Una buona novità che fa del volume di ascolto una prerogativa essenziale per essere apprezzato.
“Louder Than Fate” di Jared James Nichols è un disco che va sparato con forza negli amplificatori o in cuffia. Proprio così, infatti, può esprimere un potenziale notevole fatto di note incendiarie a cavallo tra strutture hard rock, southern blues e rock contemporaneo che potrà soddisfare le orecchie di più di un ascoltatore.
L'idea che permea questo quarto album in carriera del chitarrista americano è quella di un artista che non vuole dimostrare qualcosa a tutti i costi e si concentra sul rendere le canzoni vive, dirette e contagiose. È un hard rock sporco di blues, pensato più per il palco che per la vetrina da classifica ma senza rinunciare a qualche sfumatura in più del solito.
“Louder Than Fate” arriva dopo anni passati tra tour, EP, collaborazioni e una credibilità costruita più sui live che sulle campagne promozionali. La durata contenuta e i dieci brani asciutti rivelano un’idea molto chiara: nessun concept, nessun orpello, solo canzoni che devono funzionare subito, preferibilmente con una band sudata a pochi metri dalla folla. Essenziale quanto efficace.
L’attacco di “Let’s Go” è un manifesto: riff immediato, groove che non si preoccupa di essere originale quanto di essere incisivo, voce ruvida quanto basta per non scivolare nel radio rock neutro. “Ghost” rallenta il passo, mette in primo piano il lato più melodico di Nichols e lavora molto su dinamiche semplici ma ben calibrate, tra strofe quasi sussurrate e ritornello pensato per essere urlato a memoria dopo il secondo ascolto.
In “Way Back” riaffiorano le radici blues, con quel tipo di progressione che si potrebbe sentire in un piccolo club come su un grande palco di festival, mentre “Bending Or Breaking” prova a giocare su un equilibrio più sottile, lasciando intravedere una scrittura meno monolitica e più attenta agli incastri tra riff e linee vocali. Quando si arriva a “Killing Time” e “Dust N’ Bones” è chiaro che il baricentro del disco non è la ricerca della novità, ma la capacità di tenere sempre alta la tensione senza ricorrere a trucchetti di produzione.
Il suono è volutamente ruvido, quasi analogico nell’impatto, e mette la chitarra al centro senza trasformare il disco in un mero esercizio di stile ed esibizione tecnica mascherata da album. Gli assoli servono le canzoni, non il contrario. Questa scelta dà personalità, ma porta con sé anche il rischio di una certa uniformità emotiva, soprattutto nella parte centrale, dove un paio di brani avrebbero giovato di un taglio più netto o di un cambio di registro più coraggioso.
Il suo punto di forza resta ad ogni modo la concretezza. Pezzi come quelli più tirati hanno il pregio di andare subito al sodo, con riff secchi e una voce che privilegia la grinta alla rifinitura. Quando invece rallenta, Nichols mostra di saper lavorare anche su un’urgenza più muscolare che melodica, lasciando emergere una scrittura meno prevedibile di quanto ci si possa attendere da un album hard rock moderno.
Non tutto, però, pesa allo stesso modo. In alcuni passaggi il disco si affida a una formula già nota e rischia di appoggiarsi troppo alla fisicità del suono, senza aggiungere veri colpi di scena. Proprio per questo il nuovo cd di Nichols funziona meglio quando si limita a suonare con convinzione senza forzature
“Louder Than Fate” si attaglia molto bene a chi può apprezzare un hard rock contemporaneo ma fedele alla classicità, fatta di riff, cori e sudore, senza filtri né patine modaiole. Un disco onesto, suonato con polso e con un’identità abbastanza riconoscibile, che mostra Jared James Nichols come un musicista forse non troppo noto (e nemmeno originalissimo) ma assolutamente verace, pronto per diventare un compagno di viaggio grintoso e testardo quanto basta. Aspetti che oggi, nell’hard rock, non sono sicuramente di poco conto.
https://www.youtube.com/watch?v=lsHtE5nYVz0