Copertina di Epitome of Carnage dei Fleshcrawl
Recensione Death · Album

Fleshcrawl Epitome of Carnage

di Giovanni Picchi 15 Agosto 2026 - 09:00
Band
Fleshcrawl
Tipologia
Album
Genere
Death
Nazione
Germania

Il nome Fleshcrawl non rappresenta affatto una novità per i deathsters adepti della vecchia scuola. Proveniente dalla Baviera e formatasi nel lontano 1988, la band ha affrontato un percorso costellato da numerosi cambi di line-up. L'odierna incarnazione vede l’unico membro originario e cofondatore, il batterista Bastian Herzog, affiancato al basso da Manu Markowski — solo superstite insieme a Bastian della formazione che ha inciso il penultimo disco nel 2019 — e alle chitarre dai nuovi arrivati Christian Kalbrecht e Apu Justin Reisch. Dietro al microfono, a raccogliere la pesante eredità del compianto Sven Gross, scomparso nel 2021 dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro, troviamo il neoentrato Borisz Sarafutgyinov. Nel corso di una carriera ultra-trentennale, il gruppo ha saputo conquistare una solida notorietà sia in patria che nel resto d’Europa, dando alla luce nove album in studio e condividendo i palchi con pesi massimi del calibro di Deicide, Cannibal Corpse, Sinister, Kataklysm, Six Feet Under, Bolt Thrower e Vader, solo per citarne alcuni.

Dal punto di vista stilistico, l'itinerario sonoro dei Fleshcrawl si configura come una vera e propria mappatura geografica dei santuari del death metal svedese e del corrispettivo "swedish-sound", tesa a fondere la violenza primordiale con una rigorosa disciplina esecutiva. Muovendo i primi passi nei primi anni ’90 attraverso le trame dense e soffocanti modellate dai Montezuma Studio di Stoccolma — dove prese vita l’ottimo esordio “Descend into the Absurd” (1992), un'opera epocale devota a un death-doom ancestrale vicino allo stile degli Incantation, del quale è prevista a breve una ristampa come per i tre dischi successivi —, è con il successivo “Impurity” (1994) che i bavaresi svoltano definitivamente. L'approdo presso gli Unisound Studio di Dan Swanö, sotto l'egida della Black Mark Production, affina il timbro di marca svedese, in particolare quello di sponda Stoccolma che caratterizzerà l’intera produzione della band con le uniche differenze dovute al sound, evolutosi in concomitanza dei passaggi presso gli altri studi del paese scandinavo.

La formazione ha infatti vissuto una metamorfosi cruciale sotto la guida di Peter Tägtgren presso gli Abyss Studios (ai tempi di “Bloodsoul” del 1996 e del successivo “Bloodred Massacre” del 1997), dove le chitarre hanno acquisito un taglio chirurgico e affilato. Dopo un temporaneo accostamento alle rifiniture più imponenti e levigate dello Studio Fredman di Fredrik Nordström — culla del death metal melodico di stampo Göteborg — all'inizio del nuovo millennio, coinciso con il cruciale ingresso nel roster della Metal Blade e registrando “As Blood Rains from the Sky... We Walk the Path of Endless Fire” (pubblicato nel 2000), il gruppo ha scelto consapevolmente di rigettare le sofisticazioni digitali. Per ritrovare una dimensione viscerale e priva di filtri, la band si è stabilita allo Studio Underground di Västerås, sfornando un trittico micidiale composto da “Soulskinner”, “Made of Flesh” e “Structures of Death” (quest’ultimo solo mixato in Svezia) tra il 2002 e il 2007, dischi fortemente ancorati a un'estetica primitiva e abrasiva ma con il difetto di una indomita staticità a livello di songwriting. Infine il controverso “Into the Catacombs of Flesh” (2019) ha poi sancito il ritorno sulle scene dopo dodici anni di silenzio: pur mantenendo intatta la devozione per i maestri Dismember ed Entombed, il lotto mostrava un impatto stilistico e un'impostazione vocale vicini alla quadratura marziale di band come i Vader, che con Bolt Thrower e Cannibal Corpse hanno sempre rappresentato delle influenze non marginali per i tedeschi. Questa evoluzione, che riverbera intatta nelle texture odierne, evidenzia la maturità di una formazione che non ha mai tradito la propria identità, schivando le mode commerciali per focalizzarsi su una resa acustica immediata, dove l'iconica saturazione del pedale HM-2 e la genuinità della vecchia scuola restano i pilastri inscindibili della loro longevità.

L’ultimo album e decima fatica in studio, “Epitome of Carnage”, pubblicato il 12 giugno, è stato registrato in Germania presso lo Scumlight Studio, autoprodotto e mixato dalla band stessa e dato alle stampe dalla neonata etichetta Distortion Music Group in sinergia con la Reigning Phoenix Music. In questo contesto, il nuovo lavoro dei rinnovati Fleshcrawl si posiziona come una perfetta sintesi tra le due anime storiche del combo tedesco. Se dal punto di vista strettamente acustico il disco rifiuta le nitidezze moderne per riallacciarsi direttamente all'oscurità polverosa dei vecchi Unisound Studio, nella struttura dei brani emerge un chiarissimo legame con l'era dello Studio Underground di metà anni duemila. Il lotto recupera infatti quel bilanciamento ideale tra violenza cieca, riffing cadenzato e rallentamenti carichi di groove rievocando album quali "Soulskinner" in primis ed in parte anche "Made of Flesh". I Nostri scelgono così una via fieramente anti-moderna, dove il mix rinuncia alle levigature digitali per privilegiare un impatto diretto, arricchito da quelle sfumature malinconiche che ridefiniscono la maturità del loro songwriting attuale, che risulta alla lunga più vario ed efficace.

