Copertina di Rats in the Temple dei Flotsam and Jetsam
Recensione Thrash · Album

Flotsam and Jetsam Rats in the Temple

di Andrea Bacigalupo 28 Agosto 2026 - 08:30
Tipologia
Album
Etichetta
Napalm Records
Genere
Thrash
Nazione
Stati Uniti

Come sono cambiati i tempi in poche decadi! Tra gli anni ’70 e ’90, pubblicare un doppio album – in studio o dal vivo – era un evento epocale e un enorme rischio economico. Stampare due vinili (od anche due CD dal 1983 in poi), raddoppiava i costi per le etichette e il prezzo per i fan: una scommessa, dunque, che si faceva solo per immortalare una svolta artistica o un traguardo storico. Così sono nati capolavori in studio come il “White Album” dei Beatles (1968), “The Lamb Lies Down on Broadway” dei Genesis (1974) e “The Wall” dei Pink Floyd (1979), o monumenti live del calibro di “Made in Japan” dei Deep Purple (1972), “The Song Remains The Same” dei Led Zeppelin (1976) e “Live After Death” degli Iron Maiden (1985).

Anche superare i 45 minuti su un disco singolo era una sfida tecnica. Nel 1986, gli ingegneri dovettero sudare le proverbiali sette camicie per far stare i 54 minuti di “Master of Puppets” su un solo vinile: i solchi vennero stretti al massimo, sacrificando il volume d'uscita rispetto alle ristampe odierne (oggi sembra strano, ma all'epoca i Metallica non potevano ancora permettersi un doppio album).

Oggi con l'avvento dello streaming e la cultura dello "skip" facile (se “cultura” può dirsi) gira tutto al contrario. La musica digitale non ha limiti fisici, né costi di stampa, e per gli artisti allungare la tracklist con pezzi riempitivi o cover è diventata una possibilità per gonfiare i numeri degli ascolti.

È in questo contrasto che si inserisce “Rats in the Temple”, il nuovo album dei Flotsam and Jetsam. Difatti, se per il mercato digitale si tratta a tutti gli effetti di un album singolo, la sua lunghezza di quasi un’ora impone alla fisica del vinile le regole di un tempo, costringendo la Napalm Records a stamparlo nel formato Doppio LP.

“Rats in the Temple” è il sedicesimo album dei “Flotsy”, una band dalla resilienza straordinaria. Partiti nel 1981 da Phoenix, in un deserto dell'Arizona che dista ben 1.200 chilometri dall'epicentro della Bay Area, i Flotsam and Jetsam hanno dovuto fare una gavetta doppia rispetto a Metallica, Exodus o Megadeth prima di farsi notare ed incidere (parliamo dell’iconico “Doomsday for the Deceiver” del 1986). Eppure, nonostante i fisiologici alti e bassi, la crisi degli anni ’90 e la temporanea sbandata country del frontman Eric "A.K." Knutson nel 2001, i nostri sono ancora qui. Forte di una formazione stabile dal 2020 – un vero record nel mondo del metal – il gruppo vive una seconda giovinezza ed una produzione discografica in piena ascesa sin dal 2016, anno dell'uscita dell’omonimo “Flotsam and Jetsam”: un titolo, una rinascita.

Con questo nuovo lavoro – il primo sotto l'egida di Napalm Records, nei negozi dal 28 agosto 2026 – Knutson and friends compiono un consapevole "passo indietro". Difatti, la band si riavvicina allo spirito scuro e drammatico del secondo e storico full-length “No Place for Disgrace” (1988), riprendendone le tessiture intricate e complesse e distaccandosi dall’eclettismo esuberante del precedente “I Am The Weapon”.

Proprio come il capolavoro del 1988, “Rats in the Temple” viaggia dentro un’atmosfera perennemente notturna e suona iper-pesante: un percorso scandito da riff stratificati, travolgenti trame di chitarre gemelle e una doppia cassa martellante. Su tutto campeggia l'inconfondibile voce graffiante, ma melodica di Eric A.K., da sempre una delle migliori dell'intera scena metal, un marchio di fabbrica che fa riconoscere i “Flotsy” al primo secondo, simile alla bottiglia di un buon vino che invecchiando non fa che guadagnare in qualità.

