Arrivati al terzo capitolo della loro storia dopo "Point Break" e "ReHydration", gli Hydra proseguono con la collaborazione tra il songwriter Henrik Hedström e il batterista-produttore Daniel Flores. Con Andi Kravljaca a voce e chitarre e Johnny Trobro al basso, il gruppo costruisce il solito album di melodic rock attraversato da tastiere atmosferiche, chitarre pulite e ritornelli dalla forma molto precisa. Undici brani per 58 minuti: una durata importante, che permette al disco di sviluppare la propria personalità ma finisce anche per metterne in risalto tutti i limiti.
L’apertura affidata a “This Time” è indicativa del metodo degli Hydra. Il brano non punta sull’impatto immediato di un riff aggressivo, bensì su un crescendo controllato, nel quale le tastiere preparano l’ingresso della voce e il ritornello arriva come naturale punto di approdo. È una scrittura ordinata, attenta alle proporzioni e alla pulizia del dettaglio. “Fooled By Love Again” e “Labyrinth Of Love” insistono sulla componente più luminosa dell’album, con melodie accessibili e arrangiamenti che guardano tanto all’AOR quanto a una certa tradizione pop-rock scandinava.
Il lavoro delle tastiere rappresenta uno degli elementi più riconoscibili del disco. Henrik Hedström non le utilizza soltanto per riempire gli spazi lasciati dalle chitarre, ma per definire l’atmosfera dei brani, spesso con interventi che ammorbidiscono la struttura e ne ampliano la dimensione emotiva. In “Hiding In Plain Sight” e “A Million Miles” questa scelta funziona bene: le canzoni acquistano profondità senza perdere leggibilità, anche se il loro sviluppo rimane piuttosto prevedibile.
La voce di Andi Kravljaca è probabilmente l’aspetto più divisivo di DeHydration. Il cantante possiede un timbro pulito e una buona capacità di muoversi dentro linee melodiche elaborate, ma la sua interpretazione tende a mantenere una distanza costante dal materiale. Nei passaggi più raccolti questa impostazione conferisce eleganza; nei ritornelli più ampi, invece, manca talvolta quella spinta capace di trasformare una melodia ben scritta in un momento davvero memorabile.
Quando il gruppo aumenta leggermente la pressione, i risultati sono convincenti. “Bringing On The Thunder” introduce maggiore movimento e una scansione più energica, senza abbandonare la cura melodica che domina il resto del disco. È uno dei brani in cui la band sembra liberarsi, almeno in parte, dalla necessità di mantenere tutto sotto controllo. Non diventa un episodio aggressivo in senso stretto, ma possiede un dinamismo che aiuta a interrompere la relativa uniformità della scaletta.
La parte più riuscita arriva probabilmente con “Somebody To Love”, “Depending On A Miracle” e “The Winner”. La prima si affida a un ritornello diretto, sostenuto da un arrangiamento ampio ma non sovraccarico; la seconda trova un buon equilibrio tra malinconia e immediatezza. “The Winner”, invece, chiude il disco con una melodia facilmente assimilabile e una costruzione che valorizza il lato più classico degli Hydra. Sono brani che spiegano meglio di altri la bontà del progetto: non tanto la ricerca dell’effetto sorprendente, quanto la capacità di organizzare voce, tastiere e chitarre intorno a un’idea melodica chiara.
Non tutto mantiene lo stesso livello. “Halfway To Nowhere” e “Don’t Tell Me It’s Too Late” rispettano gli standard produttivi dell’album, ma sembrano meno definiti sul piano del carattere. Dopo diversi ascolti, alcune soluzioni ritmiche e armoniche iniziano a somigliarsi, e la successione dei brani avrebbe forse guadagnato da una maggiore alternanza tra episodi raccolti, passaggi più incisivi e momenti realmente spogli. La qualità esecutiva non viene mai meno, ma la precisione degli arrangiamenti non sempre coincide con una pari forza espressiva.
Il merito degli Hydra sta comunque nel non confondere la raffinatezza con l’eccesso di decorazione. DeHydration è un album composto con attenzione, suonato da musicisti preparati e prodotto in modo trasparente. Il suo punto debole non è la mancanza di idee, bensì la tendenza a presentarne molte attraverso una grammatica troppo simile. Strofe misurate, aperture progressive, tastiere in funzione atmosferica e ritornelli progettati per essere ricordati. Il rischio di annioarsi un po', talvolta incombe.
DeHydration offre quindi un melodic rock elegante e affidabile, con almeno tre o quattro brani capaci di lasciare il segno e una seconda metà meno incisiva. Gli Hydra convincono quando mettono la melodia davanti alla formula, mentre risultano più ordinari quando replicano strutture già ascoltate nel corso dell’album.
Un lavoro positivo, ma non impeccabile: la sua cura formale è evidente, la sua personalità emerge a tratti e la selezione dei brani avrebbe potuto essere più severa.
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