Copertina di A Myhtmaker's Demise dei Lalu
Recensione Progressive · Album

Lalu A Myhtmaker's Demise

di Roberto Gelmi 31 Luglio 2026 - 12:00
Band
Lalu
Tipologia
Album
Etichetta
Frontiers Records
Genere
Progressive
Nazione
Francia

Vivien Lalu non sbaglia un colpo, ogni nuova uscita del suo progetto musicale è una notizia che crea istantaneamente un senso di entusiasmo nei suoi fan. Per festeggiare i vent’anni dei LALU il suo quinto studio album, A Mythmaker’s Demise, si rivela l’ennesimo centro e se scorriamo la line-up coinvolta possiamo farci subito un’idea del livello messo in campo. Al microfono non c’è Damian Wilson (ex-Threshold, Ayreon), ma ritorna Martin LeMar (Nachtgeschrei, Mekong Delta); confermato Joop Wolters agli strumenti a corde, mentre alla batteria c’è niente meno che Simon Phillips (ex-Toto, Derek Sherinian, DarWin) già ospite in Paint the Sky. Come non bastasse non mancano alcuni assoli stellari di Jens Johansson (Stratovarius), conoscenza di vecchia data del tastierista francese, scusate se è poco.

Il titolo dell’album e l’artwork concettuale di Mattias Norén vogliono evidenziare la tematica di fondo delle canzoni in tracklist, ossia l’immaginazione umana messa sotto assedio dall’artificiale che pervade il mondo contemporaneo e il tentativo delle invenzioni letterarie (e artistiche in senso lato) di trovare scampo in una metaforica fuga oltre la pagina scritta e la mente del loro creatore. Per sottolineare la genuinità dell’intento il mastermind ha puntato su un tipo di registrazione il più vicino possibile alla resa live, senza eccessi in post-produzione e rifiniture inutili, puntando a creare la miglior sinergia possibile tra i musicisti.

L’opener “Tears Of The Muse” ha un che di magnetico, abbondano gli inserti elettronici, le tastiere prevalgono sulle chitarre e il drumming di Simon Phillips è inconfondibile. Un avvio dunque atmosferico, progressive e poco metal. Questa, infatti, è una delle coordinate dell’intero album, venato di melanconia raffinata e crepuscolare. La seguente “EKO” propone un continuo saliscendi tra dinamiche vellutate (consigliato l’assolo di basso alla fine del secondo minuto) e momenti rock trascinanti. Le linee vocali di Martin LeMar si sposano perfettamente al mood della proposta di LALU donando personalità ai testi. “I Am The One” per molti aspetti spicca proprio grazie alla sua voce ma anche all’assolo di chitarra a metà brano.

Il primo highlight strumentale in tracklist è “Mayacama”, pezzo sfaccettato e frizzante, con buon groove e alcuni duelli tra la 6-corde di Wolters e i tasti d’avorio di Johansson. Una chicca imperdibile. Prima della seconda strumentale in scaletta, troviamo “Prince With The Swift Warning”, altra song ben arrangiata e illuminata da brevi assoli fulminanti, e “Learning to Fly”. Quest’ultima è la traccia più lunga del disco con i suoi sei minuti abbondanti e all’avvio rievoca ì sonorità simil-Genesis da nostalgia pura. Nel prosieguo diventa più oscura e spigolosa e c’è anche spazio per un assolo da brividi che poi lascia spazio alle tastiere.

“A Drop Of Water” è un interludio acustico da intendere come ricamo cristallino che prepara l’ascoltatore all’ultima parte dell’album. A seguire troviamo uno dei pezzi più tirati, “Fhloston Paradise”, con all’avvio una fastidiosa voce filtrata, che però nel refrain diventa possente: Martin LeMar esplode in tutta la sua estensione e a tratti negli acuti ricorda sua maestà Bruce Dickinson (ascoltare per credere!). Da segnalare anche un sound che a tratti ricorda i migliori Queensrÿche e che rende questo brano uno dei migliori e meglio rappresentativi del platter.

Gli ultimi dieci minuti non vedono cali qualitativi da parte dei LALU. “Cordal Weaves” è un pezzo potente, con il metronomo scandito da Simon Phillips e momenti che strizzano l’occhio perfino alla musica fusion. Suggestiva anche la coda con lungo fade-out innico che ricorda una band come gli IQ. Le danze si chiudono con “Midnight Ink”, elegia strappalacrime senza chitarre che ribadisce le tinte di dolce tristezza che ammantano il disco.

Usciti dall’ascolto di A Mythmaker’s Demise ci si sente al contempo soddisfatti ma anche inquieti: non è un disco commerciale, parliamo di progressive rock colto, che vuole smuovere certe corde dentro di noi e far riflettere sulla bellezza e la fragilità del mondo. Se non l’avete ancora fatto iniziate ad ascoltare questa uscita, non resterete delusi.

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