Ci sono dischi che si ascoltano e altri che, più semplicemente, si attraversano. Lost Azzurrina degli Opera appartiene a questa seconda categoria: un lavoro che sembra chiedere all'ascoltatore di lasciarsi alle spalle per qualche istante la dimensione ordinaria per entrare in un territorio fatto di atmosfere, tensioni e suggestioni. Un territorio che affonda le proprie radici in una delle leggende più inquietanti e affascinanti del folklore italiano: quella di Azzurrina, al secolo Guendalina Malatesta, la bambina albina che, secondo la tradizione, scomparve misteriosamente nel castello di Montebello, nel giugno del 1375.
La leggenda racconta di una bambina dai capelli chiarissimi, quasi azzurri, figlia di Ugolinuccio, signore di Montebello. La sua particolare condizione, all'epoca considerata un segno inquietante, avrebbe spinto la famiglia a nasconderne i capelli facendoli tingere. Proprio da quel particolare sarebbe nato il nome con cui la memoria popolare l'avrebbe consegnata ai secoli. Però è soprattutto la sua misteriosa scomparsa a trasformare Azzurrina in una figura sospesa tra storia e mito: durante un temporale, la bambina sarebbe scomparsa nei sotterranei del castello mentre inseguiva una palla, senza che il suo corpo venisse mai ritrovato. Da allora, secondo la tradizione, il suo fantasma tornerebbe a manifestarsi nel castello, soprattutto in coincidenza con il solstizio d'estate, attraverso una voce infantile e lontana.
C'è, tuttavia, un particolare che rende il mito di Azzurrina ancora più affascinante: la sua presunta antichità non trova un reale riscontro nelle fonti storiche. La storia viene raccontata come una leggenda medievale tramandata nei secoli, ma le prime attestazioni verificabili risalgono alla fine degli anni Ottanta, proprio nel periodo in cui il castello di Montebello venne restaurato e aperto al pubblico. Il presunto manoscritto seicentesco Mons Belli et Deline, spesso indicato come la prima testimonianza scritta della vicenda, non è mai stato effettivamente verificato. Azzurrina si rivela così, paradossalmente, un mito antico nella sua ambientazione, ma moderno nella sua fortuna: una storia che il tempo non ha semplicemente conservato, ma ha continuato a reinventare.
La musica non è rimasta immune al fascino della bambina di Montebello. Gli Evenoire, band italiana dalle sonorità symphonic/gothic metal con marcate influenze folk, avevano già dedicato ad Azzurrina il brano omonimo Azzurrina, pubblicato nell'EP I Will Stay del 2008. La canzone trasporta la vicenda della bambina nel territorio del metal, trasformando la sua scomparsa, il temporale e la dimensione spettrale della leggenda in un racconto musicale dalle tinte cupe e visionarie.
È dunque significativo che oggi siano gli Opera, con Lost Azzurrina, a tornare su quella stessa figura: non semplicemente riprendendo una storia del passato, ma confrontandosi con un mito che ha già dimostrato di possedere una sorprendente capacità di attraversare epoche, linguaggi e forme artistiche. Se gli Evenoire avevano trasformato Azzurrina in una presenza gotica e inquietante, gli Opera ne offrono una nuova interpretazione, affidandosi alla propria sensibilità musicale e narrativa.
Con Lost Azzurrina, gli Opera non si limitano dunque a raccontare una leggenda: la reinterpretano attraverso la musica, trasformando una storia ambientata nel Trecento in un viaggio sonoro contemporaneo. Proprio da questo viaggio vale la pena partire per capire cosa racconta davvero il disco e quale posto riesce a ritagliarsi nel percorso artistico della band.
L’intro strumentale The Fortress Breathes è già un biglietto da visita più che valido, fa capire cosa aspettarsi e di cosa sono capaci i nostri (o meglio “erano”, ma ci arriveremo). Direttamente dalla Romagna, un mix di progressive metal dove c’è decisamente del djent, manciate di Earthside (quelli di A dream in static), parti vocali alla 30 Seconds to Mars e ovviamente tante influenze Tesseract.
Originariamente il tutto è stato registrato nel lontano 2005 (da Daniele Liverani) ed è rimasto inedito per anni prima di essere ufficialmente pubblicato sulle piattaforme dedicate nel 2026. All’epoca la band vedeva Daniele Partisani (mente alla produzione e al missaggio) e Cristian Riccardi alle chitarre, Lorenzo Bartolini alle tastiere, Luca Valenti al basso e Dario Ciccioni alla batteria.
L’operazione dunque lodevole: riesumare il lavoro presentandolo come vera e propria dedica ai vecchi membri del gruppo in memoria di un periodo indimenticabile delle loro vite.
Tutto suona molto bene, definito (pure troppo) e al passo con le produzioni attuali del genere. Il motivo? Il vecchio lavoro è stato “rielaborato e arricchito” (per citare le note nei credit di copertina) dall’intelligenza artificiale! In quale misura, ovviamente, non ci è dato sapere. Per chi scrive probabilmente in grandi quantità, dato che nel 2005 questo sound e questo stile nello strutturare le parti strumentali e le linee vocali non era praticamente ancora nato, ma l’onestà intellettuale va premiata e dunque, soffermandoci sulla musica vera e propria, un plauso va fatto alla evocativa e avvincente Rooms Without Sunlight, brano che supera i 10 minuti di notevole fattura con un’introduzione di piano e un groove frammentato che riesce ad appassionare con un crescendo fino al chorus e oltre. È il brano più rappresentativo che contiene un po' tutti gli elementi caratteristici del sound degli Opera.
Gli intermezzi strumentali sono molto convincenti e seguono un’evoluzione molto in stile con le produzioni attuali (cambi di tempo, riffing potente, chitarre soliste iper riverberate), perdendo un po' in originalità. Tuttavia Lost Azzurrina si fa ascoltare piacevolmente, seppur resta un po' l’amaro in bocca: fino a che punto la musica potrà spingersi facendo a meno dei musicisti?