Copertina di Hoist the Colours High dei Tokyo Blade
Recensione Heavy · Album

Tokyo Blade Hoist the Colours High

di Stefano Ricetti 26 Agosto 2026 - 14:00
Tipologia
Album
Genere
Heavy
Nazione
Regno Unito

Avevamo lasciato i Tokyo Blade a febbraio del 2025, quando se ne uscirono con lo scintillante e per certi versi inaspettato Time is the Fire, un discone che sanciva un ritorno ai loro fasti del passato.

Quest’estate porta in dote Hoist the Colours High, il quattordicesimo album in studio della formazione dello Wiltshire, che esordì con l’album omonimo nel 1983, in tarda Nwobhm.

Così come il precedente, anche quest’ultimo lavoro vede la luce per la Dissonance Productions, una sussidiaria della Cherry Red Records, da più di tre lustri la loro label di fiducia, inglesissima.

Una continuità di intenti rappresentata anche dalla stabilità della line-up, cosa sempre meno scontata di questi tempi, che vede schierati il frontman Alan Marsh, il cantante degli inizi, per molti il marchio di fabbrica dei Tokyos affiancato dalla coppia di chitarristi formata da Andy Boulton e John Wiggins, poi Steve Pierce alla batteria e per finire Andy Wrighton al basso, tutti quanti con importanti trascorsi nel gruppo negli anni Ottanta a costituire un team altamente titolato.

Hoist the Colours High, nella sua versione in Cd digipak – esiste anche in doppio vinile – si accompagna a un libretto di dodici pagine con tutti i testi e, stranamente nessuna foto né della band d’insieme né dei sui singoli componenti. Le due centrali, infatti, sono occupate dal logo e dalla scritta England al di sotto, fra fulmini e saette.

Altra particolarità non da poco nei confronti di altre uscite la durata del disco e il numero di canzoni ivi contenute: un’ora e dieci di ascolto suddivisa in ben quattordici tracce. Una caratteristica del gruppo britannico, da qualche anno a questa parte.

Impresa ardita, quindi, che si rivela tale nel momento in cui le varie tracce scorrono lungo la fruizione ma non scatta mai l’impulso di dare Stop e poi << per un subitaneo riascolto. Ben specificato questo, qualche sobbalzo lo garantiscono la dinamica “Too Wired to Sleep”, la suadente “I’m Gonna Rise” e il lentone “Wasting my Time” posto in chiusura.

Niente di stantio o brutto, semplicemente un heavy metal ordinario dai contorni melodici mediamente piacevole, al quale però manca dannatamente quel tocco di magia che i Tokyo Blade seppero viceversa riversare dentro i solchi del precedente Time is the Fire.

Hoist the Colours High?

Yeah, issiamo in alto i colori, cari Tokyos, ma che la prossima volta siano decisamente meno sbiaditi, ok?

Stefano “Steven Rich” Ricetti

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