
Fieri della loro identità norrea, i norvegesi Uburen tagliano il traguardo del quinto full-length in carriera con "Døsdans i aske". Black metal, di questo si tratta ma nella declinazione viking, come loro stessi non smettono mai di puntualizzare.
Viking black metal che, di fatto, rappresenta una versione più cruda, aggressiva e atmosferica del genere madre. E questo, ovviamente, per infondere nella musica i testi inneggianti all'eroico popolo scandinavo e alle sua gesta, rimaste scolpite nella pietra per tutti i secoli a venire. Bior Kjetilson e i suoi due compagni d'arme riescono in quest'impresa per nulla elementare grazie a un approccio totalmente dedicato a loro: i Vichinghi. Padroni dei mari europei tra la fine del 700 e l'inizio del 1000 d.C., nella cosiddetta Età Vichinga.
Ecco che allora l'aggressività di cui sopra si sviluppa attraverso un sound scarno ma allo stesso modo intrigante, assai brutale in certi momenti, ovvero quando il nuovo batterista Wrage Steinarson scatena la furia devastatrice dei suoi blast-beats. Intrigante perché? Perché a dispetto di un'apparenza in cui la musica è dedita alla sola cattiveria sonora nell'album, a parere di chi scrive un po' troppo breve - solo pochi minuti dopo la mezz'ora - , sono conficcate parecchie emozioni, parecchi sentimenti. Senso di appartenenza, orgoglio di essere discendenti di uomini così coraggiosi, amore per il proprio passato e, ultimo ma non ultimo, un sottile senso di malinconia che attraversa tutto il disco da "I Seek Death" a "Light My Pyre".
Il riffing di Ask Kjetilson, eseguito perennemente o quasi con la tecnica del tremolo picking, contribuisce fattivamente a questa sensazione di tristezza; formando una fitta rete di accordi che penetrano profondamente nell'anima di chi ascolta. Dando così vita a quei singulti che visualizzano, nell'immaginario collettivo dei fan, quel mondo scomparso in cui si viveva una vita sì difficile, che certamente conglobava ben poche gioie ma che, al contrario, rendeva liberi di volare, come un gabbiano, sugli spruzzi delle onde del mare.
Tutto quanto sopra fa parte ormai della Storia e oggi non c'è più spazio né per l'avventura, né per l'eroismo, né per la tenacia nel non naufragare fra i flutti degli oceani in tempesta. Gli Uburen, con le loro canzoni, riescono al contrario a dare perlomeno un'idea di come fossero le cose nella su citata età; aiutandosi con poderosi anthem presumibilmente urlati prima di un combattimento o di una partenza per terre sconosciute ("Blod og bein"). Kjetilson si può immaginare come il condottiero di quelle genti, grazie alle sue linee vocali che non lasciano indifferenti. Esse, apparentemente, non paiono discostarsi di molto dai soliti screaming; tuttavia le sue aspre, monotòne, sanguinolente harsh vocals riescono a infondere come poche quel senso di antico, si potrebbe azzardare come di ancestrale.
Nel mezzo c'è anche un po' di melodia, soprattutto in "Vettenes dødsdans", che però si dirige verso dei toni cupi, a tratti persino oscuri. Una presenza che comunque è ben calata nel contesto generale, dimostrando la buona capacità di scrittura da parte della compagine proveniente da Sandnes (Rogaland). Sia per la messa a giorno di uno stile, magari non originale, che in ogni caso ha la sua riconoscibilità in mezzo alle lande del metal estremo. Sia per la creazione di song ben armonizzate fra loro e che, nell'insieme, mostrano una varietà più che sufficiente per essere memorizzate senza fatica.
Un plauso agli Uburen, quindi, per la loro fedeltà alle tradizioni del proprio Paese di origine, trasformate in un'opera che, nondimeno, fa parte e farà sempre parte dell'underground. Inteso quest'ultimo nell'accezione più positiva del termine, giacché "Døsdans i aske" si mostra sempre e comunque denso di concetti come orgoglio, onore e coraggio.
Daniele "dani66" D'Adamo
https://youtu.be/5IN2kozZtok?list=OLAK5uy_nn70s5XPHhBZL0xX9G55m4Llftkjzmmag