Quinto e nuovo album per gli australiani Harlott, dal nome latino “Exsequiis” (“Cerimonie funebri”), disponibile dall'11 settembre 2026 tramite Metal Blade.
L’album esce a sei anni di distanza dal precedente “Detritus of the Final Age” (2020) e marchia il ventesimo anniversario di vita della band. La lineup degli Harlott, che subì una pesante modifica all’epoca del citato “Detritus …”, ora si presenta solida e granitica, senza ulteriori variazioni. Lo dimostra questo nuovo disco: pesante come un macigno e ruvido come la carta vetro del “40”, ma compatto e solido in ogni suo solco.
Il Thrash che la band sviluppa in “Exsequiis” è in linea retta con la sua storia e mantiene un forte debito con la Old School. I riferimenti a quei tipini tranquilli che rispondono ai nomi di Slayer, Dark Angel, Exodus e Kreator ci sono tutti, giusto per poter tirare a tutto braccio senza trascurare nessuno. In più, sarà per lo stile feroce e riverberato del vocalist Andrew Hudson, si percepiscono alcune assonanze con gli Onslaught di “Generation Antichrist” (loro full-length del 2020). Si badi bene: gli Harlott non sono né un fotocopiatore né un software “copia e incolla”, semplicemente fanno sentire molto queste influenze.

Iper-velocità da fuori orbita, riff affilati, attacchi scuri e malvagi, momenti di follia, voce al vetriolo e assoli melodici — in molti casi in aperto contrasto con tutta questa cattiveria assoluta — scorrono lungo tutto il disco. C'è spazio anche, qua e là, per una certa connessione con il Metal contemporaneo, grazie ad alcuni refrain un po' più duttili che richiamano il Metalcore e che spuntano fuori inaspettatamente, giusto per sancire che “Exsequiis” è un lavoro del 2026 e non del 1985.
La produzione, come per “Detritus of the Final Age”, è stata affidata a Julian Renzo. Il tecnico si è ispirato nientemeno che a Rick Rubin — storico ed eclettico produttore capace di spaziare tra Hip Hop e Metal, ma anche di firmare lavori per artisti in ambiti diversi come Johnny Cash, Jovanotti e Shakira, sfornando successi epocali tra cui il sempiterno “Reign in Blood” degli Slayer. Il lavoro di Renzo mette in mostra la precisione chirurgica con cui gli Harlott hanno affrontato la registrazione, tirando fuori un’estrema violenza sonora che picchia come un martello pneumatico implacabile. Il tutto avviene per mezzo di arrangiamenti sofisticati ma non compressi e stratificazioni presenti ma mai sovrastanti o eccessive.
“Exsequiis” affronta in modo cinico e amaro argomenti che vanno dalla guerra alla religione, dalla disinformazione al parassitismo politico, elementi che dividono aspramente la società e sono fautori di una grave e complessa condizione umana. La band lo fa con una rabbia senza limiti, sprigionando un’energia detonante e spietata tramite una scaletta che sta tra la tesa e buia “Incipiam” (dal latino “Inizierò”) — classica intro da album Thrash che fa da porta d’ingresso al mondo violento e oscuro degli Harlott — e la decisa Title Track posta in chiusura. Quest'ultima chiude il cerchio con la sua andatura cadenzata che poi accelera come un vortice malvagio, fino a trasformarsi nell’orazione funebre dell’umanità.
Nel mezzo scorrono nove brani crudeli dal tiro tra il veloce ed il velocissimo, sparati a raffica come se non ci fosse un domani, ciascuno portante l’analisi di uno dei tanti lati oscuri dell’uomo. Tra loro, citandone qualcuna a caso: “Void”, pezzo iperveloce che punta a terrorizzare; “Messiah Simplex”, marziale e prepotente nel contestare il controllo delle masse da parte dei leader religiosi e politici; “Trial By Liar”, massacrante ed “oltre la sfera del tuono” (“due entrano, uno esce” – cit. “Mad Max” 1985), con un finale Hardcore che ricorda i Suicidal Tendencies sparati a 78 giri. Ed ancora: “The God That Knows No Name”, sulla perdita della fede, inizialmente spettrale, poi lunga e strutturata, abrasivamente melodica e con un’orecchiabilità molto energica (peccato che sfumi, lasciando un senso d’incompletezza); “Kleptogenesis”, di nuovo dalla velocità massacrante, che denuncia il “furto” del futuro ai giovani da parte di una società sempre più sterile; ed “Endling”, affilata e rovente, spasmodica e selvatica ma anche carica di una qual certa sofferenza indomita che si avverte nel bridge melodico (però, accidenti, sfuma anche questa…).
https://youtu.be/dbqfEKcpr0A
Concludendo, con “Exsequiis” gli Harlott sfornano un Thrash ad alto impatto, ruvido e massacrante, maturo sia sotto il punto di vista delle musiche che delle liriche. La loro somma crea un’atmosfera cupa e pesante, negativa ma anche reazionaria, che da una parte opprime ma dall’altra porta a riflettere, avvicendando terremoti sonici a colate di lava incandescente che sembrano non lasciare scampo. Un minimo di luce comunque c’è, sparsa qua e là nelle varie melodie e nei refrain orecchiabili, testimonianza che non tutto è ancora perduto e che non è ancora venuto il tempo della resa. In definitiva è un buon album, nonostante contenga qualche esagerazione un po' ostica che ne riduce la scorrevolezza. Niente, comunque, che ne comprometta l’efficacia. Con esso gli Harlott passano a quel livello superiore ambito già nel 2020. Ora non ci resta che aspettare la loro evoluzione.
https://youtu.be/MgdX6aZAAjM?list=RDMgdX6aZAAjM