Copertina di One Assassination Under God - Chapter 2 dei Marilyn Manson
Recensione Alternative Metal · Album

Marilyn Manson One Assassination Under God - Chapter 2

di Paolo Fagioli D'Antona 17 Agosto 2026 - 12:00
Tipologia
Album
Etichetta
Nuclear Blast
Nazione
Stati Uniti

One Assassination Under God - Chapter 2 rappresenta la rinascita di Brian Warner ma allo stesso tempo la chiusura di un cerchio. Il Reverendo era tornato sul mercato appena due anni fa con il primo capitolo di questo progetto regalando ai fan delle sensazioni più che positive sul suo stato di ispirazione artistica e di salute, ulteriormente testimoniato dai recenti live che lo hanno visto protagonista nel nostro paese. Manson con questo lavoro sembra voler mettere una pietra tombale sopra uno dei periodi più difficili della sua vita con la questione Evan Rachel Wood e le conseguenti vicissitudini giudiziarie che hanno provato a macchiare il suo nome.

Questo nuovo capitolo è intrinsecamente legato alla prima parte del progetto e offre un disco quasi speculare a quello della sua controparte con una tracklist che vede sempre nove canzoni e 42 minuti di durata. Un album questo più cupo del suo predecessore, un aspetto che certamente potrebbe aver destato qualche sorpresa data la natura dei due singoli scelti per promuovere il disco. A detto dello stesso Manson, se il primo lavoro era incentrato sulla rinascita questa seconda parte si concentra sull'aspetto della vendetta, per dei brani che sono stati scritti tutti nello stesso arco temporale del primo capitolo ma che poi sono stati prodotti e mixati successivamente.

Come detto, benché questo secondo capitolo sia più atmosferico e meno abrasivo della sua prima parte, mantiene comunque un sound che ripesca tra le varie epoche della discografie di Manson. Ci sono episodi più taglienti come il singolo Front Toward Enemy che ci riportano indietro di trent’anni al periodo di Antichrist Superstar e altri che potrebbero ripescare da dischi più atmosferici e dark come The Pale Emperor. Gli ingredienti sono quelli; un misto di alternative metal e rock con venature goth e industrial, senza dimenticare qualche contaminazione post-punk a tratti.

La frenesia abrasiva dell’esplosione del ritornello di Unalive fa molto Antichrist Superstar con un Manson che urla improvvisamente “eyes may cry but I never weep” in maniera ossessiva e compulsiva, in un pezzo però generalmente cadenzato e immerso in un’atmosfera plumbea, caricandosi quasi solamente nel già menzionato ritornello. Manson inquietante sussurra “Hold hands around your fire , burn you like a church” nella strofa riportandoci quella dualità tra atmosfere dark e “creepy” e momenti esplosivi .

A livello lirico Manson continua regalarci testi assolutamente di livello- un esempio è il singolo Exit Wound che tocca svariati temi. Il primo è il suo rapporto con le persone che lo vorrebbero vedere cadere, che sfruttano la sua immagine, che cercano di manipolarlo “Got the eyes of the vulture around me, the whispering of leeches in my ear, coroner ventriloquist, scratched his name across my wrist, Paparazzi’s starting to cheer”- queste persone vengono ritratte da Manson come degli avvoltoi, delle sanguisughe che gli sussurrano nell'orecchio... ma l’espressione più interessante è senza dubbio quella del “coroner ventriloquist”, mettendo insieme queste due figure; una che esamina i morti, mentre l’altra che parla attraverso un altro corpo, creando questa disturbante immagine di qualcuno che lo tratta come se fosse già morto, allo stesso tempo usandolo come un pupazzo (come un ventriloquo), di proprietà del soggetto stesso (ecco il perché del “scratched his name across my wrist”, quasi a volerlo marchiare come “proprietà privata”). Insomma la questione di sentirsi tartassato a tal punto nella vita reale da costruirsi la macabra/ironica idea che queste stesse persone non lo avrebbero lasciato in pace nemmeno da morto, venendo manipolato come un pupazzo anche lì. Manson parla anche di quelle stesse persone che si nutrono di successo, fama, gloria e tutto quello che gli circonda... tuttavia una volta che le luci si spengono cosa rimane di loro? cosa rimane se non l'essere umano? “Turn off the spotlight whose god will you be?”- ecco, proprio la stessa necessità di essere un “dio di qualcuno” che lo stesso Manson aveva esplorato in un album come Holy Wood, che descriveva una società malata in cui le celebrità si trasformavano in dei veri e propri dei da venerare, descrivendo un’ideologia dove questa stessa fama diventava il principale valore morale da seguire. E poi c’è quella frase bomba “can’t stop the bleeding I’m not healing soon, you shot the world, I am the exit wound”. È il solito discorso che si fa da decenni. Qualcuno combina qualcosa e la colpa è di Marilyn Manson, qualcuno spara ma è lui il foro d’uscita, è lui il danno collaterale (giocando anche col doppio significato in inglese), è lui il capo espiatorio. E il foro d’uscita è sempre più ampio di quello di entrata, facendoci ragionare su come l’azione di qualcuno ricade sullo stesso Manson ma con un effetto amplificato , spesso aggiungerei, proprio dai media stessi.  Insomma abbiamo scelto questo pezzo per farvi capire la ricchezza di una testo di Manson ma potremmo citarne altri…

