Copertina di No Light Shall Remain dei Warthrash
Recensione Death · Album

Warthrash No Light Shall Remain

di Giovanni Picchi 23 Agosto 2026 - 09:00
Band
Warthrash
Tipologia
Album
Etichetta
Awakening Records
Genere
Death
Nazione
Colombia

Un classico arpeggio di chitarra acustica, carico di pathos e tensione, funge da introduzione per il secondo full-length dei colombiani Warthrash. Nonostante il nome evochi scenari prettamente legati al genere thrash, la band di Medellín incorpora un death metal tradizionalmente old-school con la tipica aggressività e velocità nell’esecuzione dei riff di scuola thrash prettamente europea da cui fuoriesce un mix altamente micidiale ma ben calibrato e non caotico.
All’inizio della propria attività, ormai un ventennio fa, il quartetto era fortemente influenzato da un thrash metal grezzo e senza compromessi, venato di richiami classici nell’impostazione ritmica delle chitarre e sorretto da una linea vocale abrasiva e rauca che ricorda molto Max Cavalera degli esordi, soprattutto dell'indimenticabile "Schizophrenia". Nel tempo, quell'impostazione è andata estremizzandosi verso un growl profondo e gutturale. Se il debutto “Descending to Exile” (2014) ricalcava pienamente tali stilemi alla pari dei primi due EP, la svolta decisiva è arrivata con la seconda release breve del 2020, decisamente più incline alle influenze death. Il Sudamerica si conferma una fucina inesauribile per questo genere di sonorità e l’etichetta Awakening Records, ormai abituata a scovare talenti nei posti più disparati del globo, fa centro anche stavolta.
“No Light Shall Remain” trae palese ispirazione da maestri quali i Morbid Angel e la scuola floridiana in genere, offrendo un tributo fedele a una scena che trentacinque anni fa ha cambiato per sempre il volto della musica estrema.
Il primo elemento a colpire duro è l'occhio: la splendida copertina firmata dal talentuoso Felipe Mora introduce in modo magistrale l’ascoltatore a un'estetica cupa ed evocativa. Questa cura si riflette in un'eccellente produzione e in un mixaggio calibrato presso gli Area 51 Studios, capaci di regalare suoni nitidi senza far risultare il tutto artefatto o plasticoso, ma verace e ottimamente calibrato. L'album risulta variegato anche sotto il profilo linguistico, alternando lo spagnolo all'inglese in ben quattro tracce; l'uso della lingua madre aumenta notevolmente l’incisività delle tematiche che risultano incentrate sulla denuncia sociale e su argomenti nichilisti, donando un tocco di spessore e di originalità all’insieme. Il minutaggio si mantiene standard, attestandosi sui quattro minuti di media per composizione.

Dopo l’intro acustica della title-track, il disco entra nel vivo con le potenti "Culebras Sin Honor" e "Sombras del Poder". Qui emerge subito l'intelaiatura dell'opera: un growl profondo, riff velocissimi e una sezione ritmica possente arricchita da blast-beat, accelerazioni e continui fill di batteria. Alle canzoni non mancano brevi e pregevoli assoli eseguiti magistralmente dal chitarrista Merciless, mentre dietro le pelli siede Caronte, che si dedica egregiamente anche alle parti vocali; la formazione si completa con Nosferatu alla seconda chitarra e Silent al basso.
Con la terza traccia si cambia registro linguistico: "Crucifixion", cantata in inglese, propone un incipit e ritmiche cavalcanti spiccatamente thrash metal, tra stacchi improvvisi e trame melodiche continue ed interessanti. In "Oscura Condena" torna lo spagnolo e la cattiveria aumenta grazie a un cantato a due voci su registri espressivi diversi e su una base speed dotata di ottimi stacchi, di cui uno scavezzacollo a metà esecuzione. Il singolo "Wounds" alza ulteriormente i giri del motore con ritmiche incalzanti e dal finale molto variegato: il guitarwork si evolve continuamente tra sfuriate in down-picking e armonizzazioni in tremolo dal sapore squisitamente sinistro e non molto lontane dagli stilemi tipici del black metal. Le due chitarre viaggiano sempre su piani leggermente divergenti, risultando sempre ben distinguibili e mai caotiche mentre il basso si mantiene più sullo sfondo, muovendosi all'unisono con la batteria.

La seconda metà dell'opera si sviluppa lungo una sequenza di specchi e contrasti, mettendo in luce una maturità esecutiva notevole e una spiccata ricercatezza nelle soluzioni melodiche. Si parte con "Undefeated", il brano più lungo e che flirta apertamente con uno speed metal tradizionale: qui il riffing forsennato funge da trampolino ai riff altamente memorizzabili del refrain in cui anche l’assolo di chitarra, ricco di feeling, trova i suoi spazi tra intrecci di linee melodiche molto coinvolgenti. A fare da perfetto contrappeso ci pensa la successiva "Hand of Doom", che mantiene alta la tensione attraverso un incedere maestoso carico di un groove galoppante e un growl su due binari espressivi convergenti in cui non sono lontani i rimandi ai Deicide. In questo episodio, un pesante palm muting si alterna a improvvise fiammate distruttive, ma è la cura nella costruzione delle atmosfere a fare la differenza, dimostrando che la band sa essere spietata anche senza spingere sull'acceleratore.
Il viaggio nei territori più cupi del disco prosegue con "Abismo Sin Retorno", brano cantato nuovamente in spagnolo che tesse un tappeto sonoro e vocale maligno e opprimente. La traccia si distingue per un uso raffinato e spettrale del tremolo picking, capace di ricamare linee melodiche sinistre che evocano una vera e propria discesa negli inferi compresa nell’evocativo e sinistro assolo. Questa tensione accumulata viene brutalmente spezzata da "Ruins", una mazzata vecchio stampo, breve e priva di fronzoli, che lascia parlare la pura aggressione e l'irruenza esecutiva del quartetto.
Il cerchio si chiude infine con la monumentale "Hollow Existence". La traccia finale rappresenta l'apice compositivo dell'album, combinando splendide armonizzazioni gemelle, di chiara scuola classica, a fieri mid-tempo solenni. Il brano mette in mostra assoli carichi di pathos che non cercano la velocità fine a se stessa, ma una ricercatezza melodica drammatica e desolante. È un finale dal sapore epico, che lascia che un profondo senso di vuoto guidi l'ascoltatore verso il silenzio, sigillando il minutaggio in modo perfettamente circolare.

Per quanto si possa dire, i Warthrash magari non rivoluzionano i canoni del genere ma possiedono una spinta e una passione che pervadono tutte le note del disco. Ci troviamo di fronte a un'opera equilibrata e convincente grazie a linee di chitarra coinvolgenti, un songwriting ben calibrato con canzoni per nulla scontate e un'ottima produzione che non lascia adito a fraintendimenti. Un lavoro intriso di buone idee, quadrato, d'impatto e dall'irresistibile tiro trascinante, che renderà l'album appetibile ai più e decisamente non trascurabile per gli amanti della vecchia scuola.

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