Report a cura di Davide Sciaky
Guarda il photo report della quarta giornata!
In men che non si dica L’ArcTanGent è già arrivato all’ultimo giorno, che per quanto mi riguarda è il più atteso per una serie di band che suoneranno questo sabato.
Per iniziare mi avvio verso il Bixler dove suoneranno gli Erotic Secrets of Pompeii. Non ho nessuna idea di che genere suonino, ma il nome geniale del gruppo mi basta per attirarmi verso il palco, e meno male che l’ho fatto. Gli inglesi si presentano con diversi costumi – delle ali da angioletto per il batterista, un abito nero per la bassista, ad un trucco molto glam per il cantante – e si lanciano in una performance divertentissima e super energica. La vibe è molto glam, ma la profonda voce del cantante a volte si spinge in territori quasi Post Punk. Tutti i membri sono abili a creare con i propri strumenti un tappeto musicale elaborato e vivido, ma è proprio il cantante Thomas Hawtin a catalizzare tutta l’attenzione con una performance istrionica e coinvolgente. Nonostante sia ancora presto il pubblico è già abbastanza nutrito e, soprattutto, conquistato dal divertente concerto.

Sul palco principale arriva il momento di Jo Quail and the Crossbones Ensemble, un’esibizione molto particolare. È infatti la prima volta dal 2022 che Jo Quail suona insieme ai Crossbones Trombones: all’epoca era al Roadburn Festival per suonare un pezzo composto appositamente per il festival, questa volta è per suonare una versione del suo ultimo album “Notan” orchestrata appositamente per l’ArcTanGent. Ad accompagnarli c’è anche il percussionista Tom Atherton, e l’insieme di tutti i musicisti crea un’esperienza musicale coinvolgente e appassionante. Avevo avuto modo di vedere in passato Jo Quail solista ma, pur apprezzando il suo lavoro, non ero riuscito a farmi prendere da un concerto con lei da sola, sentendo come se mancasse qualcosa per farmi apprezzare pienamente il concerto. Trovarla affiancata da percussioni e ottoni cambia completamente la cosa, e il concerto è davvero bello e permette di apprezzare ancora di più “Notan”.
Sempre sul Main troviamo più tardi gli Oathbreaker, gruppo attesissimo per tanti, me compreso, dato che dopo aver pubblicato il capolavoro “”Rheia” nel 2016, la band belga aveva appeso gli strumenti al chiodo appena un anno dopo. Tornati in attività quasi all’improvviso pochi mesi fa, il loro concerto è l’ennesima occasione rara e golosa per gli amanti del genere.
Curiosamente, nonostante in tutte le altre date suonate recentemente la band abbia suonato proprio “Rheia” per intero, in occasione del ATG la band non aveva annunciato quest’intenzione ma ci prova lo stesso. Peccato che l’album sia lungo 63 minuti e gli Oathbreaker ne abbiano a disposizione 50 e, aggiungendo le pause tra una canzone e l’altra, la cosa diventa problematica tant’è che dopo aver sforato di quasi 20 minuti il tempo allocato, il festival taglia l’amplificazione alla band interrompendo l’esecuzione di “Begeerte”, ultimo brano dell’album… accidenti, c’erano quasi riusciti. Al netto di questo il concerto è strepitoso, con una Caro Tanghe fenomenale che canta davanti ad un ventilatore che le muove i lunghi capelli a creare un effetto tanto ipnotico quanto etereo, che si contrappone alla sua devastante voce urlata.