L’album racchiude 13 tracce di denso e aggressivo Thrash Metal che guarda ai classici ma beneficia di una produzione moderna. Sono canzoni quadrate, dense di cambi di tempo e tecnicamente impegnative, eppure dirette, crude e ficcanti, che si infilano nei meandri più bui della mente umana, affrontando temi di morte, abusi psicologici, tradimenti e autodistruzione emotiva, paragonando la psiche a un tempio sacro profanato dai ratti, animali che, per la loro tenacia e vita in colonia rappresentano per l’immaginario collettivo contaminazione e malattia.

La partenza è immediata, senza esclusione di colpi. Le prime quattro tracce (le veloci “Harvesting the Hate”, “Damnation”, “Absolution” e “Blame the Knife”) sono come gli antichi scontri tra i pirati e la Royal Navy, quando i vascelli si affiancavano sparando a più non posso, creando fragore, confusione e distruzione di legname e sartiame, con uomini inferociti scagliati giù dai ponti. Questa non è una recensione sui Running Wild, ma il paragone rende l’idea… Poi, è come se l’album ripartisse nuovamente: la title track viene introdotta da orchestrazioni epiche (modello Savatage) che creano un clima notturno e inquietante che si satura ed esplode. La sua trama è urgente, aggressiva e s’incanala in una rabbia senza fine: in alcuni momenti sembra proprio di sentire centinaia di ratti che ti corrono nel cervello.

https://youtu.be/DLwxt85T3u0?list=RDDLwxt85T3u0

Le successive “The Ghost Behind My Door” e “First on the Spike” calano leggermente di intensità emotiva. Ci sta, sono rocambolesche e massacranti, ma un po' meno ficcanti e l’album perde quota. Il tiro si innalza di nuovo con “The Edge of Nowhere”, inizialmente lenta e scura ma poi veloce e serrata, e con la successiva “Last Rites”, spedita e tagliente. “Rats in the Temple” segue una curva sinusoidale: la sua ultima parte cambia di nuovo marcia; non si smorza ma, per quanto resti selvaggia, diventa più duttile, aprendosi a uno spettro più ampio di pubblico. Così si presentano le sue ultime quattro canzoni, da “A Taste for War” alla dirompente “Not Goin’ Down That Way”, che chiude il sipario tra un misto di teatrale aggressività e disperazione, sorretta da linee melodiche che s’intersecano con i riff e da una batteria onnipresente.

Chiudiamo: “Rats in the Temple”, pur riprendendone i concetti sonori, non è il nuovo “No Place for Disgrace”. Non riesce a raggiungerne l'intensità tecnico-emotiva e mostra al suo interno qualche piccolo calo. Bisogna però dire che i tempi sono cambiati: anche se di “Flotsy” ce n’è una sola, le band che si sono ispirate a loro si contano ormai a centinaia, con una conseguente saturazione sonora. Oggi, al di là dei metodi di fruizione rapida, apprezzare le diverse sfumature di qualità tra band è diventato più difficile, senza contare che i grandi e irraggiungibili lavori del passato – compresi i loro – rappresentano sempre un termine di paragone pesante come un macigno.

Nonostante questo, “Rats in the Temple” è un ottimo lavoro, che mostra una band veterana che non ha alcuna intenzione di sedersi sugli allori. I Flotsam and Jetsam plasmano un’opera complessa, solida e priva di compromessi, dove gli episodi leggermente meno riusciti forse sospendono la suspense della storia, ma non si rivelano comunque dei riempitivi messi lì per allungare il minutaggio e fare il furbo gioco degli ascolti facili in streaming. Dalla “rinascita” del 2016, i Flotsam And Jetsam sono riusciti a fare cinque bei centri, dimostrando una tenuta d’acciaio e una vitalità senza limiti, con i nuovi episodi che si incastrano bene con l'eredità del passato. Forse il prossimo sarà un capitolo dal vivo. Che dire… noi aspettiamo!

https://youtu.be/MKYJ1hX_fIg?list=RDMKYJ1hX_fIg

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