Quando si parla di death metal tecnico delle origini, è abbastanza frequente imbattersi nell’accostamento tra quattro nomi fondamentali: Nocturnus, Cynic, Atheist e Pestilence (e, senza scomodare i Death su cui potremmo scrivere dei libri, mettiamoci dentro pure Gorguts e Sadus). Una sintesi che, a grandi linee, può anche avere una sua logica storica, ma che rischia di deviare l’attenzione da ciò che alcune di queste band hanno realmente prodotto. In particolare, Pestilence, Cynic e Atheist non si sono limitati a rendere il death metal più complesso o più tecnico, ma hanno cercato di espanderne il linguaggio, portandolo verso territori più profondi, visionari e concettualmente avanzati. Tra queste, Cynic e Atheist sono probabilmente le due realtà che più di tutte sono riuscite a sintetizzare un’idea di energia dello spazio, integrandola perfettamente nella musica.
Ed è proprio da qui che bisogna partire per parlare di “Focus”, primo album dei Cynic, band floridiana guidata da Paul Masvidal, Sean Malone, Sean Reinert e Jason Gobel. Un ruolo particolare nella realizzazione dell’album spetta inoltre a Tony Teegarden, chiamato a eseguire le parti vocali in stile death poiché, in quel periodo, Masvidal rischiava di compromettere la propria voce. Teegarden, per un breve periodo, finì di fatto per assumere anche il ruolo di quinto membro non ufficiale della band, occupandosi delle death vocals e delle tastiere durante la parte europea del tour in cui i Cynic aprirono proprio per i Pestilence.
Con questo disco, i Cynic raccolgono l’eredità artistica, compositiva e attitudinale già espressa da Masvidal e Reinert nei Death di Chuck Schuldiner con “Human”, ma scelgono subito di non uniformarsi alla scena death metal floridiana esplosa pochi anni prima. Il loro talento li spinge altrove: verso una direzione personale, visionaria e profondamente sperimentale, capace di aprire il death metal a nuove possibilità espressive. Insieme a realtà come gli Atheist, i Cynic contribuiscono così a spostare il genere su territori legati alla condizione profonda dell’essere umano, alla percezione dell’anima e a dimensioni interiori e spaziali di grande densità concettuale.
Anche dal punto di vista lirico, “Focus” si distingue nettamente da gran parte del death metal dell’epoca. I testi non cercano l’orrore, la brutalità o l’impatto viscerale fine a se stesso, ma si muovono su un piano introspettivo, spirituale e quasi metafisico. Al centro vi sono la coscienza, la percezione, il rapporto tra materia e spirito, la trasformazione interiore e la ricerca di una forma superiore di consapevolezza. Brani come “Veil of Maya”, “I’m But a Wave To…” o “How Could I” sembrano interrogarsi sul confine tra identità individuale e dimensione universale, tra corpo, mente e anima. È un approccio profondissimo, che rende il disco non soltanto un’opera musicalmente rivoluzionaria, ma anche un viaggio concettuale verso qualcosa di più ampio, quasi cosmico.
“Focus” è un capolavoro. Contiene otto brani tutti diversi, capaci di enfatizzare al massimo ogni possibile aspetto che questo linguaggio poteva offrire all’epoca. Si passa dalla potenza devastante della già sopra citata “Veil of Maya” e “Ouroboric Forms” agli elegantissimi pattern compositivi di “Sentiment” e “Textures”, dove Sean Reinert, in particolare, mette in evidenza un’ulteriore crescita delle proprie abilità. E si parla di musicisti estremamente giovani, già dotati però di una capacità espressiva solitamente tipica di chi suona da venti, forse trent’anni.
Molto interessante è anche il fatto che sia ancora una volta Scott Burns a produrre il disco. In questo caso, però, Burns si trova davanti a una sfida diversa rispetto a molti altri lavori death metal da lui curati in quegli anni. Non deve più trattare soltanto uno stilema iper-estremo, come accadeva con numerose band che avevano approcciato il death metal in maniera più integrale o canonica, ma deve confrontarsi con stratificazioni sonore capaci di conferire enorme profondità ai brani. Il suo compito diventa quello di far emergere, oltre alla squisita e incommensurabile trama compositiva, anche l’energia emotiva che ogni pezzo deve trasmettere all’ascoltatore: un senso di emozione a 360 gradi, una sfera di intensità quasi spaziale in grado di avvolgere completamente chi ascolta.
Ascoltare “Focus” oggi significa comprendere fino a che punto un linguaggio musicale estremo potesse essere spinto senza perdere la propria identità. I Cynic partono da una matrice profondamente legata al death metal floridiano, ne conservano la tensione, la potenza e la radicalità, ma dimostrano che l’estremo non deve necessariamente esprimersi soltanto attraverso violenza, oscurità o aggressione. Può diventare anche uno strumento per affrontare la coscienza, la spiritualità, il rapporto tra materia e spirito, l’identità e la percezione di qualcosa che va oltre la dimensione puramente terrena.
È proprio la sperimentazione a rendere possibile questo passaggio. Le aperture armoniche, le stratificazioni, le soluzioni ritmiche, le sonorità sospese e quella sensazione quasi cosmica che attraversa il disco non attenuano l’estremismo della musica: lo ampliano. “Focus” resta death metal nella sua radice, ma utilizza quella stessa radicalità per cercare altrove, dimostrando che si può essere estremi anche nel tentativo di esprimere qualcosa di intimo, spirituale e difficilmente traducibile in parole.
Per questo ridurre “Focus” alle categorie di progressive death metal, avant-garde o technical death metal o mix vari con fusion e jazz come tante volte si sente... finisce per raccontarne soltanto una parte. Tutte definizioni legittime, ma insufficienti davanti a un disco che usa la tecnica non come esibizione, la sperimentazione non come esercizio e l’estremo non come semplice aggressione, bensì come mezzi per dare forma a una dimensione interiore. Ed è forse proprio questo il senso più compiuto di una definizione altrimenti rischiosa: “Focus” è death metal dell’anima, perché prende uno dei linguaggi musicali più estremi della propria epoca e lo utilizza per raccontare ciò che, per sua natura, è tra le cose più difficili da esprimere.