Se nel 2023 i Vomitory dovevano abbattere le porte e dimostrare di essere ancora i re del death metal svedese più intransigente, nel 2026 la band non ha più nulla da provare. Questa ritrovata serenità si traduce in un lotto di canzoni che non cerca il massacro fine a se stesso, ma la massima efficacia della forma-canzone. A dominare i brani non sono più le sole sfuriate in blast-beat, ma una maggiore presenza di ritmiche cadenzate e mid-tempo dal groove devastante.
“In Death Throes”, decimo album in studio della band e ottavo per la Metal Blade, con la quale ha instaurato un sodalizio che dura da 25 anni, segue a tre anni di distanza da “All Heads Are Gonna Roll”, il full-length che aveva segnato il ritorno sulle scene della band dopo un breve scioglimento, accolto molto positivamente da fan e critica. Un gruppo atipico nel panorama nazionale, che con quest’ultima fatica pubblica paradossalmente il lavoro più “svedese” della propria discografia. Storicamente, il loro death metal ha rappresentato una terza via rispetto alle due sponde geografiche classiche, risultando molto più debitore del sound americano di scuola Cannibal Corpse e Deicide piuttosto che quello di Göteborg o Stoccolma; una nicchia in cui sono assimilabili anche altri pesi massimi della madrepatria come Aeon, Visceral Bleeding e Deranged, gruppi estremi caratterizzati da uno stile tecnico, veloce e brutale, senza compromessi o concessioni, che esternano la loro brutalità con riff affilati e chirurgici, lontano dalle due scuole svedesi di ampia fama che hanno sempre concesso spazio a melodie o a strutture ruffiane, seppur con approcci e stili diversi.
Non che il quartetto di Karlstad si sia messo a imitare Entombed o Arch Enemy, assolutamente. La brutalità espressa in pieno dai riff pesanti e taglienti e dal growl profondo e cavernoso del mastermind Erik Rundqvist (al basso e alla voce) rimane il marchio di fabbrica inamovibile dei Vomitory. Si nota però qua e là un approccio più ragionato, con chirurgiche concessioni a un certo tipo di impatto tellurico. La gestione dei tempi mostra un bilanciamento magistrale tra D-beat e blast beat: il gruppo manifesta di saper dominare i mid-tempo con un riffing monolitico, abile nello spezzare la furia cieca della batteria per dare vita a rallentamenti micidiali, pensati appositamente per la dimensione live.
“For Gore and Country”, con i suoi rallentamenti da mosh-pit, o la più quadrata “Wrath Unbound”, guarda caso i due singoli che hanno preceduto l'uscita del disco, stanno a rappresentare quanto detto: c'è un'attenzione quasi scientifica nel creare riff che rimangano impressi al primo ascolto, aprendo la strada a soluzioni decisamente ispirate. Non si tratta di un ammorbidimento bensì dell'inserimento di sfumature vicine al death metal primordiale – quello di matrice Bolt Thrower – dove la violenza sposa accenni di aperture chitarristiche figlie di una scuola ben precisa, pur rimanendo la base rimane sempre quella: sfuriate dirette e micidiali come l’opener “Rapture in Rupture” o “Forever Scorned”, sorrette dai pattern implacabili del batterista storico Tobias Gustafsson e dai riff veloci, taglienti e memorizzabili del purtroppo neodimissionario Urban Gustafsson alla chitarra ritmica, membro fondatore che ha appena lasciato la band sostituito da Kalle Knogjern. La title track presenta la struttura più articolata dell'opera: spicca una sezione centrale in cui le linee vocali creano una sorta di "gancio" ritmico quasi da cantare a squarciagola ai concerti, supportata da una progressione di accordi drammatica ed epica, insolita per gli standard del brutal puro. Con “Cataclysmic Fleshfront” si torna su coordinate più compatte, con un ottimo bilanciamento tra riff e ritornello in cui si dimostra l’abilità dei nostri di inserire “hook” orecchiabili all’interno di un muro sonoro impenetrabile.
I testi macabri, come da tradizione, presentano anche un retrogusto ironico come in “Two and a Half Men”, il cui incipit affidato a un groove di batteria isolato e al classico “Ugh!” vocale vecchio stile, apre le danze per una traccia solida che fa del cambio di marcia la sua arma migliore. “Erased in Red” si può definire invece come un tributo a band quali Slayer ed Exodus per via dell’inserimento di riff puramente thrash riadattati al contesto svedese che donano una ventata di freschezza in più all’album. La componente horror-militare trova il suo manifesto in “The Zombie War General”, canzone veloce e spietata che si concentra sulla densità sonora. Il basso è pesantissimo e saturo e le chitarre tessono trame serrate che evocano un'autentica avanzata di cingolati, supportata da ottimi fill di batteria utili a rilanciare continuamente la velocità del brano.
Il sipario cala con “Oblivion Protocol”, altra mazzata veloce e pesante che riassume lo spirito dell'intero lotto: velocità, stop-and-go brutali e un assolo affilato ad opera del nuovo chitarrista Christian Fredriksson, anch’egli purtroppo dimissionario ad agosto. Il suo innesto si è rivelata una delle armi vincenti del disco: da notare come i suoi assoli, centellinati tra un brano e l’altro, non siano semplici sfuriate di note senza senso, ma mantengono un gusto melodico oscuro che eleva i brani senza snaturarne la violenza, chiudendo qui il sipario con una nota nera e nichilista.
A valorizzare l’ottima riuscita dell’album interviene la produzione firmata da Lawrence Mackrory. Il lavoro di mix e mastering (già apprezzato con Bloodbath e Lik) evita le trappole del brutal death moderno iper-compresso e finto. Qui il suono è tellurico ma "respira": le frequenze basse hanno una presenza metallica e definita e la batteria mantiene una dinamica naturale che restituisce la sensazione fisica di una band che suona violentemente nella stessa stanza. Come per il precedente album, la grafica è stata affidata a Giannis Nakos di Remedy Art Design (Suffocation, Evergrey, The Crown).
In definitiva, “In Death Throes” capitalizza al meglio il ritorno sulle scene dei Vomitory, consegnandoci una band che sa come evolversi senza tradire un millimetro del proprio passato. Un album compatto, accessibile ma devastante, che si candida legittimamente a diventare uno dei punti più alti della loro intera discografia e tra le migliori uscite in ambito death metal del 2026.
https://www.youtube.com/watch?v=Kq-PdDuC2xo
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