Copertina di Fervor dei Cold Night For Alligators
Recensione Djent · Album

Cold Night For Alligators Fervor

di Alessandro Marrone 9 Novembre 2018 - 10:00
Tipologia
Album
Genere
Djent
Nazione
Danimarca

La recente corrente Djent ha portato qualcosa di nuovo, su questo non c’è dubbio. Dove respira la sperimentazione soffia sempre un vento di cambiamenti, evoluzione e come nel caso di questo genere che ha ormai accolto numerose band tra i suoi portabandiera, si arriva al punto che alcuni sentano l’irrefrenabile necessità di spingersi ancora oltre. In alcuni casi si tende a caricare troppi ingredienti in un unico contenitore con l’ovvio risultato che si possa suonare di certo “diversi dagli altri”, ma non per questo migliori. I danesi Cold Night For Alligators, all’infuori del nome perfettamente in linea con i dettami contemporanei ai quali piace tanto abbreviare con le sole iniziali, sono attivi da ormai 8 anni e danno oggi alla luce il secondo disco, il quale si sistema come successore dell’esordio del 2016 di Course Of Events e si pone come perfetta risposta del discorso intrapreso in apertura di recensione. Si può ancora inventare qualcosa di nuovo, quando tutti i sentieri sembrano essere ormai già percorsi? E soprattutto, quanto è rischioso oltrepassare quel sottile confine che delimita un sound omogeneo, con un’offerta ricca di un più ampio registro sonoro?

Un album è un capitolo fondamentale della vita di ogni band e non solo perché influenza le vite e l’eventuale successo del gruppo stesso e quindi di tutto ciò che gli ruota attorno, ma perché è in grado di cambiare – a modo suo – anche la vita degli ascoltatori, esattamente come nei casi in cui si trova conforto in particolari canzoni. È un passo importante non solo a livello economico e commerciale, ma anche emotivo e Fervor intende essere il passo giusto per il quintetto danese, promettendo di portare qualcosa di nuovo in un ambiente (quello del djent) nel quale è facile suonare pesanti e soprattutto diversi rispetto al solito, ma dove è già più arduo dare quel tocco di unicità a strutture così libere da vincoli che spesso appaiono quasi incatenate a se stesse. Il trittico iniziale del disco ha la caratteristica di attaccare l’ascoltatore con una ruvidità e cattiveria che non conoscono mezze misure, prima di dar modo di apprezzare aperture melodiche e stacchi dalle spiccate tinte progressive. Autentiche protagoniste dell’intero disco, seppur differenti tra loro condividono la capacità di entrarti in testa sin dal primo ascolto, con la opener Violent Design e Canaille a risultare ancora più convincenti dell’altrettanto ottima Drowning Light. Si percepisce subito che la direzione intrapresa dai CNFA è una valida alternativa al “djent più conservatore” (l’ho detto davvero?), unendo parti dirette e melodiche a schemi più pesanti, senza però mancare di inventiva, aspetto che si ritrova anche nella più strutturata Black Swan o nella sorprendente Nocturnal.

A metà disco tocca alla breve intro Entangled dare il via a uno degli episodi migliori: Get Rid Of The Walls è più meditata, non ha fretta e mostra un altro lato di una band che appare già padrona di un songwriting maturo, per sfociare in un ritornello incredibilmente orecchiabile e che continua ad aprirsi sopra un tappeto di note sapientemente cucito dagli strumentisti. A questo punto possiamo già cominciare a tirare le somme ed essere felici per aver incontrato questo album sulla nostra strada, ma i danesi ci riservano ancora qualche sorpresa, grazie alle successive Wilderness, Soulless City (introdotta dall’intermezzo The Proposition) e Coloured Bones, che suonano dirette, a tratti malinconiche ma con quella costante voglia di perseverare e non arrendersi mai. A chiudere il secondo album dei CNFA ci pensa la calma di Infatuated, una conclusione che strizza d’occhio a sonorità ambient e che ci consente di riflettere su quanto abbiamo ascoltato, tenendo ancora nelle orecchie quel sound alternativo che Fervor è stato in grado di forgiare. La forza del gruppo al servizio di un obiettivo comune, una release ricca di frustate elettriche, un gran lavoro della sezione ritmica e soprattutto delle chitarre che guidano letteralmente le splendide melodie del vocalist J.J. Pedersen, in grado di variare mood con una facilità disarmante.

Quando si ha a che fare con la Long Branch Records è un po’ come entrare nella propria cella dei vini e dirigersi subito verso l’angolo delle bottiglie d’annata. A prescindere dalle sfumature che ci saranno offerte, possiamo star sicuri che non avremo in mano soltanto qualcosa di valido, ma di innovativo e di sicura ispirazione. Spesso ci troviamo ad ascoltare un disco con delle aspettative, spesso veniamo delusi ed in altri casi restiamo felicemente sorpresi. Con Fervor si va oltre queste semplici classificazioni o reazioni, perché il gruppo danese ha deciso di non impiegare la tecnica per ottenere un disco tecnico fine a se stesso, ma per concentrare in 12 tracce tutta una serie di cambi e sottogeneri (a volte più distanti tra loro di quel che pensassimo) per regalarci tre quarti d’ora di abbondanza sonora in grado di unire aggressivo metal, spesse e profonde sonorità djent, melodia incredibilmente orecchiabile e sprazzi di contaminazioni che vanno dal progressive al funk, esaltati da una produzione e una pulizia sonora di prim’ordine. Se cercate qualcosa di nuovo, qualcosa di camaleontico ma compatto dall’inizio alla fine e soprattutto se cercate qualcosa di valido, fatelo vostro. Io vi ho avvisato.

Brani chiave: Violent Design / Canaille / Get Rid Of The Walls

Carico il prossimo articolo