Scorrendo la tracklist, composta da dodici pezzi per una durata complessiva di 47 minuti, la sensazione di trovarsi di fronte ad un assalto d'altri tempi trova immediata conferma fin dall'apertura affidata a "Blood Dominion". La traccia mette subito in chiaro le regole del gioco grazie a un riffing forsennato che sfocia in ponti rallentati e assoli geometrici di pregevole fattura, in questa prova decisamente più presenti e incisivi rispetto al passato. La successiva "Chapel of Guts" rallenta leggermente le dinamiche per puntare tutto su un incedere monolitico e memorabile, dimostrando come i due nuovi chitarristi abbiano assimilato alla perfezione la lezione del groove classico. Con l'altrettanto battagliera "Grave Messiah", rapida e quadrata, si mette in mostra la sezione ritmica guidata da Bastian Herzog, dove i pattern di doppia cassa si fondono con il growl gutturale, feroce e animalesco del neoentrato Borisz Sarafutgyinov; il cantante dimostra di saper reggere l'enorme peso dell'eredità di Sven Gross, offrendo una prestazione autorevole, profonda e perfettamente calibrata sulle metriche del pezzo. C’è spazio anche per i tempi medi ed ecco che “Embers of Wrath” si rivela un brano d'impatto, in cui le melodie sinistre ricamate dalle chitarre fungono da vera e propria colonna portante.

L’accoppiata centrale formata da “Committed to Suffer” e “Reign Forever” colpisce in modo diretto: la prima si lancia inizialmente in una folle corsa ritmica guidata da riff fulminei per poi assestarsi su un tempo marziale sorretto da una doppia cassa implacabile; la seconda risponde con un assalto frontale e senza sosta che unisce l'irruenza del thrash a un groove micidiale. Dopo il breve intermezzo acustico di “Chronicles of Bloodshed” si passa a “Rebuilt from Flesh”, episodio in cui i Fleshcrawl dimostrano una totale dimestichezza nel destreggiarsi tra stacchi netti e cambi di tempo repentini, impreziositi da un assolo che — mio malgrado — finisce per risultare leggermente penalizzato da un volume di mix troppo basso rispetto agli altri strumenti. Quasi in dissolvenza arriva “Orphan God”, traccia speculare alla precedente che fa della continuità sonora la sua arma vincente, forte di un ottimo break centrale carico di groove e tensione.

Il finale del disco si addentra in territori più cupi e solenni, a cominciare da "Path of Thorns". In questo frangente emerge con vigore il lavoro al basso di Manu Markowski: le sue linee di corda spesse e vibranti non si limitano a seguire la ritmica, ma creano una spina dorsale solida e fangosa che dona una grandiosa profondità al pezzo. Su questa base d'acciaio, i chitarristi scelgono di rallentare i battiti per erigere un muro sonoro sulfureo, dove riff ipnotici in tremolo picking aprono la strada ad un gusto melodico sinistro e a tratti malinconico, capace di arricchire la composizione senza smussarne gli angoli più duri. Dopo la successiva "Heralds of Death", anch’essa caratterizzata da un efficace contrasto tra rallentamenti e accelerazioni serrate, l'atto finale viene affidato alla maestosa "Of Fire and Flesh": quest'ultima traccia suggella l'album combinando stacchi cadenzati da manuale e improvvise fiammate di pura violenza svedese che fa emergere in particolare l'operato di Herzog, in cui si evidenzia una netta maturazione tecnica rispetto al passato, arricchendo la struttura dei brani con fill di batteria fluidi e dinamici, capaci di scandire con precisione i cambi di tempo e regalando una varietà dinamica che mette definitivamente in cassaforte l'ottima riuscita del lotto.

In conclusione, "Epitome of Carnage" si rivela un capitolo solido ma profondamente tradizionalista, che preferisce la via della totale fedeltà stilistica a quella dell'innovazione. Il vero fiore all'occhiello del disco è l'inserimento al microfono di Borisz Sarafutgyinov, autore di una prova vocale autorevole, feroce e mai fuori fuoco. Nonostante i profondi scossoni all'interno della line-up, i membri della band dimostrano un affiatamento invidiabile, muovendosi come un blocco unico e coeso tra riff taglienti e precise mazzate ritmiche. Sebbene l'album non inventi nulla di nuovo e tenda, a tratti, a far somigliare i brani l'uno all'altro, l'onestà di fondo e la compattezza esecutiva ne fanno un ascolto caldamente raccomandato per ogni purista del genere. Un ritorno che non sposta gli equilibri della storia, ma che ribadisce con orgoglio la longevità di una delle istituzioni del death metal europeo.

https://www.youtube.com/watch?v=NPiF73Z_NYI

https://www.youtube.com/watch?v=mYSaRVAL4mc

Carico il prossimo articolo