Il 2026 ci consegna la sesta fatica dei Lost Society, intitolata “Hell Is a State of Mind”. Analizzandone la carriera, la formazione capitanata da Samy Elbanna può essere considerata un’autentica mina vagante della musica dura. Il combo finlandese irruppe nel mercato cavalcando l’ondata del revival thrash, esplosa a cavallo degli anni Dieci. Un fenomeno divertente, segnato però da limiti evidenti, in particolare sul fronte dell’originalità. Anche i Lost Society rimasero invischiati nella palude della NWOTM: pubblicarono un paio di album scoppiettanti ma caratterizzati da soluzioni già ampiamente battute. Conscio di tutto questo, Elbanna decise di attuare un cambiamento radicale. A partire da “Braindead” i Lost Society intrapresero un percorso nuovo, proponendo un sound più moderno, al passo con i tempi. In questo modo, Elbanna e compagni diedero l’idea di essere alla ricerca di una propria identità. E non a caso, i successivi lavori manifestarono un’anima ora metalcore, ora nu-metal. Il nuovo “Hell Is a State of Mind” si inserisce alla perfezione nel nuovo corso dei Lost Society e, forse, risulta l’album più maturo fin qui realizzato dalla band di Jyväskylä.
Una delle prime caratteristiche a balzare all’orecchio di “Hell Is a State of Mind” è senza ombra di dubbio la produzione. Il suono è grosso, curato, aggressivo, decisamente al passo con i tempi. Spiccano le orchestrazioni, affidate a una vera orchestra di quaranta elementi, che aggiungono dinamica e un taglio hollywoodiano alle composizioni. La prova dei quattro è davvero degna di nota, evidenziando una volta in più le qualità tecniche dei Lost Society. E quindi? “Hell Is a State of Mind” è un disco convincente? Non proprio… Come dicevamo, Elbanna e compagni hanno cambiato sound nel corso degli anni, dando l’impressione di essere alla ricerca di una propria identità. Hanno sfornato album vari, diversi, ma non sono ancora riusciti a manifestare una personalità definita. Risultavano derivativi agli esordi, in pieno movimento NWOTM, e oggi, con una proposta più moderna, la situazione non cambia. Le fonti di ispirazione di “Hell Is a State of Mind” sono facilmente riconoscibili e trovano ampi riferimenti nella scena d’oltreoceano, in particolare negli Avenged Sevenfold. Basta ascoltare ‘L’appel du vide’ per rendersene conto. C’è poi una spasmodica ricerca melodica, che richiama in modo evidente una certa estetica nu-metal, soprattutto nei ritornelli. Le canzoni si rivelano piacevoli e orecchiabili, come la semi-ballad ‘Is This What You Wanted’ ma, peccando in originalità, bastano pochi ascolti per risultare scontate e prevedibili. Questo è il più grande limite di “Hell Is a State of Mind”, e degli stessi Lost Society. E dopo sei dischi la domanda nasce spontanea: qual è l’identità artistica di Elbanna e soci?
Con “Hell Is a State of Mind” i Lost Society continuano il percorso iniziato con “Braindead” e, ancora una volta, confermano l’intenzione di voler percorrere la strada più sicura del music business. La loro proposta punta ormai su una miscela collaudata – resa celebre da importanti entità contemporanee – che garantisce l’accesso a una fetta di mercato del nuovo millennio. Insomma: l’espressione “vincere facile” calza a pennello con “Hell Is a State of Mind”. Questa scelta, però, relega in un angolino l’estro e la visione artistica del quartetto finlandese. Pur ottenendo successo e consenso – in particolare in patria – ai nostri occhi i Lost Society appaiono limitati e ridimensionati. Inutile negare come l’amaro in bocca sia forte. “Hell Is a State of Mind” è senza ombra di dubbio un disco ben suonato e prodotto. Appare però preparato a tavolino, pensato per soddisfare le esigenze di un determinato profilo di appassionati. E quando si fanno troppi calcoli, dando alle stampe un lavoro furbetto, il rischio più grande è quello di realizzare un prodotto senza anima. Ed è un grande dispiacere constatare che ai Lost Society è accaduto proprio questo.
Marco Donè