La storia dei danesi Dysgnostic inizia con un cambio di monicker avvenuto nel 2021: infatti il nucleo originario della band, formata dal bassista, cantante e compositore Thomas Fischer (Elitist, Apparatus), dal chitarrista solista Simon Klen Kannegard (Denial of God) e dal batterista e secondo chitarrista Richard Olsen (Carbon Tomb), fino ad allora conosciuta col nome Defilementory, era attivo fin dal 2008 e nell’arco dei 13 anni di attività aveva pubblicato un EP, un demo e un full-lenght che spaziavano inizialmente tra un brutal death metal diretto e senza compromessi (l’EP d'esordio “Gory Defilement” del 2010) ad un death metal tecnico, atonale e dai riff imprevedibili e compatti riscontrabili nel full-lenght “The Dismal Ascension” del 2018. Quest’album segnò un discrimine nella carriera musicale della band in quanto era certamente ascrivibile tra i canoni del death metal tecnico ma caratterizzato da sonorità fangose e dilatate, atmosfere oscure accentuate da inaspettati cambi di ritmo e da groove soffocanti e dissonanti che lasciavano già intravedere quelli che sarebbero stati gli sviluppi successivi della band e che l’avrebbero portata a cambiare nome.
Da qui l’esordio come Dysgnostic con “Scar Echoes” del 2022, album chiaramente di stile “disso-death”, sottogenere che ha visto band come Gorguts, Immolation e Demilich prima e Ulcerate poi dare forma ai canoni stilistici che sarebbero stati ripresi successivamente da altri gruppi più o meno affermati ma tutti con le loro caratteristiche e peculiarità come Artificial Brain, Pyrrhon, Devenial Verdict, Portal, Nespithe e a band italiche quali Sonum e Patristic. Dopo quattro anni la band torna in pista con il secondo full-lenght (terzo se consideriamo “The Dismal Ascension”) e dimostra di aver raggiunto una notevole maturità nella padronanza tecnica degli strumenti e anche a livello compositivo. Inoltre ai tre membri originali si è aggiunto anche un quarto elemento, il chitarrista nonché polistrumentista Mads Bertram H. Gath (Heaven’s Damnation, Crocell).
“End Whispers”, anch’esso come il precedente pubblicato dall’onnipresente Transcending Obscurity Records, rappresenta un esempio cristallino di death metal dissonante, estremamente atmosferico e sentitamente personale, ma anche tecnicamente valido e perdutamente opprimente. Le nove canzoni che compongono l’album, della durata di circa 42 minuti, si attestano tra i tre e i cinque minuti l’una (solo una canzone supera i sei minuti) e rende il lavoro più accessibile rispetto a tante uscite del genere, sovente caratterizzate da dilatate sezioni strumentali che allungano di molto le canzoni. Nell’insieme si presenta stratificato tra momenti oscuri e sommessi, suoni ipnotici e una brutalità controllata, in cui i riff sghembi, il growl profondo o in screaming e il caratteristico procedere antimelodico ne esaltano gli eccessi atonali e la “bruttezza” compositiva (in senso positivo): dopotutto si tratta di musica dissonante, devotamente incentrata sull’emotività e sulle atmosfere surreali e claustrofobiche piuttosto che sulle strutture simmetriche prevedibili ed orecchiabili, dove anche la produzione volutamente pastosa e sporca ne conferisce le proprie eccentriche peculiarità. Per fare un paragone con la letteratura, questi eccessi compositivi possono essere la traslitterazione in musica delle “buone cose di pessimo gusto”, espressione che riassumeva la poetica antiestetica di Guido Gozzano e dei poeti crepuscolari e che calza a pennello anche per la musica dei Dysgnostic e per il dissonant-death metal in generale.
L’opener “The Last Refrain”, così come la title-track e “Feast of Emptiness”, sono pezzi che partono veloci e brutali, le chitarre sono perfettamente in simbiosi e i suoni sono ipnotici e carichi di tensione. La batteria e il basso sono sempre in fermento impegnati in continui cambi di ritmo: l’insieme è così estraniante che sembra di essere sommersi dalle acque dell’oceano in tempesta e senza appigli a cui aggrapparsi, completamente trasportati dalla furia degli elementi. Sono proprio i contrasti tra le chitarre ad emergere, con le loro linee melodiche divergenti e cariche di micro-variazioni in un’incessante progressione di dissonanze distribuite nelle varie partiture e che proseguono in maniera lineare dall’inizio alla fine del disco. L’uso del tremolo picking plasma atmosfere black metal come in “The Black Sun” in cui si percepiscono invece dei riff suonati all’unisono dalle chitarre e sovente ripetuti, soluzioni più immediate che si intravedono anche nella lunga e cadenzata “Ignis Fatuus” o in “Orphaned and Abandoned”, dove anche gli arpeggi, gli intervalli sgraziati e tinteggiati di nero, gli assoli, le improvvise accelerazioni e le accordature ribassate delle chitarre contribuiscono a creare un’atmosfera deprimente ed intensamente struggente, in coerenza con i testi che dipingono scenari oscuri legati alla mente umana.
Proprio i cambi di tempo continui ed improvvisi e i suoni divergenti delle chitarre sono la caratteristica principale dell’album ed in composizioni quali “Into Salvation’s Night” e “The Shattered Timekeeper” sono persistenti e spiazzanti, impreziositi nella prima da diradati effetti corali eseguiti dallo stesso Thomas Fischer e dagli assoli di Kannegard, molto incisivo in tutte le parti soliste dell’album, distribuite diligentemente in maniera parca e misurata. La conclusiva “Glimpses of a Lost Horizon” riprende l’arpeggio iniziale dell’album ma lo trasforma in riff alla maniera del jazz modale per poi avanzare ritmicamente tra accelerazioni, growl urlato e inaspettato assolo di sassofono nella parte finale, preludio all’ultima spasmodica accelerazione che non fa altro che aggiungere un ulteriore braccio ai labirinti sonori di quest’album. Ogni composizione, è bene dirlo, è un mondo a sé che si svela lentamente, anche se nemmeno dopo ripetuti ascolti non si riesce a prendere confidenza piena con questo "End Whispers".
Il ritorno dei Dysgnostic rappresenta un ulteriore tassello nello sviluppo del genere che sta assumendo contorni sempre più avanguardistici e sperimentali, ulteriormente impreziosito dalle varie raffinatezze tecniche sparse qua e là nel platter e che si arricchisce di influenze vagamente melodiche grazie all’uso di alcuni riff più distinguibili. Un disco naturalmente non per tutti ma che troverà numerosi proseliti tra coloro che apprezzano band come gli Ulcerate e amano scoprire ascolto dopo ascolto le tante sfumature che si percepiscono tra i solchi dei dischi più impegnativi.
https://www.youtube.com/watch?v=2C4USEits2U