A due anni esatti dall’ottimo “Theories Of Emptiness”, tornano i maestri svedesi del power progressive più profondo e cerebrale: “Architects Of A New Weave” è il quindicesimo album degli instancabili Evergrey, i quali, da veri e propri stakanovisti della produzione musicale, ridendo e scherzando con questa uscita inanellano il quinto disco in sette anni. Certamente molto produttivi, è vero, ma dalla loro hanno il merito di non aver mai sacrificato la qualità in favore della quantità, in quanto – senza contare il passato – da “The Atlantic” in poi non hanno praticamente sbagliato nulla. Si potrebbe parlare di routine consolidata, di meccanismi ben oliati, eppure non è affatto così, poiché i cambiamenti che il gruppo ha vissuto sono stati numerosi. Oltre al “semplice” cambio di etichetta di qualche anno fa, va menzionata l’uscita ormai definitiva di due membri storici come il chitarrista Henrik Danhage (non più sufficientemente motivato a continuare) e il batterista e produttore aggiunto Jonas Ekdahl, più attratto dal lavoro dietro la console che dalla vita on the road. Sostituiti rispettivamente da Stephen Platt (Scar Symmetry, Devin Townsend, Collibus) e Simen Sandnes (Temic), i due hanno indirettamente modificato anche gli equilibri interni della band: il batterista uscente, infatti, era anche una sorta di produttore aggiunto e, in sua assenza, il mastermind Tom Englund ha scelto di farsi affiancare da Vikram Shankar (qui anche in veste di co-autore di molti pezzi, cosa importante nell’economia dell’album), tastierista dei Within Temptation, suo socio nella creazione di colonne sonore per videogiochi, cofondatore assieme a lui del progetto Silent Skies nonché compagno di band nei Redemption. La partenza del chitarrista, invece, ha obbligato lo stesso Tom Englund e il bassista Johan Niemann a prendersi in carico l’esecuzione di tutte le parti di chitarra solista dell’album, poiché il nuovo Stephen Platt non era ancora pienamente operativo al momento delle registrazioni. Il mixaggio è invece nuovamente a cura di Adam "Nolly" Getgood, i cui servigi erano stati sfruttati anche nel precedente “Theories Of Emptiness”, per un suono sempre moderno e decisamente “grosso”.
Tutte queste novità non potevano che impattare sul contenuto dell’album: prima di entrare nel dettaglio dei pezzi, appare subito percepibile un mood nuovo che traspare dalle composizioni: se prima il fil rouge nei brani della band era un’introspezione spesso disincantata, se non proprio negativa, supportata da suoni imponenti, scuri, decadenti e drammatici, questa volta la sensazione è che non tutto sia così grigio, c’è una sorta di bagliore, nemmeno troppo velato, in lontananza. “Uplifting” è uno degli aggettivi più letti in giro all’uscita di un singolo come “Leaving The Emptiness”, che già con il titolo esprime concetti nuovi, per un pezzo che non è sbagliato definire solare. E’ proprio questa la “nuova trama” di cui forse gli stessi Evergrey sono gli architetti?
La vena positiva del disco chiaramente si traduce in una maggiore accessibilità e immediatezza delle canzoni, caratterizzate, altro elemento importante, da una scrittura che, alle orecchie di chi scrive, sembra svilupparsi attorno a voce e base ritmica: chissà se in futuro la presenza di Stephen Platt porterà ad uno spostamento del baricentro compositivo e c’è curiosità nel capire come si inserirà la sua chitarra nel songwriting, considerato che si tratta di un musicista che sembra molto più moderno nello stile rispetto a chi lo ha preceduto.
Al di là del cambiamento di registro, “Architects Of A New Weave” resta in ogni caso un lavoro 100% Evergrey: è un metal suonato in modo moderno, scevro da svarioni alternative ma dal flavour assolutamente attuale. L’inizio è vigoroso, con “Shadow Self” e la (quasi!) title-track abbastanza allineate con le vibes dell’album precedente e con la centralità dei rispettivi refrain. E’ con il singolo “The World Is On Fire” che la linea vocale viene fuori prepotentemente e costruisce tutta la struttura del pezzo. Come al solito, Tom Englund giganteggia e l’ascoltatore finisce inevitabilmente per focalizzare l’attenzione sul cantato, mai così accorato. Solo nel breve break finale c’è spazio maggiore per una ritmica più importante. Discorso simile per la successiva “Heaven” ed è qui che sia nel testo automotivante che nell’intensità della parte musicale inizia davvero a palesarsi questo nuovo ottimismo di casa Evergrey. Dopo una ragionata “The Script”, dove ha modo di mettersi in mostra anche Rikard Zander (sempre presente, ma è quel tipo di tastierista che non cerca la ribalta con tecnicismi evidenti ma si mette al servizio della band e dei pezzi), è il momento del pezzo che forse risalta di più in tutto l’album, “Leaving The Emptiness”, indubbiamente il brano più anomalo, considerato il repertorio della band: dalla primissima nota è un crescendo di sensazioni luminose, supportate dal testo e cori che non possono non definirsi ispirazionali. “…ci stiamo lasciando la solitudine alle spalle, stiamo spezzando queste catene…”, musica e parole portano una ventata di speranza e ottimismo nel solitamente oscuro mondo degli Evergrey. E lo stesso potrebbe dirsi per la successiva “Longing”, salvo che in questo caso il pezzo è un mid-tempo, forse uno dei pezzi più rotondi e melodici di questa uscita. Anche questa volta c’è un ospite di lusso: dopo Jonas Renkse dei Katatonia presente nell’album precedente, su “A Burning Flame” è Mikael Stanne ad affiancare il Tom Englund. Ma, coerentemente con il mood del disco, non si sfrutta il suo growl, bensì il suo cantato pulito, quello sentito recentemente con i Cemetery Gates, per un brano dai connotati quasi epici. Piace l’attacco così “atletico” di “Chains Of Shame”, pezzo decisamente vigoroso, prima della chiusura con “The Prophecy” che alterna un chorus anthemico a strofe più riflessive.
Una carriera che inizia ad essere importante quella degli Evergrey, in termini di durata e di ricchezza di contenuti: il passare degli anni e i cambiamenti affrontati certamente sembra che stiano dando il loro contributo allo stile della band, capace di evolversi pur restando fedele ai suoi storici elementi di tecnica, melodia e ricerca artistica. Questa volta, l’evoluzione è sensibilmente più marcata rispetto al passato, viene proposto il lato più radioso della band (mai sperimentato prima) e il tentativo, dopo un primo momento di spaesamento, è assolutamente riuscito. Tanti anni sulle spalle e una parabola artistica che non sembra intenzionata a rallentare.
Vittorio Cafiero