-XQs?list=RDJ359uq5-XQs

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