Don’t Answer The Door è un brano plumbeo, gotico , riflessivo che esplode in una sezione più vagamente alt rock ma che nel complesso rimane abbastanza anonimo. Questo brano parla di una rinnovata consapevolezza di se stesso da parte del Reverendo. “imparare a convivere con l’oscurità anche quando questa spaventa gli altri” dalle parole dello stesso artista.

All The Vilest Things si apre con dei synth, si mantiene cadenzata, introduce delle chitarre acustiche per un altro pezzo più interessante dal punto di vista lirico che da quello prettamente musicale.  Manson parla nel suddetto brano di non volere vendetta perché tutto il male che gli è stato fatto lo ha reso più forte. E a tal proposito molto  bella ed elegante la frase “I planted a paradise in your death camp, your cemetery started growing flowers”. Un immagine figurativa d’impatto con questa apparente contrapposizione tra vita e morte, tra condanna e perdono, tra perdita e rinascita…

None  Of The Suns trasuda di atmosfere post-punk e goth e il Reverendo la paragona in un certo senso al brano If I Was Your Vampire dal disco del 2007 Eat Me, Drink Me. Il brano rimane cupo e avvolgente ma certamente più ritmato, con un beat semplice ma trascinante, riportandoci ai tempi di The Pale Emperor, appena più di dieci anni fa. Il ritornello è melodico e molto piacevole e riesce a distinguersi bene nel contesto della canzone. Qualche momento più ruvido verso la fine e passiamo a Lucifer’s Teardrop che continua a non spostare troppo le coordinate sonore ma ci offre un flow vocale interessante da parte di Manson con un ritornello dal sapore decisamente alternative rock e un lavoro sui sintetizzatori decisamente interessante oltre che una parte di voce semi-narrata dal sapore cinematico e horrorifico. Singoli esclusi, uno dei pezzi migliori del disco.

The Arsonist è lenta e minacciosa con delle sezioni vocali al limite del disturbante da parte di Manson ma complessivamente è dimenticabile. Sicuramente non dimenticabile è il singolo Exit Wound che parte con una ritmica carica di groove , un’andatura cadenzata, un bell'utilizzo dei synth e una buona varietà tra momenti melodici e altri più sferzanti.

Il gran finale con Enatiomoroph parte con una sezione parlata; “there may be heaven in my mind but I have hell in my heart” – questa frase ripresa da una sezione precedente del disco ci introduce alle atmosfere lugubri ma allo stesso tempo mistiche e spirituali di questo pezzo, con un pianoforte, degli effetti sintetici per quello che potrebbe essere il brano più atmosferico di un disco dove proprio l’atmosfera è il cuore pulsante del lavoro. Macabro e malinconico, Enantiomorph chiude l’album su una nota positiva, arricchendosi con una sezione di chitarra sfumata. Sicuramente il brano dove le venature dark-industrial del suono dell'artista vengono a galla maggiormente.

One Assassination Under God – Chapter 2 è il gemello gotico, depresso e malinconico del suo precedente lavoro. Un disco che chiude un ciclo e un’era difficile per lo stesso Manson, ponendo una pietra tombale su un progetto che potrebbe essere stato quasi una catarsi per lo stesso Brian Warner. Due album, chapter  1 & 2 intrinsecamente legati assieme che globalmente rappresentano quanto di meglio è stato fatto dallo stesso Manson negli ultimi 20 anni, pur riconoscendo che questo secondo capitolo rimane un tantino inferiore al precedente, risultando un disco meno vario e ispirato e con qualche filler di troppo. Tuttavia le note positive anche a livello del songwriting ci sono eccome e Manson continua a impreziosire il tutto con testi intelligenti, raffinati, pregni di metafore e simbolismi che arricchiscono ulteriormente l’esperienza uditiva.


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