Copertina di Curse Of The Beast dei Ruthless
Recensione Power · Album

Ruthless Curse Of The Beast

di Manuel Gregorin 12 Settembre 2026 - 11:00
Band
Ruthless
Tipologia
Album
Etichetta
Fireflash Records
Genere
Power
Nazione
Stati Uniti

Pur potendoli inserire tra i nomi storici, i californiani Ruthless sostanzialmente non sono mai usciti dall’underground. Si tratta di una di quelle formazioni destinate a raggiungere le orecchie di pochi, ma capaci comunque di piazzare un gioiellino di heavy/power statunitense come “Discipline of Steel”, roba che potrebbe facilmente entrare nella top ten assoluta di quelli che lo possiedono.
La band si forma a Los Angeles nei primi anni 80 per iniziativa del cantante Sammy DeJohn e del chitarrista Kenny McGee, realizzando tra l'84 e l'86 l’EP “Metal Without Mercy” ed il già citato “Discipline of Steel”, riscontrando subito i pareri favorevoli di pubblico e critica. Purtroppo, senza la spinta di un’etichetta di rilievo, per i cinque defender californiani è stato fin da subito arduo riuscire ad emergere nella scena musicale degli anni 80, dove si doveva competere con singoli hair metal che volavano sulle ali di MTV e dischi thrash destinati a diventare delle pietre miliari del genere stesso.
Così, nel 1990, i Ruthless si sciolgono, ed il loro nome pareva inesorabilmente destinato a finir dimenticato dentro uno di quei cassetti del tempo che non apre mai nessuno. Ma il mondo dell’underground, si sa, è un posto strano, dove può capitare di non venir cagati da nessuno quando si è in vita e magari iniziare a destare l'interesse del pubblico dopo aver chiuso bottega. Ed è proprio questo che è successo alla formazione californiana, che durante i suoi anni di stop ha scoperto di essere diventata una cult band per molti appassionati. Così, sull’onda di questa rinata attenzione nei loro confronti, nel 2008 DeJohn e McGee riformano i Ruthless nella speranza di potersi giocare una seconda occasione.

Arriviamo al 2026: a due anni dal precedente “The Fallen”, i Ruthless presentano il nuovo “The Curse of the Beast”, con un titolo ed un artwork che sembrano usciti direttamente dalla locandina di un horror anni '70/'80.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E così, alla stregua del licantropo raffigurato in copertina, quel vecchio lupo borchiato di Sammy DeJohn (rimasto l’unico membro originario dopo l’uscita di McGee nel 2016), anche se ormai privo della lunga chioma degli esordi, ha ancora voglia di dare qualche morso con la sua creatura.
Rispetto ai lavori precedenti, pur restando ancorato ad uno stile classico, “Curse Of Beast” evidenzia un suono potente e moderno. Merito della produzione realizzata da Ronald Sandoval, già all'opera sul disco solista di Kerry King (non serve spiegare chi sia, vero?).

Brani come la title track o “Blood Coalition” si muovono per prendere a randellare l’ascoltatore, complici le chitarre che bombardano senza sosta sfornando riff schiacciasassi.
Non c'è dubbio che i Ruthless hanno il loro punto di forza nel realizzare idee sintetiche, evitando di sovraccaricare la struttura dei pezzi con inutili ritocchi. Le canzoni sono essenziali e dirette, costruite su di un guitar working solido e robusto. “Berserker” ci scaglia contro tutta la sua forza bruta, mentre per "Killed by Fate” si punta sulla velocità, imbastendo una composizione diretta e distruttiva.

Il chitarrista Glen Alan Paul si dimostra abile nell'unire riff pesanti, passaggi rapidi e parti cadenzate, unite ad una notevole tecnica in fase di assoli. L'ugola grezza di DeJohn resta comunque il marchio di fabbrica della band. La sua voce, magari non pulitissima, ha però quell'attitudine sporca che ci vuole in questo contesto.

“On Sands of Hell” sfodera certe bordate in bilico tra heavy, speed e thrash metal. Le chitarre sono affilatissime e trovano di che sbizzarirsi sciorinando riff ed assoli con grande precisione.
“Suffocating Fear” è un maestoso US power che parte con un piglio aggressivo, costruito su chitarre pesanti e un groove granitico dal forte impatto.

Il lavoro di produzione realizzato da Sandoval esalta l'anima US power/heavy tipica della band, spingendo in avanti riff corposi e una ritmica dal passo marziale. Pur sfoggiando un impronta moderna, il suono rimane fedele ad un mood vecchia maniera, seguendo con rigore le regole della scuola americana.
Basso e batteria dettano la linea di “Hallowed Ground”, una marcia cadenzata interrotta da improvvise raffiche di chitarra. Un pezzo dalla forte identità doom che si evolve avvolto in un'aura crepuscolare.
Per chiudere in bellezza, ecco che ci viene messa sul piatto la cover di “Metal Gods” dei Judas Priest, che per quanto faccia sempre piacere ascoltarla, non possiamo certo dire che rappresenti una trovata di particolare fantasia.

Con "The Curse of the Beast" i Ruthless hanno confezionato un album solido e squadrato, un heavy/power di sicuro impatto e in perfetta sintonia con la loro storia. Soffre però dello stesso problema che affligge molte formazioni tornate in pista dopo anni di inattività: per quanto ben suonati e sostenuti da produzioni moderne, i nuovi lavori non riescono a recuperare del tutto il groove di una volta.
Nessuno pretende i livelli dei bei tempi andati, certo, ma nel caso dei Ruthless lo scioglimento ha creato un silenzio discografico di quasi trent'anni, un vuoto importante nella loro discografia. Un divario di alcuni decenni che ha un po' raffreddato il motore compositivo della band, lasciando un evidente stacco tra le prime registrazioni e quelle più recenti. E non è un caso che proprio la traccia che si distingue dalle altre, ”Sign of the Cross”, si riveli essere una ri-registrazione di un brano originariamente presente su “Discipline of Steel”.
I Ruthless del 2026 si presentano con un lavoro che sarà accolto volentieri da chi è già da tempo un estimatore della band, ma che difficilmente gliene farà guadagnare dei nuovi. Ma probabilmente a Sammy DeJohn, in fondo, questo non è mai interessato. Gli è bastato riaccendere gli amplificatori e ritrovare i vecchi fan. E rivedere i vecchi amici fa sempre piacere.


Carico il prossimo articolo