Dalla Norvegia non arrivano solo black metal e vichinghi: il paese dei fiordi e delle foreste buie, all'occorrenza, sa anche variare offrendo qualche sfizioso assaggio di power/prog. Come nel caso dei Triosphere, formazione di Trondheim che si aggiunge alla schiera delle (non poche, in ogni caso) band norvegesi che non siano votate alla fiamma più nera della scena musicale.
Formatisi nel 2004 su iniziativa del chitarrista Marius Bergesen e della bassista/cantante Ida Haukland, i Triosphere hanno pubblicato tre album tra il 2006 e il 2014, affiancando al lavoro in studio un'intensa attività live che li ha visti condividere il palco - e in alcuni casi affrontare interi tour - con nomi del calibro di Dio, W.A.S.P., Nightwish, Sonata Arctica, Kamelot, Timo Kotipelto e Crimson Glory, oltre a calcare festival prestigiosi come Wacken Open Air, ProgPower USA, 70.000 Tons of Metal, Tons of Rock e MetalDays.
Dopo un silenzio discografico di una decina abbondante di anni, durante i quali la band è rimasta comunque attiva sul piano live, i Triosphere sono pronti a tornare con il nuovo album “Oceans Above, Stars Below”. Edito dalla Frontiers, il nuovo disco vede schierati in formazione, oltre ai due leader Haukland e Bergesen, il chitarrista Tor Ole Byberg ed il batterista Kenneth Tårneby, una line-up rimasta invariata nel corso degli ultimi anni, confermando così una buona stabilità nell'organico della band.
Come nei lavori precedenti, anche su “Oceans Above, Stars Below” il campo d’azione del quartetto norvegese si riconferma molto ampio, andando a proporre un heavy/power che si muove con disinvoltura tra prog, hard rock, puntate di thrash e qualche sfumatura modern metal. Una combinazione tra sonorità classiche ed un certo tipo di metal più contemporaneo che funziona alla perfezione, generando un prodotto vario e ben concepito.
Un arpeggio apre “Premonition”, intro in crescendo che si aggancia direttamente alla prima traccia vera e propria, “Of Tyrants”: un fragoroso heavy metal sostenuto da un riff tagliente e da un ritmo vibrante che sfocia in un ritornello di grande presa. Il brano si assesta poi su uno stacco immersivo prima di esplodere in un doppio assolo di chitarra.
Con l'alternarsi dei vari pezzi, i Triosphere rivelano tutto il loro ampio arsenale fatto di riff accattivanti, melodie potenti, ritmiche precise, armonie vocali, groove hard rock ed assoli piazzati sempre al momento giusto. I due chitarristi in particolare si dimostrano un'autentica fucina di note, generando passaggi potenti alternati a momenti più ricercati. Nonostante i brani lascino intravvedere una grande tecnica, questa non è mai fine a se stessa, lasciando una buona orecchiabilità alle canzoni. Alcune sfuriate thrash e qualche accelerazione ritmica possono spostare l’asticella verso punte più estreme, ma l'attenzione principale rimane comunque sulla melodia. “Through The Phantom Wall” o la stessa title track sono ben bilanciate tra rocciosi riff ed un approccio più ragionato, senza perdere di vista certe pregiate rifiniture prog.
Nessuno dei vari componenti cerca di mettersi in mostra singolarmente, al contrario tutta la band lavora in perfetta sintonia per conseguire il miglior risultato possibile a livello collettivo. Allo stesso tempo, viene comunque lasciata un’ampia libertà creativa ai singoli musicisti, facendo valere in ogni traccia la bravura di ognuno. La coppia di chitarre, come già sottolineato, crea un muro sonoro di forte impatto, evidenziando una notevole preparazione tecnica che non cede alla tentazione dello shredding. La potenza non perde mai di vista il gusto armonico e gli assoli, per quanto ricercati, sono sempre contenuti evitando di scivolare in eccessi. Batteria e basso lavorano in perfetta sintonia, costruendo ritmiche compatte e funzionali alla buona riuscita delle canzoni. La voce di Ida Haukland, infine, si dimostra molto versatile, alternando parti aggressive ad altre più introspettive e suadenti. La prestazione della Haukland evidenzia una ricerca di melodie e passaggi raffinati, vicini a soluzioni tipiche di Seventh Wonder o Vision Divine, dando così vita ad avvincenti linee vocali.
Il disco può contare su brani dotati di forte intensità, in un mix di tecnica, melodia e potenza su cui aleggia un diffuso senso di malinconia. Si susseguono così l’heavy/power grintoso di “Monster’s Ball”, la ballata fluttuante “Encore” o la radiofonica “Shorelines”, dove fa bella mostra di sé un pregiato assolo dai risvolti blues.
I Triosphere prestano molta attenzione agli arrangiamenti, riuscendo a ricavare sempre soluzioni fantasiose e coinvolgenti, facendo convivere articolate strutture prog con delle trovate scorrevoli tipiche del melodic metal.
“Embers” riesce a fare andare a braccetto i Symphony X con l'hard rock nord europeo, mentre con “Orpheus’ Bane” vengono chiamati in causa i Nevermore.
“Oceans Above, Stars Below” si presenta sostanzialmente come un disco di heavy dalla struttura classica che non ha paura ad aprirsi verso quelle giuste contaminazioni che gli facciano guadagnare varietà e colore. Una proposta musicale che mostra una certa complessità senza risultare troppo fredda ed articolata. Tutti gli elementi sono bilanciati nella equilibrata misura: la tecnica non eccede mai in noioso esibizionismo, allo stesso modo le idee di facile ascolto non sono mai troppo scontate e ruffiane. Un'uscita veramente rilevante quest'opera dei Triosphere: ci sono voluti dodici anni di attesa, ma almeno ne è valsa la pena.