Copertina di Relics of Great Ash dei Abyssal Rift
Recensione Death · Album

Abyssal Rift Relics of Great Ash

di Daniele D'Adamo 14 Agosto 2026 - 00:00
Tipologia
Album
Genere
Death
Nazione
Stati Uniti

Gli Abyssal Rift incrociano due tipi di... mode degli ultimi anni. La prima, di essere il progetto di un solo uomo, Matt Auxier, sì da dar vita a una one-band man, seppure coadiuvato da certo David Mahony alla batteria. Una tradizione tipica del black invece che del death metal, da sempre territorio di gruppi veri e propri. La seconda, di suonare death, appunto, di quello tuttavia pesantemente incrociato con il doom. O, più in generale, con altre tipologie musicali.

La mistura che compone "Relics of Great Ash", secondo album in carriera del duo statunitense, malgrado appesantita e non poco dal ridetto doom, presenta però come ingrediente principale il death. Se si immagina infatti una parete che separi le due specie suddette, è più cospicua la portata di ciò che passa dal metallo della morte invece che in quello dei funerali. Inoltre, a parere di chi scrive, non può esistere, per definizione e per assioma, qualcosa che si chiami doom/death. O è death, o è doom.

Detto questo, non resta che immergersi nella pesante mota prodotta dalla voce, si fa per dire, di Auxier, dagli strumenti elettrici e dal drumming di Mahony. Mota, fanghiglia prodotta dalla mescolanza di sabbia scura con i liquidi prodotti dalla putrefazione, eseguita in ambienti maleodoranti posti nelle cavità sotterranee quanto più distanti dalla terraferma, dal sole.

Le linee vocali, somiglianti al caratteristico rantolo del vomito, appaiono completamente imperscrutabili, quasi non fossero stati vergati i testi. Benché monotone, esse rendono sicuramente osservabile lo stile dell'act di Columbus ai più attenti, circostanza encomiabile anche se l'originalità è tutt'altra cosa. Il soffio della gola marcia di Auxier, così eseguito, è assimilabile quindi come un macabro sudario marrone scuro avvolgente la musica tutta ("Sphere of Perpetuity").

Che, per trovarla nascosta negli anfratti sottoterra, occorre porre attenzione a ogni minimo dettaglio. Una traccia è sicuramente da imputare alla chitarra, manovrata piuttosto bene dal Nostro. I riff seguono il trend putrido del disco, susseguendosi in gran parte lentamente con un'accordatura dai toni ribassati e nemmeno troppo distorta. Niente di speciale nemmeno qui, sebbene la sequenza degli accordi sia ben eseguita e coerente con il resto della musica.

Per il resto basso e tastiere, anche se annotate nell'elenco identificativo il lavoro svolto da Auxier, non si allontanano di molto da territori sicuri ove vige l'ordinarietà, seppure qualche inserimento ambient ("Relics of Great Ash") dia luogo a delle atmosfere fumose, lisergiche, da allucinazione. Il buon trafficare alle pelli di Mahony percorre più o meno tutti i tipi di tempo senza lambiccarsi troppo ma osando qualche volta di buttarsi nel calderone rovente alimentato dai blast beats ("The Enlightenment (There Was Never Will)", "The Death of God").

Arrivando alle canzoni, rappresentano sicuramente il punto debole del tutto. Troppo lunghe e articolate, paiono non seguire un filo conduttore coerente con qualche idea fissa, potendo apparire, addirittura, come frutto di improvvisazione. Anche passando un buon lasso di tempo in compagnia di "Relics of Great Ash" resta sempre difficile riuscire a intuirne l'essenza, tanto più che memorizzare ogni singola song è un'impresa praticamente impossibile.

Non resta altro da dire se non che gli Abyssal Rift possano essere ben accolti dalle orecchie di qualche super appassionato di death metal, assolutamente e rigorosamente di nicchia nonché pieno di dissonanze sino al rigetto. Per gli altri, anche se ben addestrati alle ramificazioni del death stesso, incombe e soffoca tutto, implacabile, la noia.

Daniele "dani66" D'Adamo

https://youtu.be/pzQteBZY-eM?list=RDpzQteBZY-eM

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