Tornando su sonorità parzialmente anticipate il giorno prima da Lili Refrain (che l’ha pure accompagnata in tour alcuni anni fa) troviamo sempre sul palco principale Eivør, leggendaria cantante delle isole Fær Øer. Tre musicisti la accompagnano alle sue spalle, ma tutta l’attenzione è su di lei, che alterna chitarra e bodhrán (un tipo ti percussione tradizionale irlandese) e canta, ipnotizzando il pubblico. La sua musica alterna elementi tradizionali faroesi ed elementi di musica elettronica, uniti ad un cantato che spazia dal folk allo sciamanico. Il risultato è imperdibile per gli amanti del genere e il pubblico è mesmerizzato dalla leggiadra cantante che oscilla ipnotica davanti al microfono.
Torno per l’ultima volta verso lo Yokhai per vedere gli High On Fire, la band Sludge di Matt Pike, recentemente estromesso dalla sua storica band, gli Sleep. Il suono massiccio è firma del gruppo, ma qualcosa va storto nel mix e purtroppo la performance è, per quanto mi riguarda, poco godibile per colpa di suoni troppo impastati che spesso non permettono di distinguere gli strumenti (e pensare che sono solo 3, a differenza di altri gruppi visti qui), né la voce. Dopo poche canzoni decido di spostarmi sul Bixler dove suona la talentuosissima A.A. Williams, musicista inglese che si è affermata negli ultimi anni con sua musica profondamente malinconica e riflessiva. In questo concerto la Williams rimane perlopiù su sonorità più Metal, lasciando meno spazio alle coordinate acustiche su cui si muove spesso in studio, tante volte ancora più struggenti della controparte più heavy. Lo show è l’ennesimo colpo al cuore intensamente emotivo, anche se piagato purtroppo dai suoni esagerati che arrivano dal concerto degli High on Fire, cosa che la cantante stessa nota introducendo “Melt”, quando dice al pubblico che spera si possano godere la canzone nonostante i suoni del palco accanto la coprano parzialmente. Nonostante questo piccolo problema, la performance è ugualmente godibile, anzi, per quanto mi riguarda uno dei punti più alti di questa giornata.

La giornata volge al termine ed è finalmente il momento di uno dei concerti più attesi da tutti i presenti, un evento tanto unico e speciale da aver attirato al festival fan provenienti da paesi come dal Sud Africa, dalla Malesia, dall’Australia, oltre che il sottoscritto dall’Italia: parliamo ovviamente dei Cult of Luna e Julie Christmas che suoneranno sul palco principale l’album collaborativo “Mariner”.
Il disco, uscito ormai dieci anni fa, è stato eseguito solo una manciata di volte tra 2016 e 2018 e l’ipotesi di sentirlo di nuovo dal vivo sembrava un sogno fino a poco tempo fa. Il decimo anniversario è l’occasione per questa data unica al mondo e l’attesa è tantissima.
Già la mattina, prima dell’inizio dei concerti, la band aveva fatto un soundcheck in cui aveva suonato per intero “The Wreck of S.S. Needle” attirando non pochi fan fuori dal tendone recintato del Main stage, tutti impazienti di sentire il concerto che li aveva portati all’ArcTanGent.
La folla è naturalmente enorme e l’esaltazione alle stelle quando i Cult of Luna iniziano a suonare. Poco dopo sono raggiunti sul palco da Julie che indossa un pittoresco abito di scena da cui spuntano quelli che sembrano cocci di vetro, e una maschera estremamente evocativa. La performance è come un sogno, i cinque brani procedono fluidamente, ogni pezzo che sfocia in quello successivo quasi senza interruzioni, mentre le luci proiettano le sagome dei musicisti. Nessuna luce frontale ad illuminarli chiaramente, ma solo potenti luci colorate alle spalle a creare quasi un gioco d’ombre che completa la musica. Il disco non è troppo lungo, ma i 55 minuti circa di esibizione volano e sembrano durare ancora di meno. Al termine di “Cygnus”, Julie Christmas salta giù dal palco e abbraccia i fan in transenna, le lacrime si sprecano, l’emozione è ancora alle stelle.
L’attesa era tanta, le aspettative ancora di più, ma in qualche modo questo concerto ha superato tutto quello che ci si poteva aspettare. Una performance memorabile e indimenticabile, coronamento di un’attesa per alcuni durata anni.

Al termine del concerto rimane un ultimo show, i Battlesnake in silent disco: la band suona ma la musica è trasmessa direttamente alle cuffie speciali che si possono noleggiare, con il risultato assolutamente straniante per chi non le indossa di assistere a mosh pit completamente silenziosi.
Per quanto mi riguarda ho bisogno ancora di un momento per assorbire pienamente lo show di Mariner, quindi decido di non indossare le cuffie e osservo dall’esterno il curioso spettacolo.
Cos’è stato l’ArcTanGent 2026? Il “solito” raduno di amanti di un certo tipo di sonorità, quanto di più lontano dal mainstream possa esistere, eppure che per qualche giorno quasi lo diventa portando insieme fan appassionati di questa musica. Una scelta di band selezionate con gusto e con una ricerca possibile solo da chi ha una passione che supera qualunque logica commerciale. Il tutto in un contesto familiare e amichevole che non può che essere accogliente per chiunque decida di affacciarsi per la prima volta su questo festival.