Bologna Violenta è sempre stato un progetto difficilmente "addomesticabile", ma con “Oblomovismo” sembra arrivare a una delle sue formulazioni "anarchiche" più compiute, disturbanti e artisticamente radicali. Parlare semplicemente di disco, in questo caso, rischia quasi di essere riduttivo: siamo davanti a un oggetto sonoro che funziona come un collage postmoderno, una costruzione fatta di frammenti, citazioni, urla, linguaggi, derive stilistiche, intuizioni disturbanti e improvvisi cambi di prospettiva. Un lavoro che non vuole accompagnare l’ascoltatore, ma scuoterlo, disorientarlo, centrifugarlo.
La chiave di lettura parte infatti già dal titolo. “Oblomovismo” rimanda a un atteggiamento di apatia, indolenza profonda, estraniamento dal mondo e rifugio nell’immobilità più totale, non solo fisica, ma anche mentale. È il rifiuto passivo dell’azione, della responsabilità, della realtà moderna; una fuga dalla vita attiva, dal movimento, dallo scontro con il presente. Eppure Bologna Violenta prende proprio questo concetto e lo fa esplodere dall’interno, costruendo un disco che sembra andare in direzione opposta rispetto a ciò che il titolo evoca.
Se l’oblomovismo è immobilità, qui tutto si muove, collassa, urla, deraglia. Se è apatia, qui c’è iperstimolazione continua. Se è fuga dalla realtà moderna, qui la realtà viene risucchiata, deformata e sputata addosso all’ascoltatore sotto forma di rumore, nevrosi, folklore, meme, lingue diverse, scarti culturali e frammenti sociali. “Oblomovismo” diventa così una contraddizione "musical-programmatica": un disco che racconta l’immobilità attraverso il movimento più frenetico, l’apatia attraverso l’eccesso, il rifiuto della responsabilità attraverso una lucidissima presa in carico del caos moderno e contemporaneo.
Musicalmente, l’album è incredibile per il modo in cui riesce a negare qualsiasi comfort zone. L’ascoltatore, soprattutto nelle prime fasi, prova quasi istintivamente a cercare un appiglio, un punto fermo, una coordinata riconoscibile da cui partire per orientarsi. Ma qui quell’appiglio non arriva mai davvero. La band scappa continuamente da una parte all’altra: dal noise a sonorità volutamente datate, quasi deformate dall’uso di tastiere ossessive... da spunti grind a momenti più teatrali, da suggestioni folkloristiche a passaggi oscuri, disturbanti, quasi cinematografici. Ogni volta che sembra aprirsi una direzione, il disco la sabota e la trasforma in qualcos’altro.
Uno degli episodi più rappresentativi è “Tuk Tuk Extravaganza”, brano che sintetizza perfettamente questa idea di caos organizzato. Partendo da apparenti discussioni tra guidatori di tuk-tuk in una città indiana, il pezzo prova a restituire la sensazione di confusione, traffico, sovrapposizione di voci, clacson, movimento e tensione che caratterizza le strade di quei luoghi. Non è un uso decorativo o turistico dell’immaginario indiano (o comunque di quelle zone o dove sono in voga i Tuk Tuk), ma una vera traduzione sonora del caos urbano. L’ascoltatore non viene trasportato comodamente in un altrove esotico che puzza di gas di scarico: viene scaraventato dentro una congestione nervosa, claustrofobica, viva, dove tutto accade insieme e il disordine diventa linguaggio.
Altrove il disco lavora invece su meccanismi diversi, ma ugualmente efficaci. Passando attraverso l’apparente leggerezza delle "Fiabe Francesi", Bologna Violenta costruisce un contrasto quasi perverso: un inizio dal sapore romantico, urbano, persino elegante, viene lentamente trascinato verso qualcosa di più pesante e oscuro, fino ad annullarsi completamente. È uno dei momenti in cui il disco mostra meglio la propria capacità di prendere un’immagine riconoscibile, quasi rassicurante, e farla marcire dall’interno. La leggerezza non viene semplicemente negata: viene contaminata, appesantita, svuotata, trasformata in ombra.
Poi arriva la componente più apertamente noise-grind, che trova in “Il Vitello D’oro” uno dei suoi momenti più abrasivi e fisici. Qui il duo sembra recuperare la propria anima più brutale, isterica e compressa, ma lo fa ancora una volta attraverso un filtro concettuale preciso. Il brano richiama infatti anche il testo di un noto meme video in cui una signora urla al telefono al marito chiedendogli se la spesa vada bene oppure no. Un riferimento apparentemente assurdo, quasi trash, ma perfettamente coerente con l’estetica del progetto: prendere frammenti di quotidianità scomposta, residui di cultura internet, nevrosi domestiche e isterie popolari, per trasformarli in materiale sonoro disturbante. In “Il Vitello D’oro” il rumore non è quindi solo aggressione musicale. Diventa caricatura, parodia popolare feroce, rappresentazione di una comunicazione ridotta a urlo, ripetizione, corto circuito e isteria. È uno di quei momenti in cui l’estremo funziona perché resta riconoscibile: dietro la violenza sonora ci sono pezzi di realtà comune, deformati fino al grottesco.
Potremmo stare a parlare per giorni del collage costruito in questo disco. Non solo per il modo in cui i brani vengono suonati, spezzati, compressi e deformati, ma soprattutto per le fonti da cui l’intero materiale sembra essere stato prelevato. Bologna Violenta non inventa un mondo alieno, ma prende il nostro, lo tritura e ce lo restituisce in una forma molto più sincera di quanto vorremmo ammettere.
È qui che emerge la grandezza dell’operazione. “Oblomovismo” non è un album folle perché accumula elementi strani a caso. È folle perché osserva il mondo con un’attenzione quasi chirurgica, ne raccoglie il fastidio, le contraddizioni, le assurdità, la volgarità, le interferenze e poi le riassembla in una forma artistica estrema. È una genialità non facile da catturare anemmeno dopo numerosi ascolti (con le debite pause incluse...), perché richiede attenzione e disponibilità a lasciarsi destabilizzare. Ma per chi ha voglia di entrare davvero nel meccanismo, il disco rivela una lucidità rara.
Più che un semplice lavoro musicale, “Oblomovismo” è una vera e propria opera d’arte estrema, complessa, disturbante e intelligentissima. Un’opera che parte dall’idea di immobilità per costruire un movimento incontrollabile, che racconta l’apatia attraverso l’iperattività, che rifiuta la comfort zone e costringe l’ascoltatore a fare i conti con un caos che somiglia fin troppo al presente (probabilmente a volte anche personale...). Bologna Violenta firma un lavoro radicale, artisticamente coraggioso e difficilmente replicabile: un collage postmoderno che conferma, ancora una volta, quanto questo progetto resti una delle realtà più personali e necessarie della musica estrema italiana.